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Iantorno (SI): “Una città che non si vuole vedere”

SIENA. Da Fiorino Pietro Iantorno, Sinistra Italiana Siena, riceviamo e pubblichiamo.

“Pochi giorni fa a Taranto un gruppo di ragazzi ha ucciso per razzismo un lavoratore agricolo del Mali, che si recava in stazione per andare a lavorare nei campi. Non passa giorno, da nord a sud del paese, senza che la cronaca registri fatti violenti che coinvolgono i giovani. Oggi, nella nostra città, la Polizia ha scoperto e disarticolato un gruppo di minorenni – non solo perché si riconoscevano nell’ideologia nazifascista, reato previsto e punito dalla Costituzione italiana – ma anche perché detenevano armi bianche e da fuoco e discutevano di aggressioni necessarie per “fare ordine”.
Non si tratta, questa volta, di “maranza”, di immigrati, di giovani venuti da fuori. Si tratta di giovani senesi, figli della nostra città. E a ben guardare non è il primo episodio. Dal 2019 a oggi si contano almeno cinque operazioni giudiziarie che hanno coinvolto minorenni del territorio senese: chat nazifasciste, materiale pedopornografico, spaccio organizzato su Telegram, baby gang, violenza sessuale, e ora un gruppo armato con un fucile a doppia canna e munizioni e ronde punitive già pianificate. Ogni volta le stesse dichiarazioni, ogni volta come se fosse la prima volta, ogni volta il silenzio che segue.
 
È abbastanza evidente che la collocazione geografica, l’appartenenza etnica, il livello di istruzione non c’entrano quasi nulla con quello che sta succedendo ai nostri giovani. Ciò che sta accadendo è qualcosa di più profondo e trasversale: una fascinazione crescente verso la cultura autoritaria e nichilista della destra radicale, verso l’odio come forma di identità, verso la violenza come rito di appartenenza. È in questo brodo culturale che si alimentano l’antisemitismo, la paura dell’altro, il disprezzo per chi è diverso. Sono segnali che non possono essere letti come episodi isolati: sono sintomi di una crisi che riguarda le famiglie, le istituzioni, la città intera.
Ma a Siena mi pare che manchi del tutto il coraggio di guardare in faccia questa crisi. La destra che governa la città da quasi un decennio continua a produrre dichiarazioni fotocopie: invoca la sicurezza quando i protagonisti sono giovani stranieri, si rifugia nel sociologismo quando sono giovani autoctoni. In concreto, nulla. Nessun tavolo permanente sulle politiche giovanili, nessuna verifica pubblica su cosa sia successo ai ragazzi delle operazioni precedenti, nessuna strategia che vada oltre lo sguardo benevolente ai fondi europei non spesi e agli assessorati tenuti in vita per decreto.
 
Dobbiamo guardarci negli occhi e dire quello che sappiamo ma facciamo fatica ad ammettere: Siena è una città depressa economicamente, chiusa su sé stessa, che non offre reali possibilità culturali, lavorative, relazionali ai propri giovani. Una città che si è rattrappita, che ha smesso di essere un luogo dove costruire qualcosa e si sta trasformando in un luogo da cui andarsene. Non più una città che attrae, ma una città che perde. Al di là della retorica di una Siena del “buon governo” che non esiste più, c’è una realtà che urge di essere affrontata, e che invece viene continuamente elusa.
Riconoscere tutto questo non è una resa né un atto di debolezza. È il primo passo verso la consapevolezza. Ragionare come comunità significa prendersi carico dei problemi di tutti e di tutte, senza scegliere chi salvare e chi abbandonare. Una comunità, nella contemporaneità che viviamo, è sempre un insieme plurale e composito: questa è una realtà inevitabile, non un problema da risolvere. Al Comune spetterebbe il compito di costruire le condizioni sociali, economiche e culturali per tenere insieme tutti. Finora non lo ha fatto.
Come partito, come cittadini e cittadine organizzati cosa possiamo fare? La prima cosa è chiedere che questa volta tutto non finisca nel silenzio. Poi dobbiamo chiedere azioni concrete: innanzitutto che il Comune convochi un tavolo permanente sulla condizione giovanile – non un’assemblea di facciata, ma un luogo di lavoro concreto che coinvolga scuole, famiglie, associazioni, servizi sociali e chi lavora ogni giorno con i ragazzi. Deve chiedere che si investa in spazi fisici e aperti dove i giovani possano stare, costruire relazioni, appartenere a qualcosa che non sia un gruppo chiuso su Telegram. Deve chiedere che si smetta di separare il “problema dei giovani stranieri” dal “problema dei giovani autoctoni”, perché il disagio non ha nazionalità e le risposte a compartimenti stagni producono solo nuove fratture.
 
Ma soprattutto noi che crediamo nella politica come servizio vogliamo che si torni a fare Politica: quella che costruisce, che pensa al futuro, che si prende cura di chi è rimasto indietro. La cura non è uno slogan. È personale nelle scuole, sono spazi di aggregazione, è un progetto culturale serio per una città che voglia tornare a essere un luogo dove si cresce, invece che da cui si fugge. Siena ha le risorse per farlo. Quello che manca è la scelta politica di farlo”.
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