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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

Changer l’eau des fleurs: un gioiello alla Festa del Cinema di Roma

La ricetta della pellicola: la pittura in movimento di Jeunet e il custode delle anime Castellitto

Recensione di Paola Dei 
 
SIENA. A venticinque anni dal successo planetario de Il favoloso mondo di Amélie, Jean-Pierre Jeunet torna dietro la macchina da presa per confrontarsi con la complessa trasposizione del bestseller di Valérie Perrin, Changer l’eau des fleurs (2026). Presentato in anteprima nazionale alla Festa del Cinema di Roma, il film si offre come un perfetto oggetto di analisi per la sua natura intrinsecamente sinestetica e per il dibattito linguistico che solleva.
 
L’estetica: una sinfonia tra Impressionismo e Realismo Americano
Lontano dal minimalismo contemporaneo, Jeunet compie un’operazione di fusione pittorica straordinaria. Il regista non si limita a girare un dramma, ma dipinge la Borgogna stratificando la storia dell’arte. Nelle sequenze comunitarie e nei dettagli naturalistici del cimitero della Maladière, l’uso drammatico della luce e dei caldi toni saturi evoca la delicatezza en plein air di Monet e Renoir. Tuttavia, questa solarità impressionista viene bruscamente e splendidamente bilanciata nei momenti di isolamento di Violette (Leïla Bekhti): qui la cinepresa si ferma, le inquadrature si fanno geometriche e i silenzi si caricano della malinconica sospensione esistenziale tipica dei quadri di Edward Hopper. È in questa dialettica cromatica che Jeunet e il direttore della fotografia Thomas Hardmeier trovano l’armonia per raccontare il lutto.
 
Sergio Castellitto: l’Angelo Custode del cimitero
Nel cuore di questa insolita famiglia legata alle sepolture spicca la coproduzione italiana attraverso la potente figura di Sasha, interpretato da un monumentale Sergio Castellitto. In sede di conferenza stampa, l’attore ha giustamente definito il suo personaggio come un “angelo custode incarnato nel custode di un cimitero”. Sasha non è una figura metafisica astratta, ma una guida tangibile, terrena, intrisa di compassione e di una solida spiritualità laica. È lui a consegnare a Violette le chiavi per “cambiare l’acqua ai fiori” della propria anima, diventando il vero e proprio motore della sua rinascita emotiva.
 
Guillaume Laurant e la scrittura dell’assurdo quotidiano
La scommessa di adattare la scrittura densa e stratificata della Perrin si poggia sulla sceneggiatura co-firmata da Jeunet insieme al suo collaboratore storico, Guillaume Laurant. Laurant compie un fine lavoro di cesello drammaturgico, lo stesso che decretò la fortuna di Amélie: riesce a trasformare gli epitaffi del libro in dialoghi brillanti e a popolare il cimitero di caratteristi secondari memorabili. La firma di Laurant garantisce quella coerenza favolistica che permette alla narrazione di non sprofondare mai nel patetismo, nonostante la durezza dei temi affrontati.
 
L’architettura sonora: il commento sognante di Saycet
Un’attention particolare va dedicata alla colonna sonora firmata dal compositore di musica elettronica Saycet. La scelta di Jeunet di non affidarsi a un’orchestra classica si rivela vincente: Saycet stende tappeti sonori ambientali stesi su trame sognanti e malinconiche. Le suas tessiture elettroniche minimaliste agiscono in perfetto contrappunto con il barocco visivo del regista. Quando le immagini si fanno tragicamente nere per raccontare la scomparsa delle bambine, la musica di Saycet sottrae peso, creando una bolla di rarefatta intimità che culla lo spettatore.
 
La cugina di Amélie e la sfida al barocco
 
La critica d’oltralpe (in primis la rivista Première) ha immediatamente catalogato la protagonista Violette come una vera e propria “cugina stretta di Amélie Poulain”. Jeunet mantiene intatto il suo riconoscibile DNA: inquadrature dal basso, panoramiche repentine a schiaffo e montaggio di Hervé Schneid dal ritmo inconfondibile. Questa cifra stilistica crea un contrasto fortissimo – e programmaticamente divisivo – con l’atrocità del dramma di partenza.
Il film rappresenta un cruciale banco di prova teorico: se non si tollera il barocco sognante e talvolta sovraccarico del regista, la durata di 132 minuti rischia di risultare indigesta. Al contrario, se si accetta il patto di finzione di una fiaba sul lutto, ci si trova davanti a un’opera di rara raffinezza visiva. Una coproduzione franco-italiana (Palomar e 2425 Films) destinata a far discutere i cinefili per molto tempo.
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