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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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C’era una volta… la favola senese

Si è chiuso un capitolo. Ma la storia non ha ancora la parola fine

di Raffaella Zelia Ruscitto 

 

SIENA. C’era una volta… Ecco, l’imperfetto posto in una chiave ancora più “irreale”, quasi “epica”, è e resterà, chissà per quanto, la forma migliore per raccontaregli avvenimenti senesi di questi giorni.
C’era una volta una banca senese. Una banca che, come non ci stanca mai di raccontare il buon Mauro Aurigi, nei suoi 500 anni di storia, aveva superato “in crescita” crisi mondiali, cambi di regime, guerre, epidemie… e che oggi appare come un moribondo su un letto d’ospedale. Si, la crisi mondiale bene non le ha fatto ma alla favola (tanto per rimanere in tema) della “congiuntura economica” non ci crede nessuno. Neppure quelli che la chiamano in causa per spiegare i numeri disastrosi degli ultimi bilanci.
La verità viene detta. Non pubblicamente magari, ma è voce che corre nei bar, negli uffici della banca e in quelli della Fondazione: ma anche nei negozi, nelle aziende, ai giardini della Lizza e non solo. Anche a Lecce e a Mantova. E anche altrove.
La stampa nazionale, da Report in poi, non parla d’altro. E pensare che anche questa, qualche “bavaglio” lo subisce. L’influenza della banca senese è trasversale, arriva alla televisione e pure ai giornali e non sempre quello che si sa viene scritto per intero. Magari, a volte, si tratta anche di autocensura… “Hai visto che fine ha fatto Sallusti? E Tedeschini? per carità, voliamo basso!”.
Poi, invece, le notizie arrivano da sole, ed è difficile girarsi dall’altra parte. 
Le perquisizioni presso la sede della banca, della Fondazione, a casa di Mancini e di Mussari… l’affare Antonveneta puzza. Si parla di quella “mandrakata” estero su estero di circa o poco più di un miliardo e mezzo di euro. E c’è chi giura che, invece, questa è solo una parte. Che altri soldi, cospicui, sarebbero circolati durante quelle complesse operazioni finanziarie. Quanta sia stata l’influenza della politica sulla sulla gestione della banca? Sicuramente troppa. Troppa nelle nomine dei vertici di banca e Fondazione. Se così non fosse stato non si spiegherebbero affermazioni agghiaccianti come quelle di Mussari che precisò che fare il banchiere non era esattamente il suo mestiere  o anche di Mancini che da presidente della Fondazione ha detto di aver fatto quello che gli era stato detto di fare.E non si spiegherebbero neppure i numeri di una operazione che, sulla carta, era vistosamente e dolorosamente a perdere.
Ma forse, a quel tempo, i politici direttamente interessati – e influenti – al destino della banca erano presi da altre “fusioni”. Come quella del costituendo Partito Democratico. E probabilmente hanno mal calcolato o confuso i termini delle due “acquisizioni”.
Fatto sta che da quella infausta operazione ha preso corpo una crescente debolezza della banca e di conseguenza del suo azionista di riferimento. L’azionista nelle cui mani si era concentrato il concetto di “senesità” della banca. Un brand che è stato venduto, insieme con la data di costituzione del Monte, fino allo sfinimento, dalle felpe alle bottiglie di vino. Roba da periodo di decadenza, da sepolcri imbiancati.
Ora, quello che un tempo non si poteva dire – che la banca è legata a doppio filo al Pd – si dice senza mezzi termini. 
Si guarda alla guerra intestina tra Pd mantovani, leccesi e Pd senesi. “Odiosi” dicono quelli del nord e del sud a quelli del centro. Vogliono salvare i montepaschini senesi dai licenziamenti a danno di quelli posti in zone decentrate. Uno smacco che non è possibile mandare giù. E solo per salvare le prossime elezioni, mica per spirito campanilistico e basta. Qui ci vanno di mezzo le poltrone! E con le poltrone non si scherza.
Altro che faida interna, guerra di potere tra ex Ds e ex Magherita. Qui le cose sono andate oltre, ben oltre quanto immaginato e disegnato a tavolino da chi ha il potere di farlo. I dipdenti Mps non ci stanno a farsi manipolare dal “capitano” di turno. In un momento di vera crisi come quello che stiamo vivendo giocare con la vita ed il futuro delle persone non è più tanto “facile”. E’ che, per alcuni manovratori, è difficile comprendere e cambiare abitudini.
In queste ore si sta consumando l’ultimo episodio della serie: la fine di una banca. Mancini sta recitando l’ultima parte che gli compete. Votare per la perdita di ogni potere da parte del maggior azionista del gruppo Mps. 
La desenizzazione della banca si conclude e si passa al capitolo successivo. Non era questo lo scopo iniziale, probabilmente. Ma poi la questione è diventata sempre più ingestibile ed eccoci qui a raccontarla. La cosa che ci turba è che questa favola non finisce qui. Purtroppo le scelte sono state fatte, non ci potranno essere margini di movimento e di speranza per chi vorrebbe tentare vie di salvezza per i tesori di Siena.
Non c’è un lieto fine. Purtroppo no. Ma colpi di scena sì, quelli li prevediamo. E senza palla di vetro. Se qualcuno pensa, vertici della banca in testa e politici di primo piano al seguito – o davanti a dirigere – che la cosa possa avere una naturale e tacita conclusione, pecca di ingenuità o di superbia. Il tempo dei “furbetti delle banchette” pare volgere al termine. Se è vero, come è vero, che diventa notizia una sponsorizzazione di Mps alla Festa del Pd in Fortezza. Diecimila euro per una pubblicità sui pieghevoli e per uno stand informativo. Come se, a Siena, la banca avesse bisogno di pubblicità. Un tempo questa cosa sarebbe passata sotto silenzio, nessuno ci avrebbe fatto caso. E forse si trattava di cifre anche più importanti. Ma, un tempo, il presidente della Fondazione Mps, allora Mussari, staccava biglietti al concerto di Baglioni durante la stessa festa democratica…
Oggi, che la situazione economica di Comune, banca, fondazione, università, ospedale… è drammatica, quei 10 mila miserrimi euro bruciano come benzina buttata sul fuoco.
I senesi, in verità, non sono proprio fatti di una materia paragonabile al fuoco. In questa circostanza, almeno, paiono smarriti, ancora increduli. Eppure di materiale su cui studiare ne dovrebbero avere a iosa. Invece, sono sempre lì, incerti sul da farsi. Insicuri nel fare qualche passo lontano dal solito alveo di partito, contrada, favori, conoscenze, che fino ad oggi, se solo volessero farsi davvero i conti, ha loro dato ben poco, rispetto a quanto ha tolto.
Quelli un pochino più svegli o vestono i panni dei “teneri eroi” al modo di Pierpaolo Fiorenzani, Mauro Aurigi, Romolo Semplici, Francesco Giusti… che sanno, in cuor loro, di aver perso la guerra contro i colossi economico-politici che affrontano, ma che non possono far altro che continuare a contrastare la piena del disastro, oppure, cercano altre strade.
La strada dell’autocritica spassionata anche se moderata, che comprende la critica al partito di maggioranza, ma restando all’interno: quella della dissociazione, con la nascita di nuovi movimenti politici mossi da idee innovative quasi tutte incentrate sulla valorizzazione degli aspetti etici e di responsabilità della politica; quella dell’attesa, nel tentativo di individuare il cavallo che arriverà primo al traguardo; quella della strenua difesa di quanto fatto, alla faccia dell’evidenza e della realtà dei fatti, che tanto non conosce nessuno.
E poi ci sono i politici blasonati o meno, capaci o meno. Quelli che guardano dall’alto e aspettano di fare le loro mosse. Che magari mandano avanti i giovani con tanta voglia di crescere – tipo Vigni –  a fare i maanchisti “Renzi ma anche Bersani” – e che si garantiscono così un’uscita da vincenti, comunque vadano le cose.
C’era una volta la politica quella vera, degli ideali e della intransigenza, fatta con responsabilità, onestà, integrità… E poi… c’era una volta… una società civile attiva, impegnata, dignitosa, pronta a far valere i propri diritti, a mettersi in gioco…
Lo so, sono noiosa. Lo so, è faticoso indignarsi per cose che ci toccano solo marginalmente (o almeno crediamo sia così). Ma quello che accade intorno, quelli che prevaricano e “comandano”, le vicende di corruzione, di abuso, di cattiva amministrazione, si concretizzano e maturano all’ombra dell’indifferenza collettiva. O peggio della collusione.
Rompere questo schema, osare, scegliere una diversa strada e quindi un diverso futuro, non è impossibile. Basta scegliere e non delegare sempre ed ancora ad altri.
Mentre Ceccuzzi punta a ricandidarsi, magari attaccandosi al carro-Renzi, ci sono iniziative che meritano attenzione e partecipazione.
Da quella di giovedì sulla Fondazione promossa da Città Domani Sinistra per Siena a quella di Marco Sbarra dedicata ai dipendenti Mps. 
Libertà è partecipazione. Ognuno a modo suo ma senza lasciarsi dividere da relativi e poco importanti punti di vista. Libertà è partecipazione. Lo diceva Gaber e oggi commuove… Perchè, della libertà non si possa dire “c’era una volta,..”
www.assored.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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