Una Mostra attraversata dalla memoria, dalle guerre, dalle disuguaglianze e dalla necessità di raccontare la realtà
di Paola Dei
VENEZIA. Si è chiusa il 12 settembre al Lido l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, un’edizione che ha confermato ancora una volta il ruolo del festival come osservatorio privilegiato sul presente. Dal 2 al 12 settembre, Venezia ha portato sullo schermo storie di guerra e memoria, donne, famiglie, disuguaglianze sociali, solitudine, desiderio e libertà. E lo ha fatto con un cinema spesso inquieto, politico e profondamente umano.
Il pubblico ha risposto con grande entusiasmo: la Biennale ha registrato 117.656 biglietti venduti, il 14% in più rispetto al 2025, già anno record. Un dato che racconta una Mostra capace di mantenere il suo prestigio internazionale ma anche di parlare a un pubblico sempre più vasto.
Il Leone d’Oro va a Woman Unknown
Il premio più importante è andato a May el-Toukhy per Woman Unknown, dramma ambientato nella Danimarca del secondo dopoguerra. Il film racconta Marie, una giovane domestica che, dopo la fine dell’occupazione tedesca, cerca di ricostruirsi una vita ma porta con sé un segreto legato agli anni della guerra.
È un film sulla colpa, sulla vergogna e soprattutto sulla condizione femminile: il corpo di una donna diventa il luogo sul quale una società decide di proiettare le proprie responsabilità e i propri giudizi. La protagonista Mathilde Arcel, al suo primo grande ruolo, ha conquistato anche la Coppa Volpi per la migliore attrice.
La doppia vittoria rende Woman Unknownil simbolo di questa Venezia: un cinema che parte dalla storia per parlare di questioni ancora terribilmente contemporanee.
Gli altri grandi vincitori
Il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria è andato a Possible Love del maestro sudcoreano Lee Chang-dong, un film sulle differenze di classe, sul lavoro, sul denaro e sul desiderio di possedere la vita degli altri. Due coppie provenienti da mondi sociali molto diversi finiscono per confrontarsi con ciò che manca nelle loro esistenze. Un cinema sottile, adulto e inquieto, che ha ricevuto anche il premio FIPRESCI della critica.
Il Leone d’Argento per la migliore regia è stato assegnato a Ilya Khrzhanovsky per DAU, mentre la Coppa Volpi maschile è andata a John Malkovich per Wild Horse Nine. La sceneggiatura premiata è quella di Un Bon Petit Soldat di Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce.
Ma il premio forse più politico della Mostra è stato quello assegnato a NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, che ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria. Il documentario, costruito attraverso testimonianze di militari e informatori israeliani, affronta il funzionamento delle operazioni militari israeliane a Gaza e il tema delle vittime civili. Il film ha provocato fortissime reazioni politiche anche in Israele, dimostrando ancora una volta quanto il cinema possa diventare uno spazio di confronto e di conflitto.
Italia: cinque film in concorso
L’Italia si è presentata a Venezia con una presenza particolarmente forte. Cinque erano i titoli italiani in concorso per il Leone d’Oro: Marco Bechis con Ritorno a Buenos Aires, Edoardo De Angelis con Il fuoco che ti porti dentro, Andrea Pallaoro con The Echo Chamber, Paolo Strippoli con L’estranea e Nanni Moretti con Succederà questa notte.
Non è arrivato il Leone d’Oro, ma il cinema italiano ha comunque lasciato il segno soprattutto nella sezione Orizzonti.
Il protagonista è stato Riccardo Scamarcio, premiato come miglior attore per I figli della scimmia di Tommaso Landucci. Lo stesso film ha conquistato anche il premio per la migliore sceneggiatura, firmata da Landucci e Damiano Femfert.
Il film italiano più forte? Il fuoco che ti porti dentro
Tra i film italiani, uno dei più convincenti è stato “Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis”, interpretato da una straordinaria Vanessa Scalera. Tratto dal memoir di Antonio Franchini, il film racconta il rapporto tra un figlio e una madre ingombrante, feroce, contraddittoria. Attraverso questa relazione familiare entrano nel racconto anche razzismo, classismo, rancore, ignoranza, egoismo e trasformismo.
È un film che riesce a fare una cosa non semplice: far ridere e subito dopo mettere a disagio. La commedia diventa progressivamente tragedia familiare. La critica lo ha indicato tra i migliori italiani del concorso, soprattutto per la prova di Vanessa Scalera.
La memoria come responsabilità: Ritorno a Buenos Aires
Molto importante anche “Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis”, uno dei film socialmente e politicamente più forti della presenza italiana.
Bechis torna alla dittatura argentina attraverso la storia di Mariano Guerra, interpretato da Adriano Giannini, sopravvissuto a sequestri e torture e tornato in Argentina dopo 33 anni per testimoniare contro gli uomini che lo perseguitarono.
Non è soltanto un film sulla dittatura: è un film sulla memoria, sul trauma e sulla difficoltà di continuare a vivere quando il passato non è mai veramente passato. La testimonianza diventa un atto civile contro il silenzio.
Famiglia, paura e desiderio: L’estranea
Sorprendente anche “L’estranea di Paolo Strippoli”, un film che porta l’horror dentro la famiglia borghese.
Con Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi, Strippoli racconta il lato oscuro dell’idea di famiglia e di maternità, trasformando desideri, sacrifici e ambizioni in qualcosa di inquietante. Il genere horror diventa così una lente per osservare una società nella quale spesso l’amore viene utilizzato come giustificazione per controllare e ferire.
E Nanni Moretti sorprende
“Succederà questa notte di Nanni Moretti” è stato uno dei ritorni più attesi. Il regista è tornato in concorso a Venezia dopo decenni con un film sorprendentemente sentimentale, tratto dai racconti di Eshkol Nevo.
Louis Garrel e Jasmine Trinca interpretano due persone che continuano a incontrarsi nel momento sbagliato, inseguendo una possibilità d’amore che sembra continuamente sfuggire. Moretti mette da parte parte del suo cinema più immediatamente politico per confrontarsi con il tempo, i desideri, le seconde occasioni e l’amore che resiste agli anni.
I film più belli della Mostra: la nostra cinquina
Se dovessimo costruire una cinquina dei film più interessanti e memorabili di Venezia 2026, al di là dei premi ufficiali, la scelta potrebbe essere questa:
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** Woman Unknown – May el-Toukhy**
Il vincitore, ma soprattutto un film potente sulla colpa, sulla guerra e sulla condizione femminile. -
** Possible Love – Lee Chang-dong**
Raffinatissimo racconto sulle differenze sociali e sul desiderio di una vita diversa. -
** NAZA – Yuval Abraham e Rachel Szor**
Il film più urgente e politicamente controverso della Mostra. -
** Ritorno a Buenos Aires – Marco Bechis**
Un cinema della memoria, doloroso e necessario, capace di collegare la storia personale a quella collettiva. -
** Il fuoco che ti porti dentro – Edoardo De Angelis**
Per la forza della scrittura e soprattutto per l’interpretazione di Vanessa Scalera.
Una Mostra molto sociale
Se c’è un filo rosso che attraversa Venezia2026 è proprio questo: il cinema non ha avuto paura della realtà.
Le guerre, le dittature, le disuguaglianzeeconomiche, il lavoro, la disabilità, la condizione femminile, le famiglie disfunzionali, la solitudine e il desiderio di una vita diversa sono entrati nellestorie senza essere trasformati
NAZA ha portato Gaza al centro del dibattito internazionale. Ritorno a Buenos Aires ha riaperto la ferita della dittatura argentina. Possible Love ha parlato di classe e precarietà. Woman Unknown ha trasformato una storia privata del dopoguerra in una riflessione sulla colpa e sulla posizione delle donne. I figli della scimmia ha raccontato la disabilità dal punto di vista di una famiglia. Sono film molto diversi, ma tutti hanno qualcosa in comune: chiedono allo spettatore di non voltarsi dall’altra parte.
I riconoscimenti alla carriera
La Mostra ha celebrato anche due grandissimi protagonisti del cinema americano: George Clooney ed Ellen Burstyn, entrambi premiati con il Leone d’Oro alla carriera. Clooney ha ricevuto il riconoscimento durante la cerimonia di apertura, mentre Burstyn lo ha ricevuto il 7 settembre.
E c’è stato anche un premio particolarmente bello per il cinema italiano del passato: La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini ha vinto il premio Venezia Classici per il miglior film restaurato.
Il bilancio finale
Venezia 2026 lascia quindi l’immagine di unaMostra meno interessata alla spettacolarità fine a se stessa e più concentrata sullegrandi domande del nostro tempo.
Ha vinto una regista donna con un film sulla vergogna e sulla condizione femminile. Ha premiato Lee Chang-dong per un raccontosulle differenze sociali. Ha dato spazio a un documentario durissimo sulla guerra di Gaza. E ha riconosciuto il cinema italiano soprattutto quando ha saputo raccontare fragilità, memoria, famiglia e disabilità.
L’Italia non ha portato a casa il Leone d’Oro, ma ha ottenuto due importanti premi con I figli della scimmia. E soprattutto ha dimostrato di avere ancora autori capaci di guardare alla realtà senza semplificarla.
Forse è proprio questo il vero vincitore di Venezia 2026: un cinema che non offre risposte facili, ma ci esorta a fare domande.




