di Pierluigi Piccini
AMIATA. L’articolo che Francesco Giavazzi pubblica oggi merita una lettura attenta, e non solo per chi siede nei ministeri romani o nelle stanze di Bruxelles. Merita di essere letto qui, sull’Amiata, e in particolare a Piancastagnaio, che è un caso produttivo anomalo e straordinario nel panorama delle aree interne italiane. Perché quando si parla di piccole imprese incapaci di adottare tecnologie nuove, di microaziende familiari paralizzate dalla loro dimensione, Piancastagnaio rappresenta qualcosa di radicalmente diverso: un comune di poco più di quattromila abitanti che ospita stabilimenti di Stosa, Saviola, Prada, Céline e altre realtà produttive di primissimo piano, alcune delle quali operano alla frontiera assoluta della manifattura di qualità. Non è un’area interna che arranca: è un distretto produttivo anomalo, incastonato in un territorio montano, che ha una densità industriale che molte città capoluogo potrebbero invidiare.
Questo cambia la natura del problema, ma non lo elimina. Anzi, per certi versi lo rende più acuto e più interessante.
Il punto di partenza dell’analisi di Giavazzi è noto: negli Stati Uniti la produttività sta crescendo a un ritmo che non si vedeva dagli anni del boom di internet, e una parte rilevante di quella spinta viene dall’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese. L’Europa rischia di ripetere l’errore degli anni Novanta — di guardare il treno passare senza salirci — allargando un divario che oggi vale già circa il trenta per cento di reddito pro capite tra una famiglia europea media e una americana. Trent’anni fa quel divario non esisteva.
L’Italia ha avuto con Industria 4.0 uno strumento che funzionava. Il credito di imposta sugli investimenti in macchinari aveva prodotto effetti misurabili: nel biennio 2017-18 gli investimenti in macchinari erano cresciuti di quasi il dieci per cento a prezzi costanti dopo anni di stagnazione. Il governo Meloni aveva prima abbandonato quella misura, sostituendola con Transizione 5.0, che si è rivelata un flop — oltre sei miliardi stanziati, poche centinaia di milioni effettivamente richiesti — per poi fare marcia indietro un anno fa, reintroducendo il credito di imposta nella forma originaria. Il primo giorno le imprese avevano prenotato l’intera somma disponibile, 2,2 miliardi di euro. Una misura semplice e diretta funziona. Una misura complicata e carica di condizionalità ideologiche non funziona. La lezione è elementare, eppure continuiamo a doverla reimparare.
Ora, che cosa significa tutto questo per Piancastagnaio? Significa che le grandi aziende presenti sul territorio — e parliamo di realtà che operano in settori dove la competizione si gioca alla frontiera della qualità, del design, della precisione manifatturiera — sono esattamente il tipo di soggetti che possono e devono essere i primi destinatari di questa transizione tecnologica. Stosa, che produce cucine e sistemi di arredo con standard industriali elevati, Saviola, che ha fatto del pannello nobilitato e della economia circolare del legno una vocazione produttiva di scala europea, i laboratori e gli stabilimenti legati alle griffe del lusso francese come Prada e Céline, che portano sul monte Amiata i ritmi e le esigenze di qualità della moda internazionale: queste non sono imprese che devono essere convinte dell’utilità della tecnologia. Sono imprese che già investono, già competono su mercati globali, già conoscono il costo dell’inefficienza.
Il punto è un altro. Queste grandi realtà produttive portano lavoro, portano reddito, portano un indotto che tiene in piedi una parte significativa dell’economia locale. Ma il rapporto tra questi stabilimenti e il territorio circostante — in termini di formazione, di trasferimento di competenze, di creazione di un ecosistema cognitivo diffuso — è ancora largamente incompiuto. I lavoratori che ogni mattina entrano in quegli stabilimenti acquisiscono competenze preziose, ma quelle competenze raramente si trasformano in imprenditorialità locale, in spin-off, in una cultura tecnica che si sedimenta e si riproduce nel tessuto sociale del comune. Il rischio, in un modello di questo tipo, è quello dell’enclave produttiva: grandi impianti che funzionano come isole, connessi ai loro mercati globali ma debolmente radicati nel territorio che li ospita.
È qui che la riflessione di Giavazzi sul capitale umano diventa localmente decisiva. Egli indica come figura chiave non lo scienziato né il ricercatore universitario, ma il buon tecnico informatico, il bravo perito industriale ed elettronico, la persona formata in un percorso pratico di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore capace di stare dentro un’azienda e di mostrare concretamente come uno strumento di intelligenza artificiale possa migliorare un processo, ridurre uno scarto, ottimizzare una linea. Quella figura, applicata al contesto di Piancastagnaio, non serve solo alle grandi aziende — che hanno già i loro uffici tecnici e i loro fornitori di tecnologia —, ma serve soprattutto a costruire il collegamento tra quelle aziende e il tessuto locale: a fare in modo che le competenze circolino, che i giovani del territorio abbiano accesso a percorsi formativi che li rendano spendibili proprio qui, a pochi chilometri da casa, piuttosto che essere costretti a emigrare verso i centri urbani per trovare lavoro qualificato.
C’è infine la dimensione energetica, che a Piancastagnaio non è mai sullo sfondo ma sempre in primo piano. Le grandi aziende manifatturiere sono grandi consumatrici di energia. La geotermia, che qui è una risorsa strutturale del territorio, potrebbe diventare — se governata con visione e con una contrattazione seria tra il Comune, la Regione e l’operatore industriale — un vantaggio competitivo reale per le imprese insediate: energia a costi stabili e contenuti, prodotta localmente, con una impronta di decarbonizzazione che oggi i grandi marchi del lusso e della produzione industriale devono saper certificare ai loro committenti e ai loro mercati. Non è fantasia: è una leva concreta di politica industriale territoriale che aspetta ancora di essere pienamente attivata.
Il treno dell’AI, scrive Giavazzi, potrebbe essere molto costoso da rincorrere, se lo si lascia passare. Ha ragione. Ma Piancastagnaio, a differenza di molte altre aree interne italiane, non parte da zero: parte da una base produttiva solida, da marchi di rilevanza internazionale, da una tradizione manifatturiera reale. Il compito della politica locale è trasformare quella base in un sistema — connettere le grandi aziende al territorio, formare i giovani sul posto, usare la geotermia come leva e non solo come rendita, attrarre la transizione digitale come un’opportunità e non subirla come una minaccia esterna. Non è poco. Ma è esattamente quello per cui vale la pena lavorare.




