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Siena nel primo Quattrocento: curiosità, usi e costumi 2

Domenico di Bartolo “il matrimonio di una figlia dell’ospedale”- 1442-1443

di Augusto Codogno

SIENA. Le donne senesi. Nel 1400 la musica era cambiata e cominciò ad esprimersi la vanità femminile in ogni suo aspetto. Naturalmente le moltissime fonti scritte dell’epoca ci fanno conoscere solo le donne ricche e nobili, mentre poco si sa delle contadine e delle popolane. Di quest’ ultime si trova traccia solo quando commettono reati o hanno a che fare con pene pecuniarie per aver contravvenuto alle leggi del Comune di Siena. Tra la documentazione del Podestà relativa all’anno 1405, troviamo esempi di popolane come Monna Gemma e Monna Francesca, multate per aver venduto fegatelli vicino alle osterie, oppure come Monna Francesca di Niccolò condannata per aver venduto nel suo banco in Piazza del Campo una “gallina infectam” (infetta), o come Monna Lucia che aveva buttato le immondizie di casa nella pubblica via, o ancora Monna Caterina di Michele che non aveva spazzato davanti all’ uscio di casa sua, o infine come Monna Nuta di Giovannone, presa in flagrante mentre dispettosamente rompeva le tegole del suo vicino di casa, tale Bernardo di Maestro Cecco.

Qualche anno più tardi (1437), tale Antonio residente nel Terzo di Camollia deve pagare 20 Soldi perché sua moglie ha buttato acqua di scarico (“fetida”) dal balcone di casa schizzando i passanti. Nelle famiglie benestanti le donne avevano fatto molti passi in avanti, forse troppi per la mentalità del tempo, tanto che anche le Istituzioni cercarono di frenare e di arginare il crescente abuso del lusso e della “civetteria”. Il Comune di Siena tentò di regolamentare, con pene e balselli, l’estrema vanità femminile, ma con scarsi risultati. L’educazione delle fanciulle era contemplata anche in trattati e compendi molto diffusi al tempo dove si cercava di indirizzare i genitori ad un modus educandi di buoni costumi: “Le figliuole femmine l’alevino con grandissimo timore di Dio, fatile confessare l’anno più volte”. Ma anche: “Avezile a dire il Dì, l’Ufficio a Nostra Donna, s’elle sanno legere, guardile di non lasciarle conversare con fanciulle vane, che non sieno piene d’onestà e il simile le guardino dal non conversare con maschi, né co’ propri frategli, com’elli passino l’età d’anni sette”. Ed ancora: “La madre che à fanciulle nolle lasci mai partire da sé, mentre sono in casa, ch’elle non sono andate a marito: e non le lasci andare e stare, né di dì, né di notte, fuori della casa sua”.

Anche il Matrimonio era normato da moltissime regole, fin dalla fase del Fidanzamento (detto “giura”) e, pure il pranzo di nozze era ben regolato: si doveva denunciare il numero delle portate (che non poteva eccedere le quattro) ed il totale dei convitati, che non potevano superare i venticinque per entrambe le famiglie. Il corteo nuziale invece non poteva superare i sedici cavalli ed alla sposa non si potevano regalare più di tre anelli compreso quello dello sposo.

Nel quattrocento le donne cominciarono ad ostentare la loro avvenenza in ogni modo possibile. Erano finalmente libere di acconciarsi, di truccarsi, di farsi belle a loro piacimento. E a Siena, grazie anche all’ enorme traffico di stoffe importate dai mercanti provenienti da ogni parte del mondo (i Salimbeni tra tutti) le possibilità di scelta non mancavano. Sembra addirittura che la nostra città fosse in quei tempi una sorta di “capitale della moda” o come si diceva in quei decenni “della usanza”. Questo portò ben presto in città un folto numero di Maestri Sartori e di Sartrici. Naturalmente si faceva sfoggia di vestiti bellissimi e, nel caso, impreziositi con fili d’oro. Le stoffe più famose erano denominate: “velluto piano, velluto figurato, damaschino, broccato, sciamito, baldacchino, ciambellotto”. C’erano poi le sete dai nomi strani tipo “Gro, Zetani, Zendalo, Rosado” di tutti i colori, scarlatto, cremisi, verde, azzurro, nero e molto ricercato il bianco.

Proprio agli inizi del quattrocento cominciò anche l’importante utilizzo e diffusione del lino su larga scala l’iscrizione all’arte dei “panni lini” fece la fortuna di una importantissima casata che proprio da questo mestiere trasse il proprio cognome. La famiglia Pannilini infatti (tra tutti messer Barnaba) era il fornitore ufficiale del Santa Maria della Scala al tempo del Rettore Buzzichelli (contratti dal 1438-1448). L’ospedale, oltre ad acquistare lenzuola, si approvvigionava anche della stoffa per le divise dei suoi orfani (gittatelli).

Tra gli affreschi della famosa “sala del pellegrinaio”, dipinti tra il 1440 e il 1445, possiamo vedere, grazie alla maestria di Domenico di Bartolo, del Sassetta e di Priamo della Quercia, uno spaccato del vestiario senese di quel periodo. Una sorta di inventario della moda del tempo, da ammirare e studiare.

Molto importanti erano anche le acconciature dei capelli. La donna era considerata più bella se aveva la “testa grande”, almeno così si riteneva e quindi, per aumentare il volume del capo, si diffusero molto in fretta le parrucche allora dette capelli morti. Il colore più in voga era il biondo e le varie pettinature avevano nomi oggi improponibili: “a trippa, a frittella, a tagliere, a frappoli, a civetta, a balla, a merli, a chi l’avviluppa in su, a chi l’avviluppa in giù”.

Anche le calzature videro il diffondersi della “zeppola”, una sorta di scarpa a “trampolo” precursore della scarpa con il tacco, che riusciva ad alzare di qualche centimetro la silouette femminile.

I giovanotti senes. Ed i giovanotti senesi non dovevano essere troppo diversi da quelli contemporanei. Per molti maschietti era una consuetudine la cosiddetta “pavesata” in piazza del Duomo, cioè il soffermarsi in piccoli gruppi a guardare le ragazze e le donne che passavano per andare a messa. Una sorta di “sdruscio”, usanza tipica del sud italiano, ma che anche qui si era tramandata almeno fino agli inizi del novecento con questo nome (pavesata appunto). Se avevano fortuna riuscivano ad incrociare lo sguardo di qualche bella fanciulla e magari rimediavano anche un sorriso compiacevole e complice. Ma anche gli sguardi ammiccanti erano simbolo di peccato e così era cosa buona per le fanciulle ben educate andare a messa e non incrociare occhi tentatori. Così diceva San Bernardino, il cui ciclo di prediche del 1427 in Piazza del Campo divenne assai famoso e, più tardi, anche un tomo scritto di importantissimo valore. Era assai pericoloso che uomini e donne incrociassero i loro sguardi, tanto che nelle sue affollate prediche mattiniere divideva la piazza in due parti tra maschi e femmine ed un lungo ed alto lenzuolo perpendicolare al Palazzo del Comune ed al palco evitava fatali distrazioni.

Ma nonostante tutto i ragazzi e le ragazze si fidanzavano e si sposavano, anche se l’obbligo della dote costringeva molti al debito ed al prestito usurante. In quegli anni le pretese dei genitori per le loro figlie (nei confronti dei futuri generi) erano sempre maggiori e questo portò ad una diminuzione dei matrimoni, tanto che anche il Comune fu costretto ad intervenire: “per dota d’alchuna fanciulla che si maritasse non si possa dare ne ricevere più che VII fiorini d’oro”, ma anche che “le donamenta non possino passare dieci per cento di tutta la dota”. Le “donamenta”, che a Firenze si dicevano “donora”, altro non erano che il corredo nuziale.

Per avere un’idea del lusso vigente in questo scorcio di secolo, basti pensare che il Comune di Siena aveva fissato in 2800 lire il tetto massimo per le “doti”, sopra il quale si cadeva inevitabilmente nella multa.

Vita mondana senese. E’ in questo periodo che iniziò a Siena una insperata l’emancipazione femminile e le donne cominciarono finalmente ad avere un più naturale accesso alle arti (musica, canto e ballo), alle lettere (poesia, scrittura) e alla cultura in generale. Da ora in poi furono le stesse famiglie importanti di Siena ad avere tutto l’interesse affinché le proprie figlie avessero un’istruzione ed un’attitudine alle buone maniere, visto che per un padre del tempo, le figlie femmine erano considerate non più una disgrazia, ma una opportunità. La possibilità era quella di “accasarle” a personaggi in vista ed importanti, di consolidare con un matrimonio i propri interessi politici e finanziari.

Come scriveva il “Sermini” (secondo Petra Pertici probabile pseudonimo del Petrucci) in uno dei suoi racconti, un padre diceva alla madre per giustificarsi di aver ingaggiato un maestro di musica per la figlia: “Se ella impara uno mugolino a sonare e a cantare, ella ne varrà di meglio un centinaio di fiorini quando la mariteremo!”

Naturalmente il matrimonio era ancora la massima aspirazione per tutte le fanciulle senesi, ma a Siena la procedura era assai complessa. Prima della cerimonia nuziale tra due giovani c’era il fidanzamento ufficiale che consisteva in un vero e proprio atto notarile. Esso prendeva il nome di “giura” o anche “guadia”. Nell’occasione il fidanzato poteva donare alla futura moglie fino ad un massimo di tre anelli d’oro che non potevano superare gli otto fiorini l’uno. Da allora in poi alla donna non era più permesso di portare, per tutto il resto della vita, oltre alla fede nuziale, più di due anelli per volta, neanche se nascosti alla vista.

Nel febbraio del 1409, il Comune multò ben tre uomini per colpa di donne che non osservarono tale regola. Si trattava di tali Battista di Bernardo, Nanni di Feo e Scotto degli Scotti. La stessa sorte toccò a Antonio di Vangelista (setaiolo) che, per colpa di sua moglie monna Niccola, pagò ben 18 lire e 15 soldi di multa.

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