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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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Fondazione Mps: quel documento "poco strategico"

C'è di tutto: dalla nazionalizzazione alla fusione con un'altra banca, all'aumento di capitale. Ma cosa serve davvero all'ente?

SIENA. Per parlare del documento licenziato dalla Fondazione è necessario prima di tutto fare una considerazione: i problemi in Italia così come a Siena non sono più di natura politica ma esclusivamente economico-finanziaria. La politica ha fallito per sua stessa incapacità.

Il Monte dei Paschi come l’Alitalia, così come la Telecom, ha trovato o dovrà trovare la risoluzione dei problemi solo all’interno della dimensione finanziaria. La destra e la sinistra, il centro non hanno più senso: ciò che conta sono la correttezza dell’analisi, le capacità manageriali, gli obiettivi realistici e gli investitori giusti. Se queste sono le componenti corrette per una buona ricetta, allora devo dire che il documento strategico reso pubblico dalla Fondazione ne è privo. Se si analizza nel dettaglio si capisce che il testo è la sommatoria di spinte diverse, dove è contenuto tutto e il contrario di tutto. Documento che risente delle varie esigenze che gli enti nominanti, e non solo, hanno voluto che fossero presenti. Quelle richieste utili a tutelare un presunto gruppo di interessi, richieste che non si rendono conto neppure delle conseguenze che generano.

Sulle linee strategiche c’è di tutto dalla nazionalizzazione, alla fusione con un’altra banca possibilmente internazionale, all’aumento di capitale. Aumento che non abbiamo ancora capito a quanto ammonta. Il piano industriale è, da quanto ci risulta, fermo a Roma e non proprio per dei dettagli marginali. Il pacchetto azionario della Banca in mano alla Fondazione a detta dei relatori del documento dovrebbe essere intorno all’80% dell’intero attivo, a mio parere la quota dovrebbe essere più significativa. Così come avremmo voluto sapere lo stato delle altre partecipate della Fondazione e se per caso portano con sé altri debiti, informazione di non poco conto. Comunque, per tornare al ragionamento iniziale delle varie possibilità strategiche, queste non sono indifferenti, se messe in relazione con l’obiettivo di mettere in sicurezza il patrimonio di proprietà della Fondazione. La nazionalizzazione dal punto di vista finanziario, non per altre situazioni, significherebbe la polverizzazione del valore della partecipazione, quindi da questo punto di vista il rischio andrebbe anticipato. Eh già, perché in tutta questa vicenda e per tutte le ipotesi, il fattore tempo svolge un ruolo essenziale. La fusione con una banca internazionale andrebbe analizzata meglio e potrebbe appartenere ai pii desideri. Perché la banca costa molto in funzione dei debiti che porta con sé. Se ci fosse qualcuno interessato, cosa di cui dubito, questi la rileverebbe a costo zero per farla sopravvivere con grave danno per la Fondazione. Ipotesi questa non gradita dal presidente Profumo. L’ipotesi dell’aumento di capitale per un importo che oscilla fra i due miliardi e mezzo i tre miliardi è da deliberare nei prossimi dodici mesi. Anche in questo caso il fattore tempo è determinante: l’interesse della banca è di farlo il prima possibile.

Facciamo due conti in punta di penna: il collocamento al mercato sarà sicuramente accompagnato da uno sconto sul valore del titolo pari al 20-25% che farà assestare, se tutto va bene, al 7-8% la partecipazione della Fondazione nel Monte. Partecipazione che non servirà a nulla sia per gli aspetti legati alla governance sia per le questioni finanziarie. La Banca per alcuni anni non distribuirà utili e di conseguenza la Fondazione non avrà un euro per la propria gestione e non potrà rispettare quei pochi impegni che ha preso nei confronti del territorio.

Non ho mai visto un documento strategico che fa il ventaglio delle ipotesi senza prendere una decisione strategica, appunto! È la vecchia storia politica fatta dalla sommatoria di piccoli interessi che in una situazione ad alta drammaticità, come quella che sta vivendo la città, non serve e non è utile. Anzi, produce un solo effetto: confondere le acque e nella mancanza di decisione, incancrenire la situazione.

Provassero viceversa a mettere insieme le due cose quella di collocare in sicurezza il patrimonio della Fondazione attraverso la diversificazione dei suoi investimenti e la risposta verrebbe da sola e senza tanti sforzi: dismettere l’intera partecipazione nel Monte. In modo che con le risorse che dovessero rimanere, al netto dei debiti contratti con le banche, porre le basi per ripartire nella ricostituzione di un patrimonio della collettività senese. Per quest’ultimo obiettivo esistono comunque delle condizioni prioritarie: le capacità manageriali, il contenimento dei costi e il blocco delle erogazioni deliberate (che costituiscono grosso modo il 10% del patrimonio netto). Il nuovo con le vere novità e non con i riciclati sono la risposta giusta.  

Pierluigi Piccini

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