Pispini, la porta degli zampilli

Si conclude il giro delle mura di Siena

di Augusto Codogno
SIENA. Siamo ancora nel territorio della Contrada del Nicchio e dopo aver ampiamente parlato, nella puntata precedente, dell’antica Abbazia dei Santi Giacomo e Filippo (Jacobi e Philippi) ad essa adiacente, veniamo ora alla storia della Porta più importante del Borgo, quella che da pochi secoli a questa parte viene nominata “Pispini”. Il nome, deriva dagli “zampilli” della altrettanto famosa fontana del rione che in senese venivano detti “pispini”, ma per quanto riguarda la porta, il suo antico nome era “Porta S. Eugenia”, perché fatta lungo la strada che si dirige proprio verso questa chiesa appena fuori dalle mura. Secondo alcuni, la chiesa di Santa Eugenia, era ai primordi dentro le mura e, solo in seguito fu spostata all’esterno. A questa tesi però, non si è affiancata la certezza della sua antichissima ubicazione, nonostante le importanti ricerche fatte anche dalla Professoressa Castelli diversi anni orsono. Per molti secoli questa entrata venne detta “S. Viene” per una corruzione del nome del Santo (Eugenio/Eugenia) e non come ancora qualcuno scrive, per il reiterato urlo della folla “il santo Viene”, nell’occasione della translazione nella nostra città del corpo di Sant’Ansano.Questa non è che una leggenda ed è uno dei pochi casi in cui le date smentiscono categoricamente quando asserito.Il Santo senese infatti, fu portato da Dofana a Siena, molti anni prima che questa nostra porta esistesse (nel 1107 circa).
Da Porta San Viene invece, molto probabilmente, transitarono le truppe cittadine che si avviavano alla famosa “Battaglia di Montaperti” nel Settembre del 1260 e che dà lì scesero poi nel Bozzone in direzione delle “Ropole” dove si accamparono. Secondo il Gigli l’antica Porta S. Viene era in origine non lontano dalla Chiesa di San Maurizio e quindi dall’altra porta della quale ad oggi rimane solo un arco. Essendo certo però che essa si apriva in direzione Est, potrebbe essere collocata all’inizio di Via dei Pispini o del complesso murario antico sopra Via del Sasso, prolungamento oggi tamponato di Vicolo Samoreci. In un tratto di queste mura infatti, e precisamente dove oggi è il Circolo PD sopra Via del Sasso, è tuttora visibile una grossissima apertura ad Arco proprio dove è ubicato il Bar.Nello stesso tempo e nella stessa zona però, era indicata anche un’altra porta e precisamente Porta S. Giorgio, per cui sarà ben difficile trovarne la perfetta collocazione.
Secondo il matematico erudito teofilo Gallaccini (1564-1641), parlando della cinta che da Porta Romana va fino a Porta Pispini “..si dilonga , calandosi, ed alzandosi fino là dove stabilisce la porta, che comunemente si appella a S. Viene, che in alcune cronache è detta del S. Viene, benché sia più credibile, che propiamente si dicesse la porta di S. Eugenia, essendo vicina ad essa la chiesa dedicata a questa Santa; onde corrottamente si è poi detta dal volgo la porta a Santo Viene, ed a S. Vieno (anche se dee dirsi S. Viene). Da questa porta torcendo alquanto verso tramontana si dilonga longo la dirittura di Pantaneto sopra Follonica, dove fra l’orto de’ Sozzini, e la Compagnia di S. Giovanni formava un’altra porta…”.
La zona intorno alla attuale porta cominciò la sua grande espansione dopo il 1100 ma, proprio nei suoi paraggi, furono ritrovati dei reperti Etruschi, a significare che era abitata anche più anticamente. Qui fu rinvenuto infatti uno specchio bronzeo di notevole fattura (secolo IV a.C.), molto probabilmente proveniente da una tomba e conservato poi nella collezione Chigi (vedi Biblioteca: ES V. tav.103,n.2) o G. Pellegrini in Studi e Materiali II, (1902, 214 CA F. 120, 7 n.10). Da Porta San Viene incominciava infatti l’importante via di comunicazione (“strata”) che andava verso Arezzo e verso la Berardenga. Dunque, prima di enunciare altri documenti storici, riassumiamo brevemente qualche conclusione:

  1. Porta San Viene era sicuramente esistente nel 1200
  2. Si trovava probabilmente più internamente rispetto a quella attuale
  3. Nella seconda metà del 1200 doveva già essere nei pressi o nello stesso luogo della Pispini, ma non era collegata alle mura attuali che ancora non esistevano.

Solo a partire dal 1258 infatti, abbiamo notizia dell’inizio di costruzioni di difesa della porta con castellacce ed altro e solo nel 1346 si era incominciato a progettare (a suon di espropri), il tratto di mura per inglobare tutto il Borgo della Badia Nuova dentro la nuova cinta (l’ultima).
1258 Da alcune cronache senesi riportiamo una notizia relativa all’anno di cui sopra: Quando si feceno le chastelacce ne’ borghi di Siena: Al tenpo di Bonifacio da Bolognia, potestà di Siena si fece la castellaccia a Chamolia e a Sancto Vieno e a la Porta Tufi, e cominciosi a cresciare la Città”.
1262 (Constituto)Nel Constituto senese del 1262 si rammenta la disattivazione della Porta di San Giorgio essendo ormai già funzionanti più a valle quella di S. Eugenia e di Busseto.
1267Anche in quest’anno si continuava a lavorare all’apparato difensivo di Porta S. Viene ed infatti vennero pagate alcune somme ai deputati destinati a far fare i muri della “castellaccia della Badia nuova”, come anche a quelli che ordinarono di far fare nei muri nuovi della città le così dette “bicocche”
1326Secondo numerosi atti, sembra ormai certo che la Porta fu edificata nel 1326 da Minuccio di Rinaldo e più tardi affrescata dal Sodoma con una importante “Natività”, i cui resti finirono poi in S. Francesco. Secondo il Gigli infatti “Nel 1326, col disegno di Maestro Moccio fu inalzato il grandioso Torrione”
1355: (Tizio)Come tutte le altre porte della città, anche la nostra era difesa e custodita da compagnie militari e come ci ricorda il Tizio, : “Societatis Abbatiae novae superioris, & inferioris ad Portam S. Eugeniae, Busseti, & Sancti Georgii”
1371 Nel 1371 un altro decreto sancisce che il Borgo della Badia Nuova deve essere tutto incluso dentro le nuove mura che devono collegare Porta Romana e Porta S. Viene.
1412 Il tratto di mura tra le due porte non era ancora concluso e come fa notare Balestracci, “l’attività divenne assai frenetica”. In quest’ anno infatti, anche gli stanziamenti per lo Studio senese vennero sospesi per convertire tutto a favore delle spese per concludere questo tratto di mura.  Questa fretta era dovuta probabilmente al fatto che, come ci dice il Montauri nelle sue cronache, “s’aspettava che il Re d’Ongaria doveva venire a Roma a pigliare la Corona” e quindi era certo il suo passaggio da Siena. Confermano il tutto una serie di delibere del Consiglio della Campana con cui si fanno degli stanziamenti straordinari per concludere le cortine già cominciate da molti anni. (vedi ad esempio la delibera del 25 Luglio 1412). Ancora nel 1413 (Marzo) venivano stanziate altre 1400 lire, distolte dai fondi che dovevano servire ai lavori della Fonte e degli acquedotti del Campo e poi, a distanza di pochi giorni, altri 2000 fiorini.

Porta Pispini e le sue pitture
1526 Secondo alcune cronache (ad esempio quella del Gigli), in quest’anno (1526) si provvide a dipingere la Porta: “nel quale colorì il celebre Razzi (Sodoma )il Bellissimo Presepe e l’ammirabile Angelo espresso di sottoinsù nell’arco”. Anche Padre Guglielmo della Valle, noto letterato e prezioso documentarista di monumenti artistici (Lettere Sanesi sopra le belle arti-Venezia 1786) ci racconta che “Sopra di essa in una gran facciata chiusa da una tettoja, e dal muro che sporgendo in fuora la recinge, e la diffende, il nostro Razzi (Sodoma) dipinse il presepio dove i pastori presentarono al nato Redentore i loro omaggi, e adorazione. Sebbene questa pittura si voglia fatta dal pittore nella sua vecchiaja, pure è piena di energia, e il coro degli Angeli, che stanno sopra è veramente divino né si può abbastanza lodare quell’Angioletto, che di sotto in su volando pare sfondi il muro, o per un traforo venga dal Cielo ad intonare la gloria del Cielo e la pace degli uomini”. Poi ci dice che una delle figura dipinte era in realtà un autoritratto dello stesso autore ed ai suoi piedi, lo stesso Sodoma, aveva posto una firma interpretata da alcuni come “Fecit”, ma in realtà era “fac tu”. Anche lo storico Pecci rileva questa curiosità che, secondo alcune interpretazioni, ma forse con un fondo di verità, sarebbe una risposta dell’autore ad alcune critiche che gli erano state mosse sull’opera stessa. In particolare avrebbe significato “fanne tu una migliore”. Tralasciando queste curiosità e tornando a parlare di “scritte”, non possiamo esimerci dal descrivere quelle che furono impresse a Porta S. Viene nel 1531: “ Deipara Virgini pro victoria, libertate & salute bujus Urbis Populus Senensis ejus nomini devotus A.D. MDXXXI”. Sopra questa immagine la scritta grande “Libertas”. Il Vasari sostenne che quest’ opera, Giovanni Antonio, la dipinse con poco amore, ma il Della Valle la riteneva, al contrario, straordinaria. “La maniera di cui egli si servì in quest’opera non è certamente quella più energica, con cui espresse il Redentore, i Guerrieri, i Penitenti, e simili, ma quell’altra più morbida e delicata che più conviene alla Vergine, che qui fa la principale figura”.
Questa opera venne anche titolata e conosciuta nel panorama artistico con il nome di “Adorazione dei Pastori”. I lavori di queste pitture, furono oggetto di numerosissime delibere e pressioni perché l’autore sembrava andare un po’ a rilento, ma bisogna tener conto che in Siena, in quegli anni, il Razzi conduceva contemporaneamente quattro opere commissionategli dalla Repubblica, tra cui il Sant’Ansano nella sala dei Balestrieri. Anche il costo fu notevole e poiché le tasse “girate” per quella maestosa opera, sembravano non bastare, vi si aggiunsero altri proventi. A vigilare sui lavori la Balia mise in campo alcuni dei suoi personaggi più carismatici come Giovanni Palmieri, Filippo Buoninsegni e Girolamo Paccinelli e il 17 Aprile 1531 deliberò, considerando che le pitture pubbliche rendono la città più ornata e le persone più devote, di assegnare “20 scudi oltre alli 60” già ordinati, all’esecuzione della pittura di Porta San Viene (ASS Balìa, 104. Fo 7).

Fine

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