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Siena, anno 1615: il prete, lo studente e la prostituta

SIENA. Il 17 maggio 1615 non fu senz’altro una bella sera o, perlomeno, non quella che si aspettavano il prete Ottaviano Baldeschi ed il giovane studente Orazio Morozzi. Entrambi colligiani erano in Siena e stavano passeggiando nei pressi dell’Università dove il giovane Orazio studiava.

L’università senese (“la Sapienza”) aveva allora sede nel grandissimo Palazzo dove oggi è ubicata la Biblioteca Comunale degli Intronati, sulla strada che in suo onore oggi prende il nome di “Via della Sapienza”, ma che fu nell’ottocento la “Via delle Belle Arti” e nel settecento la “Via da San Domenico alla Sapienza”.

La rinomata università senese, antica eccellenza italiana, era ambita da molti studenti che venivano da ogni dove ed erano appellati appunto “scolari forestieri”. Per frequentarne gli studi è ovvio che dovevano soggiornare e dormire in città. Naturalmente nel seicento ben pochi potevano permetterselo economicamente e va da sé che molti giovani rampanti, come il nostro Orazio Morozzi da Colle val d’Elsa, provenivano da famiglie benestanti e ricche.

Ed ecco che, proprio intorno alla zona della “Sapienza”, si erano sviluppati alcuni business commerciali, leciti o illeciti, per andare incontro alle esigenze dei ricchi studenti universitari.

La zona pullulava di osterie dove si mangiava, si beveva (anche troppo), si giocava (spesso d’azzardo) e si ricevevano le avances di donne di poca moralità. Sebbene la prostituzione fosse vietata, attorno alla Sapienza era tutto un via vai di clienti esperti che conoscevano uscio per uscio e, in caso di nuovi arrivati, bastava comunque chiedere ad un oste.

Nei pressi della Sapienza, quella sera di maggio del 1615, si erano fermati a parlare con una meretrice, tale Francesca Cardani originaria di Palermo, due compaesani colligiani: il prete Ottaviano Belardeschi e lo studente Orazio Morozzi. Nel mentre schiamazzavano nei pressi dell’Osteria della Rosa, antico locale senese testimoniato anche nei secoli precedenti e che si trovava vicinissimo all’attuale chiesa della Sapienza, furono oggetto di un controllo dei poliziotti chiamati in quei tempi i “famigli del Bargello”.

Trovare un parroco in atteggiamenti sospetti come in quel caso, fece scattare subito le manette, ma solo per due dei malcapitati che furono condotti in carcere. L’arresto infatti fu solo per il prete, reo di immoralità e per la prostituta, che non poteva esercitare. Salvo invece lo studente che, sebbene in combutta con gli altri, non era incorso in nessuna infrazione.

Il giorno seguente prete Ottaviano e donna Francesca subirono un dovizioso interrogatorio di cui rimangono i verbali redatti a mano dal messo del giudice.

Sul fascicolo campeggia il titolo della pratica: “I famigli del Bargello e il Vicario Generale contro prete Ottaviano Belardeschi da Colle e Francesca Cardani da Palermo meretrice perché trovati a parlare vicino alla Sapienza presso l’Osteria della Rosa”.

Interrogatorio di Francesca di Pier Filippo Cardani da Palermo

Domanda: – quanto tempo è che ella habita in questa Città.

Risponde: – sarà due anni questo Settembre che sto a Siena.

D.: – quel che faccia in questa Città.

R.de: mi trattengo lavorando di fiori e di raccami e so aiutata dall’amici, e habito alla Sapienza in alcune stanze, che tengo a pigione.

D.: sa per che cagione sia stata messa prigione.

R.de: hiersera circa a un hora di notte io ero un poco ammartellata per amor di uno amico scolaro del quale ho un figlio e d’un altro son gravida et essendo nella porta di casa mia passò uno scolaro di Sapientia da Colle in compagnia con un prete che non so come si chiami, ansi mi trovorno vicino alla Ostaria della Rosa lontana da casa mia circa dieci passi, e cominciorno a ragionar di cose di amore dicendomi il Sig.r Oratio questo prete vorrebbe intignere et il prete se ne rideva e diceva non mi si rizza e io gli risposi ho una cosa che lo fa rizzare e mentre che ragionavamo così di cose amorose venne la Corte e menò in prigione il prete e me.

D.: – se il prete sia stato altre volte in casa sua.

R.de: – non lo conosco a fé (fede) da cristiano ma ci è bene stato il Sig.r Oratio.

D.: – di qual patria sia il detto prete.

R.de: – il Sig.r Oratio diceva è paesano mio.

D.: – se il prete la toccasse in alcuna parte.

R.de: – il prete non mi toccò. Mi prese la mano il Sig.r Oratio e mi disse toccateglielo se gli si rizza….

D.: Dica la verità perché è verisimile che il detto prete hiersera volesse andare a star da lei.

R.de: – io non posso sapere la sua oppinione. Io non lo credo perché era accompagnato col Sig.r Oratio; se fusse stato solo haverei potuto creder qual cosa, ma non lo credo per che non fece atto nessuno.

D.: – quel che dicesse il prete ai famegli quando entrò prigione.

Risponde: – mi disse il soprastante che non mi lassasse (lasciasse) strapazzare.

D.: Questa parola dimostra affetione (affetto) in verso di lei e, conseguentemente, pare che sia stato amico suo da più tempo.

Risponde: io non credo che l’habbi detto per certa malitia (malizia) ma per che io aiutasse a lui, che io non havesse detto quelle parole, e che io non dicesse forse che lui fusse con me.

A questo punto l’interrogatorio della donna risultò esaustivo e le domande cessarono. Francesca Cardani fu riportata in cella e cominciò l’interrogatorio del parroco.

Interrogatorio del prete Ottaviano Belardeschi di Colle Val d’Elsa

D.: – se sa la causa della sua carceratione.

Risponde: – essendo stato trovato vicino all’Ostaria della Rosa mi fu fatta la cerca dell’arme, (perquisizione) quale non trovorno, per sospetto di una meretrice che havevon trovato li appresso accompagnata col Sig.r Oratio Morozzi scolaro di Sapientia, e stimando loro che io fussi in lor compagnia dell’uno e dell’altro del che non era vero niente ma haveva negotiato col sodetto Oratio Morozzi per l’arte della lana un’ora in circa e poi si dette in detta meretrice, il detto Sig.r Oratio, et io aspettandolo per domandar licentia, il Sig.r Oratio con quella meretrice furno fermi dalla Corte et io ancora lontano da detta meretrice e suddetto Oratio per un tirar di mano fui fermo ancora io, e mi domandorno la politia (polizia) come era la verità che mi havessero trovato con questa meretrice, del che non glie la volsi fare, per che non era vera la suddetta domanda.

D.: – in che luogo preciso si ritrovasse il Sig.r Oratio con la donna.

R.se: – erano vicino alla strada che va dreto (dietro) alla Sapientia due o tre case e credo fusse vicino alla sua che non so meno quale è precisamente come che non conosco detta donna.

D.: – per che habbia detto per che fusse vicino alla sua casa e non sa dove sia.

R.se: – ho detto così per che quella strada sia habitata da meretrici per la maggior parte.

D.: – in che luogo lui fusse trovato preciso dalla fameglia (dai gendarmi).

R.de: – io ero dall’Osteria della Rosa che caminavo per andarmene verso lo Spedale.

D.: si contraria nella sua depositione per che di sopra ha detto che aspettava di chieder licentia dal Sig.r Oratio et hora dice che andava verso lo Spedale, però che dica il vero.

R.de: – non havendo hauto tempo di domandar licentia al sudetto Oratio per che i suoi ragionamenti andavano in lungo, et io mi partij per che sentij che lui fu fermo dalla Corte (fu fermato dai gendarmi).

D.: Non essendo in quel luogo per alcun male non solo non doveva partirsi ma essendo amico di detto Oratio come dice et essendo egli fermo dalla Corte doveva accostarseli per intendere se haveva bisogno di alcuna cosa.

R.se: – io mi partij per che ero certo, che il sudetto Oratio non poteva havere bisogno di cosa alcuna. Sapevo che non haveva arme di sorte nissuna e la Corte non lo poteva menar in prigione.

D.: – dove trovaste detta meretrice.

R.de: – la trovamo in quel canto della strada di sotto dell’Osteria della Rosa.

D.: – se presero a ragionar con essa nel medesimo luogo.

R.de: – il suddetto Oratio si messe a ragionare con la detta donna nello istesso luogo verso e fin dove fu trovata dalla Corte.

D.: – se egli seguitò di andare in compagnia di detto Sig.r Oratio e detta donna, mentre il Sig.r Oratio ragionava seco.

R.de: – doppo haverci pensato alquanto, due o tre passi andò seco, e vedendosi, e sentendo, che ragionavano di cose allegre, mi ritirai.

D.: – se si ritirasse doppo che fu comparsa la Corte, o la vidde vicina.

R.de: – mi ero partito inansi, che si vedesse la Corte, o poco inansi.

D.: Per depositione della sopradetta donna appare che stette presente ai ragionamenti che si fecero fra detto Sig.r Oratio et ella, dica il fatto come stà.

R.de: – da ragionamenti del Sig.r Oratio con sudetta donna quale diceva il Sig.r Oratio e burlava seco per che dalle parole sue intesi che questa donna era innamorata di uno scolaro di Sapientia et io ancora la burlavo del medesimo fatto.

L’interrogante legge alcune parti della deposizione di donna Francesca, dopo di che chiede conferma al prete.

D.o: – quel che risponda (cosa risponde?)

R.de: – burlando dissi quelle parole “non mi si rizza”.

D.: – per che habbi detto di sopra di non gli haver parlato, se non nel modo che dice di sopra.

R.de: non me ne ricordavo.

D.: – che parole usasse quando fu serrato in Carcere in favore di questa donna.

R.de: – io non me ne ricordo ramentatemele, se havevo detto cosa alcuna lo dirò.

L’interrogante legge che “in processo apparisce che egli disse” di non strapazzare la donna.

R.de: – io se lo havessi detto lo ridirei.

L’interrogatorio finì così e il giudice si preparò ad emettere la sentenza nello stesso giorno.

Nonostante i gendarmi avessero tratto in arresto il prete e dichiarato che, se non fossero sopraggiunti loro, don Ottaviano sarebbe senza dubbio passato ad “atti carnali” con la meretrice, sopravvenendo ai “Sacri Canoni in pregiuditio dell’anima sua et in grave scandalo di chi ha visto”, il prete fu condannato al solo pagamento delle spese processuali. La parte conclusiva della sua assoluzione, riferendosi alle cose accadute recitava così: non esser state e non esser vero

Al prete dunque rimase soltanto l’onere di fare promessa solenne di comportarsi bene davanti a due testimoni, nonché pagare le spese processuali (“pagarà il giudicato”). La sera stessa fu predisposta la scarcerazione (“el relasso” – rilascio) di entrambi gli incarcerati: don Ottaviano Belardeschi e donna Francesca Cardani.

Un processo con molte ombre e poche luci, nel quale l’imputato principale aveva palesemente dichiarato il falso (e il giudicante se n’era anche accorto) si concludeva con una piena assoluzione. In una città piccola come Siena, in un contesto dove gli ecclesiastici erano uno dei pochi solidi punti di riferimento per la società del tempo, la condanna di un prete avrebbe creato troppo scalpore nel popolo ed allora meglio chiudere un occhio, o anche due.

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