Il ricordo e l'addio di Duccio Rugani
Marco Norcini visto da Augusto Mattioli SIENA. Finito. Basta una telefonata e sai che una persona che ha un vissuto con te non c’è più. Penso a lui, penso a me, penso all’ineluttabile. Che è non è più rimediabile, che non è più aggiornabile, che non è più procrastinabile.
L’amica che mi ha avvertito era l’editore che ogni tanto ospitava i pezzi di Marco Norcini e di getto sento la necessità di celebrare il collega per le sue colonne. Un gesto di devozione.
Metto in fila i pensieri e sento giusto dire che Marco è stato cronologicamente l’ultimo esponente dei cronisti di una scuola celebrata di giornalismo senese. Quella del Nuovo Corriere Senese. Molti sono passati di lì. Marco si era affrancato ben presto dalle ideologie, perché il suo amore maggiore era per lo scavare, lo scoprire, il cercare una notizia. Aveva un suo modo di farlo e qualche qualità rara che lo rendeva efficace ed intelligente nei suoi scritti. Non era il più veloce, non era avventato e aveva una coscienza che lo portava a proteggere le proprie fonti e quindi a consolidare nel tempo rapporti di lealtà e fiducia.
Un cronista. Non devoto alle logiche di gruppo e teso a un obiettivo. Con un occhio interiore dentro che ha saputo sopperire a un handicap di costituzione che credo lo abbia limitato nel giungere a traguardi maggiori. Un uomo e un collega che quando ha sentito affacciarsi lo spettro dell’inoccupazione, mi ha chiesto appoggio per andare laddove le notizie abbondavano.
Per esempio Pantelleria. Coraggioso.
Sono stato con lui socio di una cooperativa, partecipe di progetti di testate senesi, amministratore in una di queste esperienze. Forse il nostro rapporto sarebbe stato più intenso se gli fossi stato solo collega; ed invece spesso gli sono stato gerarchicamente superiore e quindi sempre un po’ preso dal costringerlo in binari di tempo e spazio per finalità produttive. E come spesso avviene, questo produceva anche tensioni che con il giornale in rotativa svanivano di colpo.
E come poteva essere diverso con Marco? Alla fine allargava il suo faccione in una risata sorniona, aggiungeva una battuta tranciante e condiva il tutto con il suo fare da maremmano dell’entroterra.
La casa dei genitori, nell’agro grossetano, rappresentava il suo rifugio. Per me, e per altri, è sempre stata una sorta di terra promessa, un miraggio da dove arrivavano prodotti genuini e amenità di vita intensamente vissuta. Il telefono di Marco, anche ora, lo tenevo a portata. Magari, pensavo, sarebbe davvero giunto il momento di andargli a far visita in Maremma e vedere quel bendiddio che lo rendeva così orgoglioso e possente in questa identità di buttero mancato.
Invece è finita. Onore a Marco, che lascia traccia nelle nostre coscienze. Un grazie ad Alessandra per avermi dato questa opportunità di sentirlo più vicino. Un pensiero di cordoglio e affetto per la compagna Marina e quelli tra i suoi familiari che da stasera hanno iniziato a piangerlo.
Duccio Rugani




