Il Santa Maria della Scala di Pierluigi Piccini
SIENA. Il titolo con cui si è raccontata la giornata di Palazzo pubblico — addio al Terzo Settore per trovare i soldi — contiene un salto logico che è bene smontare prima che diventi senso comune. Perché lascia intendere che il Terzo Settore tenesse i privati fuori dalla porta, e che bastasse aprirla per far entrare il denaro. Le cose non stanno così. Il Terzo Settore non ha mai impedito che ci fossero soci privati.
Conviene dirlo con la norma in mano, visto che è di norme che si discute. Il Codice del Terzo Settore, il D.Lgs. 117/2017, non vieta affatto la presenza di soggetti privati tra i fondatori o i partecipanti di un ente. Una fondazione di partecipazione iscritta al registro può accogliere benissimo soci privati accanto a quello pubblico: imprese, fondazioni bancarie, istituzioni, cittadini. È una forma collaudata, diffusa proprio nel mondo dei beni culturali. Chi sostiene che per far entrare i privati occorresse uscire dal Terzo Settore, semplicemente, dice una cosa inesatta. I privati potevano starci, e in molte realtà ci stanno.
Allora che cosa cambia davvero, abbandonando quel regime? Cambia il rapporto, non la presenza. Il vincolo che il Codice impone è un altro, ed è scritto all’articolo 8: assenza di scopo di lucro e divieto di distribuire, anche in forma indiretta, utili, avanzi, fondi e riserve. A questo si aggiungono il limite alle attività propriamente commerciali, ammesse solo in forma secondaria e strumentale entro soglie precise (il 30% dei ricavi o il 66% dei costi), e il vincolo di devoluzione del patrimonio in caso di scioglimento. Il senso è limpido: dentro un ente del Terzo Settore si può essere soci, non investitori che attendono un ritorno. Si entra per concorrere a un fine, non per ricavarne un dividendo, una plusvalenza, un peso in governance proporzionato al capitale versato. Il privato che bussa al Terzo Settore è benvenuto come donatore e come partecipe; non come azionista.
È qui che il discorso del “trovare i soldi” mostra la corda. Perché se l’obiettivo fosse attrarre liberalità, l’uscita dal Terzo Settore sarebbe una mossa fiscalmente discutibile, non vantaggiosa. Il donatore di un ente del Terzo Settore gode di una detrazione del 30%, o in alternativa di una deduzione entro il 10% del reddito (articolo 83 del Codice). Ma una istituzione culturale a controllo pubblico, legata a un patrimonio di proprietà pubblica come è il complesso dello Spedale, apre la porta a un regime ben più generoso: l’Art Bonus, il credito d’imposta del 65% previsto dal D.L. 83/2014 per il restauro e il sostegno dei beni e degli istituti culturali di appartenenza pubblica. Il sessantacinque contro il trenta. Sotto il profilo del donatore, dunque, lasciare il Terzo Settore per la formula dell’ente a controllo pubblico non riduce il beneficio fiscale: semmai lo aumenta. La giustificazione che si è data — esco dal Terzo Settore perché lì non trovo i soldi — è proprio quella che non regge.
Resta la verità che il titolo non dice. Non si abbandona il Terzo Settore per ammettere i privati, che potevano già esserci, né per facilitare le donazioni, che fuori sono semmai più premiate. Lo si abbandona per poter offrire ciò che il Codice del Terzo Settore non consente: una posizione, un ritorno, una logica di rendimento. È un cambio di interlocutore — dal socio che concorre al fine al partner che chiede in cambio — e, attraverso di esso, un cambio di vocazione. Lo si dichiara, peraltro, quando si parla di “compagine societaria” e di “partnership” come del fattore che “può fare la differenza”.
C’è infine la questione che dovrebbe stare in cima e che invece si lascia sullo sfondo. Si scrive che il controllo resterà pubblico. Bene: se così è, allora il privato che entra non comanda, e l’argomento del denaro torna a essere fragile; se invece l’ingresso dei privati significherà davvero peso decisionale, allora il “controllo pubblico” è una formula da leggere con attenzione, perché è lì — non nelle caselle del fundraising — che si gioca il destino del Santa Maria. Conosco da vicino che cosa quel luogo abbia rappresentato, e quanto sia stato costruito tenendo insieme l’apertura ai partner e la salvaguardia della sua natura pubblica e culturale. Quei due piani non sono in contraddizione. Il problema non era mai stato far entrare qualcuno. Era stabilire a quali condizioni, e per quale fine. Su questo, e non sul Terzo Settore, l’aula avrebbe dovuto pronunciarsi.




