Siena, (quasi) città di mare

di Augusto Codogno

SIENA. (prima parte)

L’interessante dibattito scaturito da un post di Marco Falorni e relativo ad un portale fregiato con figure di delfini e sirene, mi dà l’opportunità di dire qualcosa sul passato di Siena e sulla relazione della nostra città con la navigazione.

Cominciamo col dire che tutto è nato da un insolito architrave sito in via dei Pellegrini e sul ricordo di un vecchio prete (don Carlo Guerrieri), che passandoci davanti soleva dire “qui c’era il Ministero della Marina della Repubblica di Siena”, come ci racconta Falorni. Poiché, pur non essendo un accademico, Don Carlo non era nemmeno uno sprovveduto e, (come dice sempre Falorni), spesso ci prendeva, è nata in noi la curiosità di approfondire la questione.

Dopo vari interventi sul famosissimo social Fb, in risposta ad uno specifico post, che ha visto gli interventi mirati di illustri storici come Ascheri, Turrini ecc, mi sono riproposto di approfondire la questione sulla possibilità che la Repubblica di Siena avesse mai avuto una sua flotta e nel caso, un ufficio preposto ad essa.

Cominciamo con il dire che l’architrave in questione sembra essere l’ingresso del “palazzo Agostini” (in via dei Pellegrini ai numeri 18 e 20) e che i fregi richiamanti il mare, così come il manufatto, sembrano databili fine XV secolo. Naturalmente potrebbero essere stati scolpiti solo con motivazione estetica, oppure con finalità esoterica, oppure, nel caso dei delfini, richiamare in maniera inconscia gli antichi simboli cristiani, ma anche la marineria. Dopo alcune ricerche però, non sono riuscito a provare qualcosa che possa confermare l’ipotesi e le affermazioni dell’erudito Don Carlo.

Nonostante questo, colgo l’occasione per parlarvi di un argomento poco sconosciuto ai senesi: quello del rapporto tra la nostra città ed il mare nella storia. Eh sì, perché contrariamente a quello che la maggior parte dei lettori potrebbe immaginare, vista pure la sua collocazione geografia, Siena fu anticamente una “città di mare”.

Partiamo da lontano, quando moltissimi nostri cittadini salparono per la prima crociata (1099) e si imbarcarono in maggior parte sulle navi pisane. Allora l’egemonia marittima era in mano alle Repubbliche Marinare ed i senesi, che già avevano cominciato a sviluppare la “mercatura”, erano soliti affittare navi per il trasporto delle merci, per i loro viaggi in terre straniere ed affidavano ad alcune compagnie di armatori i loro traffici. Non sono segnalate durante la prima crociata, imbarcazioni senesi, anche perché ancora il nostro territorio non arrivava alle coste e quindi non avevamo nemmeno un porto. I documenti infatti sembrano convergere sul fatto che le truppe di Siena salparono in direzione della Terra Santa con i 120 vascelli pisani guidati dal loro Vescovo Daiberto (1).

Poco si sa relativamente alla seconda, terza e quarta crociata, se non che i senesi non mancarono mai di parteciparvi ed in particolar modo le famiglie Sansedoni ed Ugurgieri. Da quanto apprendiamo dal Tizio e da alcune cronache del tempo ad esempio, molti sensi salparono dai porti di Ancona e Venezia, cosa da capire in quanto Pisa sarebbe stata più vicina, ma forse dall’Adriatico la via per mare era più breve. Come ci racconta Umberto Benvoglienti, commentando alcuni passi del Tizio, i senesi parteciparono anche all’assedio di Acri, avviato da Guido di Lusignano nel 1189 e portato a termine da Riccardo I d’Inghilterra nel 1191. Sempre secondo lui, fu proprio a partire da questo accadimento che un ramo dei Sansedoni venne poi a chiamarsi “Anconetani”

Qualcosa in più emerge invece per quanto riguarda la quinta spedizione (quinta crociata, 1217-1221), sotto il pontificato di papa Onorio III, quella divenuta famosa per la riconquista del porto egiziano di Damietta, nel novembre 1219 (Damietta nelle cronache senesi era chiamata Dammiata). Sembra sia stato proprio un Salimbeni tra i primi a varcarne le mura. Nella famosissima “Cronaca Sanese di Andrea Dei continuata da Agnolo di Tura” si dice che a questa impresa parteciparono ben 900 cittadini senesi ed avvenne al tempo del Podestà Ugolino di Salamone da Parma. Andò Messer Guido da Palagio oltre mare co’ gli altri crociati di Siena, che furono novecento in quel passaggio; e fu presa la Città di Dammiata da’ Cristiani…”

Anche il prete Sigismondo Tizio, nel primo volume delle sue “Chroniche”, ce ne dà conferma, aggiungendo che questo Guido da Palagio, a capo della spedizione altro non era che un cavaliere della famiglia Bandinelli (“Guido de Palatio Bandinelli Eques ab ultramarinis partibus..”. Aggiunge inoltre la presenza di alcune casate senesi come quella dei Gallerani, Sansedoni e Ugurgieri e racconta che la spedizione fu talmente remunerativa che al ritorno, con il bottino di guerra si costruirono alcune torri, alcuni monasteri ed alcune chiese cittadine.

Nel frattempo erano nati gli ordini militari, con le loro magioni, le loro precettorie ed anche le loro flotte. La marineria più imponente fu quella dei Templari con le sue velocissime “galee” sventolanti la “croce rubea” ed il nero teschio (Jolly Roger) passato ingiustamente alla cronaca come simbolo dei pirati. Successivamente quella dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (detti poi di Rodi e poi di Malta). Questi due Ordini Monastico militari erano già presenti a Siena con le loro “domus” dislocate ai vertici opposti della nostra città. I Templari, si stabilirono prima nella castellaccia fuori della porta di Camollia (già nel 1148), poi in San Pietro e gli ospedalieri in San Leonardo sotto al Castel di Montone (già nel 1173). Tra l’altro nel 1240 è ricordato nella magione di Camollia un Ugurgueri (Ruggierotto, senese), la cui famiglia aveva partecipato all’assedio di Acri venti anni prima.

A Siena erano ben strutturati e probabilmente capaci di formare giovani in grado di salpare per le crociate o diventare marinai nelle loro galee (o galere) ed erano, insieme alle repubbliche marinare, la normale e consueta “compagnia di viaggio” per i pellegrini che volessero andare al Santo Sepolcro “oltremare” i quali flussi, grazie ai territori riconquistati, erano notoriamente aumentati.

Concluderei tutta questa dissertazione dicendo che, almeno fino alla metà del 1200, Siena non sentiva l’esigenza di possedere una propria flotta, in quanto ancora non aveva un proprio porto e le attività marinare erano monopolizzate dalle città marinare (Genova, Amalfi, Venezia, Pisa) e dalle flotte degli ordini militari.

Ma grazie ad un documento citato da Mario Ascheri, “ondaiolo” e storico, scopriamo che nella nostra città a metà del 1200, esisteva comunque una misteriosa “Societatis Marinariorum” nei pressi di Porta all’Arco, oggi volgarmente detta Porta di Sant’Agostino in quanto si apre proprio davanti alla omonima basilica. In questi anni, molti commercianti senesi lavorarono con paesi orientali e nordafricani, ma avevano l’abitudine di affittare navi, soprattutto genovesi e veneziane, da compagnie e da armatori delle repubbliche marinare. Nonostante tutto, la presenza di una società legata alla marina, che potrebbe avere un legame con il simbolo della contrada nel quale aveva sede (l’Onda e il suo Delfino), ci fa pensare che comunque alcuni nostri concittadini fossero marinai, oppure reclutatori di manodopera per navi, o lavorassero il legname per imbarcazioni, o funi per la navigazione.

Agli inizi del XIV secolo le cose per Siena cambiarono molto, soprattutto con l’acquisto (finalmente) di un porto marittimo e l’espansione della repubblica sulle coste toscane. Era il 1303 quando la nostra città, con un contratto stipulato con il Monastero di san Salvatore del Monte Amiata acquistò a suon di denari il Porto di Talamone. In realtà il desiderio di avere uno scalo marittimo risaliva almeno ad una decina di anni prima (e quindi alla fine del 1200) tanto che il Comune lo aveva inserito espressamente nello Statuto: che per li Signori Nove e Consoli de la mercanzia s’elegano tre buoni esperti e savi uomini e’ quali amino l’onore e lo pacifico stato del Comune e del popolo di Siena, e’ quali si debiano insieme convenire, quando parrà a li Signori Nove; ….intendano acquistare e compre fare de le cose utili per lo Comune e spezialmente intendano avere porto al mare ne le parti di maremma con alcuna forteza, per onore e buono stato del Comune e del popolo di Siena” (dal Constituto del Comune di Siena volgarizzato nel 1310, ma il cui atto è da riferirsi circa agli anni 1290/1292)

Dopo un tira e molla tra Siena ed il Monastero di San Salvatore del Monte Amiata, numerosi viaggi ed ambasciate, finalmente il 10 settembre 1303 fu firmato il contratto con cui Siena acquisì il porto di Talamone, la contrada o grancia detta “la Valentina” e Castiglione di Val d’Orcia, per il prezzo stabilito di 800 fiorini d’oro.

Iniziava il sogno o l’utopia di diventare una nuova potenza marittima, un città marinara, ma questo ve lo racconterò nella seconda parte. Alla prossima puntata.

(1) M. Matzke, nella traduzione italiana: “Daiberto di Pisa. Tra Pisa, Papato e prima crociata”, Editore Pacini, 2002

(1 – continua)

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