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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

Intesa: trasformare le promesse in obblighi. Scritti

Coppini (Fmps) dica che rassicurazioni ha avuto da Messina

di Pierluigi Piccini

Domani pomeriggio la Fondazione Mps dovrà dire che cosa pensa della propria banca, e lo farà nel modo più faticoso possibile. Prima di tutto dovrà rimediare a un errore di metodo che ha pesato più del merito. Quando il presidente Coppini ha annunciato che avrebbe proposto di valutare positivamente l’offerta di Intesa e di aderirvi, non ha soltanto espresso un’opinione sull’Opas. Ha scavalcato gli organi che quella decisione devono prenderla. La Deputazione amministratrice lo ha fatto notare con garbo istituzionale e con molta chiarezza: all’unanimità ha stabilito che nulla sarà deciso prima dell’indirizzo della Deputazione generale. Non è una smentita, ma è qualcosa di più serio. Ricorda che una fondazione non è il suo presidente, e che la sua voce, per quanto ridotta a uno zero virgola due del capitale, resta quella di una comunità.

Il punto, però, non è stabilire se Coppini abbia fatto bene o male a schierarsi. Il punto è capire su che cosa si sia schierato. Nella nota di Palazzo Sansedoni si parla del valore dell’operazione per il territorio, del ruolo di particolare significato che Intesa avrebbe per l’economia senese, del rapporto virtuoso tra Ca’ de Sass e le sue fondazioni. Sono parole, e le parole in una partita di questo genere hanno il peso che hanno. Se dietro c’è altro, se il presidente ha ricevuto rassicurazioni precise su occupazione, funzioni e presenza a Siena, allora quelle rassicurazioni non possono restare una conversazione riservata. Devono diventare un atto pubblico, firmato, verificabile da chiunque.

C’è una ragione concreta per pretenderlo, e l’ha offerta la stessa cronaca di questi giorni. L’amministratore delegato di Intesa dice che non toccherà né il marchio né le sedi. Ma l’operazione è costruita in modo che marchio e sportelli passino a Unipol, e da lì vengano proposti a Bper, con tempi che arrivano al 2028. Interpellato sul destino del nome, l’amministratore delegato di Bper risponde che è troppo presto per dirlo. Chi oggi garantisce, quindi, non è chi domani avrà in mano ciò che viene garantito. Una promessa sul nome del Monte fatta da chi il nome lo cederà vale quanto la buona volontà di chi la pronuncia, e la buona volontà non si iscrive a bilancio.

La questione è trasformare le promesse in obblighi. Questi obblighi dovrebbero stare nel documento di offerta, in un accordo con gli enti locali e con la Fondazione, e portare la firma anche di Unipol, perché è lì che finirà una parte decisiva di ciò che Siena considera suo. La Fondazione avrebbe potuto essere il soggetto che apriva questo tavolo, invece del primo socio storico che si accoda a un esito già scritto. Può ancora esserlo. Un’adesione condizionata, con richieste nero su bianco, avrebbe un senso politico e amministrativo che un’adesione sulla fiducia non ha.

Giovedì prossimo l’assemblea della banca deciderà il destino del piano Lovaglio, e i numeri sembrano già orientati. Fuori dalla sede di viale Mazzini ci saranno i lavoratori a ricordare che il Monte non è soltanto una banca. Hanno ragione, ma ricordarlo non basta. Bisogna chiedere tutto per iscritto, finché c’è ancora qualcuno disposto a firmare.

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