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Siena, quasi città di mare 2

Seconda parte

di Augusto Codogno

SIENA. (Seconda parte) Ci eravamo lasciati con l’acquisto del porto di Talamone da parte dei senesi nel 1303, dopo una lunga ed estenuante contrattazione con chi lo possedeva: il Monastero di San Salvatore del Monte Amiata.

Ai monaci non parve il vero di liberarsi di un bene che rendeva economicamente poco, in quanto situato in una zona assai malsana, poco controllabile ed in balia di numerose incursioni e depredazioni, specie dopo la loro recente inimicizia con i conti di Santa Fiora.

Naturalmente la presa di possesso da parte dei senesi non risolse subito molte delle problematiche di questa terra, prima fra tutte la sua difesa.

Allo stesso modo intervennero in questa vicenda altre problematiche che si legarono a doppio nodo con quelle della vicina Abbazia di San Rabano, anticamente chiamata Santa Maria dell’Alberese, già passata (ante 1280) e grazie al Papa al Priorato Pisano dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (Ospedalieri di Rodi e poi di Malta).

Appena entrati in possesso di Talamone dunque i senesi si trovarono ad affrontare subito due importanti questioni: fortificare il porto e far decollare il loro nuovo scalo.

Adesso finalmente cominciava a concretizzarsi l’antico sogno di avere uno sbocco sul mediterraneo e di poter competere commercialmente con le altre potenze italiane, senza ricorrere a terzi e dover affrontare spese maggiori per il traffico delle loro merci.

Frattanto, il fallimento della maggior banca senese (“la Tavola dei Bonsignori”) e le problematiche che ne conseguirono, soprattutto per gli ostacoli messi in campo dal Papa e dal Re di Francia, avevano rallentato non poco il commercio senese ed alcune vie mercantili di terra (ad esempio la Lunigiana) ci erano addirittura precluse.

Urgeva per Siena che Talamone decollasse al più presto. Ecco allora che nel 1304 i Signori Nove crearono a tal scopo una Balìa di tre cittadini che si occupasse dei bisogni del porto in modo continuo (chissà se ebbero una sede?). L’8 dicembre dello stesso anno fu convocato un “Consiglio della Campana” straordinario al quale parteciparono ben centoventi consiglieri per deliberare i nuovi lavori da fare al porto. A nome dei tre saggi che formavano la nuova Balià parlò Vanni Tolomei, il quale richiese in via prioritaria il restauro delle mura di Talamone e il miglioramento della viabilità delle strade che collegavano Siena e l’entroterra al porto.

Qui scaturì uno scontro politico che vide due opposte posizioni, quella di Mignanello Mignanelli che era favorevole a fare subito le migliorie e quella di Cione di Alamanno Piccolomini che sosteneva che Siena non fosse avvezza alle “cose marittime” e che si dovesse necessariamente servire dei consigli, dell’aiuto e dell’alleanza dei Genovesi (1). La paura delle ingerenze dei “forestieri” di genova negli affari senesi fece sì che la maggioranza del Consiglio si schierò con il Mignanelli e nel 1305 le antiche mura del porto furono restaurate, altre vennero nuovamente costruite, poi fu fatto un ponte ed il Maestro Mino detto “Chiocciola” rifece interamente il Cassero.

Mentre fervevano i lavori, il Comune ed il Consiglio della Campana misero per la prima volta in vendita la “Gabella delle Saline” (1306) con una vera e propria “gara d’appalto” ed un contratto di cinque anni e tre mesi, dove i nuovi proprietari e “cavatori” di sale giuravano di dare a Siena la metà del prodotto.

Nel 1309 (8 ottobre), una visita al porto da parte del Comune mise in luce che i lavori non erano ancora terminati, la chiesa non conclusa, le armi di difesa erano insufficienti. Inoltre si ordinò di costruire un faro per maggiore sicurazza delle navi ed un pontile per lo scarico delle merci.

Non ci sono in questo periodo notizie di navi senesi, ne della loro costruzione.

Intorno al 1311, il nuovo mutamento politico fece sì che i fiorentini non ritenessero più sicuro il porto di Pisa (per i noti dissapori e le diverse posizioni di schieramento pro e anti imperatore) e decisero di stipulare un’accordo con i senesi per fare di Talamone il loro scalo principale. Il Consiglio della Campana ratificò nell’agosto 1311, al tempo del Podestà Ranieri de’ Gabbrielli da Gubbio.

Poteva essere un grande inizio, ma un improvviso accadimento nel 1312, fece sì che alcuni traditori della patria senese, in accordo con i conti di Santa Fiora, alcuni pisani e grossetani, attaccarono e conquistarono Talamone. Siena riuscì a riprenderlo soltanto nel 1314, ma lo riperse di nuovo nel 1320. Furono anni difficili per il porto di Talamone, sempre in mezzo a lotte e ruberie, tra le quali accenneremo solo il raid perpetrato nel 1326 dal re Roberto e dalle sue milizie, quello del 1327 da parte dell’esercito del Duca di Calabria a cui era stato fatto divieto di approdare nel porto di Pisa ed anche quello del 1328 del re di Sicilia che occupò per molti mesi il nostro porto.

Da alcuni sopralluoghi fatti da messi senesi si rileva anche che molte imbarcazioni, anziché approdare a Talamone, trovavano attracco in altri moli della fascia costiera appartenente al dominio di Siena, grazie allo scarso controllo ed evadendo le tasse.

Tutte queste problematiche portarono i senesi, nei decenni successivi a privilegiare l’affitto del loro porto ed a stipulare contratti di appalto, prima con fiorentini, poi con i genovesi, poi ancora ai fiorentini ed infine con i catalani. A queste vicissitudini si aggiunsero anche quelle della vicina Alberese, sempre nel nostro territorio, ma in possesso dell’Ordine Ospedaliero facente capo al Priorato di Pisa. Anche questo monastero (Santa Maria) subì tutte le ruberie ed assalti del caso tra le quali una ribellione dei grossetani sotto la guida della famiglia Abati e Del Malìa terminata dopo ben quindici anni con la riconquista senese dell’Alberese (1336).

Dopo la sconfitta dei grossetani ribelli, l’Ordine decise, constatato non essere in gardo di difendere questa fortezza, di sottoporla al Comune di Siena, nelle mani del loro ambasciatore Giovanni del fu Arcolano Scotti. Il Priore di Pisa si riservò tuttavia di mantenervi “ministri, officiales, fratres et familiares”, sia per celebrarvi le messe che svolgere l’ordinaria amministrazione.

Il capitolo gerosolomitano ratificò nel 1337 nella sua domus senese di San Leonardo in Val di Montone.

Ma pochi anni dopo l’Alberese ricadde nuovamente sotto ai ribelli grossetani ed i gerosolomitani decisero una volta per tutte di sottoporre sia quel fortilizio che il territorio circostante, (facendolo entrare a far parte di quel contado), al Comune di Siena che nel frattempo si era impegnato a liberarlo di nuovo. Tra i patti c’era anche quello che da allora in poi su quella fortezza dovesse sventolare “banderiam seu flamulam communis Senarum” e che sul muro dovesse dipingersi “arma populi communis Senarum”. Siena però si impegnava a mantenervi un piccolo contingente in sua difesa.

Nonostante questo altre vicissitudini turbarono la zona, come l’assalto di Pisa (in accordo con il Papa e con un Priore dell’Ordine di San Giovanni). Stavolta il cavaliere (fra Iacopo) fu fatto prigioniero e condotto a Siena, ma in accordo con alcuni senesi contrari al proprio governo, fu segretamente liberato e, tornato in Pisa, riorganizzò una nuova spedizione per riprendere Talamone. Ci riuscì e lo sottopose a Papa Gregorio che a breve morì. Il suo successore Urbano VI, forse anche per le esortazioni di Santa Caterina, restituì Talamone ai senesi previo lautissimo pagamento in denari (1378/1379). Nel 1379 dunque Siena era in possesso sia dell’Alberese che di Talamone. Il passaggio dell’Alberese a Siena fu sicuramente un punto a favore dello sviluppo del porto di Talamone in quanto da quel sito si poteva difendere meglio e controllare una vasta area intorno al porto.

Tuttavia, tutti i problemi che in quel secolo vi furono per far decollare il porto avevano alla fine portato Siena ad accordarsi, come già detto, con i catalani, quindi a servirsi della loro flotta.

Del 28 marzo 1379 uno dei trattati più importanti per l’uso del porto di Talamone tra il Comune di Siena e la flotta catalana:

colli infrascripti Catelani….misser Piero Zariba, misser Francesco di Poggio, cittadini di Barzalone (Barcellona), e co’ misser Pietro Carbonelli, cittadino di Maiolica, e ciascheduno per sé, et vece et nome d’altri Catelani e subditi di misser lo re di Ragona, per uso et ad usu del Porto di Talamone del contado di Siena…”.

La fine di questo secolo si conclude con anni di travagliate lotte politiche nel governo della nostra città, tali da distogliere l’attenzione dei nostri politici dal porto di Talamone. Alla fine del secolo ai catalani era scaduto il contratto e se ne erano andati di nuovo nel porto di Pisa. Le notizie ci dicono che la nostra repubblica non ricavava da Talamone neanche le entrate per mantenere i suoi stipendiati.

Anche nel secolo successivo ci furono accadimenti che bloccarono il decollo dello scalo senese.

Intorno al 1410 Talamone fu preso dai Genovesi e dall’armata di Re Ladislao e fu riconquistato dopo molte fatiche. Nel 1414 Siena riuscì ad avere anche Orbetello. Nel 1436 fu di nuovo deciso di affidare il porto all’esperta marineria catalana con un nuovo trattato e nel 1441 passarono sotto il dominio senese anche l’Argentario con Porto Ercole.

Nonostante la conquista di un altro scalo (pur minore), i senesi ebbero timore a costruirsi una propria flotta e ad investire nella costruzione di navi. D’altronde, come alcuni esponenti del governo avevano più volte espresso, Siena non aveva mai avuto una tradizione di marineria, anche se le sue merci avevano da sempre utilizzato le vie del mare. Tuttavia un curioso episodio accaduto nel secolo successivo ci parla per la prima volta di un’imbarcazione senese.

Siamo nel 1474 quando tale messer Francesco Benedetti da Perpignano, da qualche tempo cittadino della repubblica senese, mercante e uomo di mare, domandò il permesso al governo di Siena di poter costruire una nave nei porti del Comune (da lui definiti “commodi e honorevoli”). Nella sua supplica chiedeva che gli fosse data licenza di prendere da quelle parti il legname di cui aveva bisogno senza essere gravato da spese e di poter porre sulla nuova nave l’insegna della Balzana, “acciò che alla difesa di quella”. Il Consiglio della Campana approvò tale richiesta il 30 gennaio del 1474, quasi all’unanimità.

Altre notizie di navi senesi non ce ne sono. E’ certo tuttavia che, sia per motivi commerciali, sia per pellegrinaggi, sia per aver partecipato alle numerose spedizioni contro i Turchi, d senesi navigatori e naviganti ce ne furono tantissimi e qualcuno anche famoso.

Soprattutto nelle galee dell’Ordine di Malta e di Santo Stefano, dove militarono da sempre tantissimi rampolli delle famiglie nobili di Siena, abbiamo innumerevoli riscontri di nostri concittadini che si fecero valere. Ne citeremo solo alcuni che finirono per essere capitani di Galere.

Sotto le insegne dell’Ordine di Santo Stefano:

Pompilio Petrucci, Giovanni di Sozzo Tegliacci, Ottavio di Mino Campioni (1646) e Claudio Beccarini (1620). Sotto le insegne dell’Ordine di Malta furono addirittura “Capitani di Galera”:

Fra Pompilio della Ciaja, Agostino Piccolomini, Mario Bichi, Giovanni Maria Bichi (1620), Fabio Gori (1639), Ottavio Tancredi (1647), Girolamo Cinughi (1655).

Giovanni Bichi, cavaliere senese e Priore gerosolomitano di Capua, divenne nel 1630 addirittura Generale delle Galee dell’Ordine di Malta, carica che ricoprì anche Marcantonio Zondadari che, nel 1720 divenne (unico senese ad esserci riuscito” Gran Maestro di tutto l’Ordine nel 1720.

Altra cosa da approfondire è la strana titolazione di un Ospedale dei Navigli (Navilii), testimoniato in località Borgovecchio, nei pressi di Colle Malamerenda. La traduzione della parola esatta è proprio “navigli”, quindi qualcosa che aveva a che fare con le navi. Chissà se questo ospedale non sia stato una succursale di un altro governato da qualche confraternita o società legata ai navigatori o ai marinai senesi presenti in città.

Una pergamena del 1329 (ASS, del Convento di San Francesco di Siena) ce lo ricorda. Si tratta di una Confessione di debito” fatta da Pietro del fu Duccio sellajo cittadino senese del popolo di San Donato e da Pietro del fu Salvuccio dimorante in contrada dell’ospitale del Naviglio presso Siena.

Non siamo riusciti a dimostrare che a Siena ci fosse stato un “Ministero del Mare”, ma che la nostra città si occupò di navigazione, o almeno ci provò per un tre secoli, questo sì.

  1. (Ass, Consiglio della Campana, n. 56, c. 190)

Per chi volesse approfondire si consigliano le letture di:

Luciano Banchi: “I porti della Maremma senese durante la repubblica narrazione storica con …”

M. L. Ceccarelli Lemut, G. Garzella: “I Gerosolomitani a Pisa e nel territorio nel medioevo” in Riviera di levante tra Emilia e Toscana, un crocevia per l’Ordine di S. Giovanni.

M. L. Ceccarelli Lemut, G. Garzella: “Ordini militari in una città di mare: Ospitalieri e Templari nella Pisa medievale”, in Cavalieri e città. Atti del III Convegno internazionale di studi, Volterra, 19-21 giugno 2008, a cura di F. Cardini, I. Gagliardi, G. Ligato, Pisa 2009.

E. FEDI, “L’abbazia di S. Maria dell’Alberese presso Grosseto”, Napoli. 

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