SIENA. Di seguito l’intervento della presidente della Provincia Agnese Carletti
“Signor Prefetto, Signor Sindaco, Autorità civili, militari e religiose, gentili ospiti, cittadine e cittadini,
ritrovarsi come ogni 25 Aprile a concludere la cerimonia per le celebrazioni della Festa della Liberazione in Piazza del Campo non è mai un atto puramente formale. Oggi celebriamo ottantuno anni di libertà che ci chiedono, con urgenza: “Cosa stiamo facendo della nostra democrazia?”, “Dove vivono nella quotidianità i valori della Resistenza?”. E le risposte, drammaticamente, facciamo fatica a trovarle. La cerchiamo tra i riflessi di un mondo che sembra aver smarrito la memoria, ferito da conflitti che credevamo confinati ai libri di storia.
Oggi la pace non è più un dato acquisito, ma un grido soffocato in troppe parti del mondo, dove le crisi umanitarie e la logica delle armi tornano a calpestare l’autodeterminazione dei popoli. Guardare a queste guerre non significa distogliere lo sguardo dal nostro 25 Aprile, ma comprenderne il valore universale: la Resistenza, infatti, non fu solo una lotta di liberazione nazionale dal nazifascismo, ma la scelta morale di opporre il diritto alla forza, la dignità umana all’oppressione. E sono certa che il valore di questa data oggi si misura nella nostra capacità di non essere indifferenti.
Come ci ha ricordato il Presidente Mattarella, la Resistenza è stata la “scintilla che ha dato luce alla nostra Costituzione”.
Ma la luce, per restare viva, ha bisogno di essere alimentata dal coraggio delle scelte politiche e civili.
E come ci ricorda la nostra identità politica e democratica, l’antifascismo non è un reperto archeologico da rispolverare una volta all’anno, ma un impegno civile permanente, il terreno comune su cui abbiamo costruito la convivenza di questo Paese.
Ecco perché siamo qui oggi.
Quest’anno, in più, il nostro sguardo si posa su un anniversario che è il completamento necessario e naturale della Liberazione: gli 80 anni dal suffragio universale. Il voto alle donne non fu un regalo di compleanno della storia, ma il riconoscimento di un diritto e di un debito. Un debito verso le staffette partigiane che avevano contribuito a rendere possibile la Liberazione che oggi festeggiamo, verso le donne che avevano protetto i perseguitati, verso le madri che avevano tenuto in piedi il Paese mentre il mondo crollava. Le donne che nel ’46 entrarono nei seggi portarono la cura, la resilienza e la visione del futuro dentro le istituzioni. In quel 1946, le donne italiane non entrarono solo nelle cabine elettorali; entrarono nella Storia dalla porta principale. E lo fecero con una compostezza e una determinazione che ancora oggi dovrebbero essere d’esempio per chiunque ricopra un incarico pubblico. C’è un’immagine potente che la storia ci ha consegnato di quei giorni del 1946. Sui giornali dell’epoca si leggeva un invito quasi materno, ma solenne: “Al voto senza rossetto”. Alle donne si chiedeva di presentarsi al seggio con le labbra pulite, perché baciando la scheda o semplicemente chiudendola, il trucco non dovesse macchiarla, rendendola nulla.
Quell’invito al “voto senza rossetto” è diventato il simbolo di una generazione. Ci racconta di donne che arrivarono alle urne con il volto lavato e il cuore in gola, consapevoli che quel pezzo di carta non era solo un diritto, ma un risarcimento. Dopo anni di silenzi imposti, di lutti, di fame e di clandestinità, le donne italiane si riappropriavano della propria bocca per dire “Io ci sono”. La loro voce diventava finalmente “parola pubblica”. Non era solo un gesto estetico; era la rivendicazione di una dignità essenziale.
E oggi raccogliamo quell’eredità: la lotta per una democrazia che non sia trucco o apparenza, ma sostanza, parità salariale, servizi alle famiglie e libertà di decidere del proprio destino. Oggi non parlo solo a nome delle istituzioni, ma porto con me l’energia di un percorso che la nostra Provincia ha intrapreso con forza. Quest’anno, infatti, con ancora più convinzione, abbiamo voluto che la memoria non fosse una lezione calata dall’alto, ma un processo partecipato.
Con il contest che ha coinvolto le scuole e i giovani del territorio senese per la scelta del manifesto che avete visto in queste settimane in tutti i territori della provincia, abbiamo chiesto alle nuove generazioni di “riabitare” i valori della Resistenza e di quel preciso momento storico. E la risposta è stata straordinaria. Abbiamo visto ragazzi e ragazze studiare le biografie dei nostri partigiani locali, interrogarsi sui nuovi fascismi, utilizzare i linguaggi del presente per raccontare una storia di ottant’anni fa.
E per lo stesso motivo, oggi come istituzioni non siamo sole su questo palco.
Come Comitato tra le forze democratiche, che ringrazio, abbiamo voluto che accanto a noi sedessero quattro giovani donne, praticando in maniera non scontata e neanche facile, quella libertà di cui parliamo. Portano storie che sembrano distanti, ma che sono legate dallo stesso filo sottile che risponde ai valori della nostra Costituzione, ai valori di libertà, pace e diritti.
Dall’Iran, ci arriva il grido “Donna, Vita, Libertà”. Guardiamo a loro e vediamo le nostre nonne del ’46. Vediamo lo stesso coraggio di chi sfida un regime teocratico per il diritto di mostrare i capelli o, semplicemente, di studiare. Dalla Palestina, accogliamo la testimonianza di chi cerca la pace in una terra dove il diritto internazionale sbiadisce davanti alla forza.
Dall’Italia due giovani donne ci ricordano che il “soffitto di cristallo” non si è ancora rotto e dalle nostre ragazze senesi, arriva la sfida più vicina.
Ci chiedono perché il “merito” sia spesso una parola vuota se non si rimuovono gli ostacoli sociali, come recita l’Articolo 3 della nostra Costituzione, scritto non a caso da una madre costituente, Teresa Mattei che dopo il 2 giugno ebbe, insieme ad altre, il diritto di sedersi al tavolo più importante, quello della scrittura della nostra Carta Costituzionale.
Queste quattro ragazze sono la dimostrazione che la Resistenza è un linguaggio universale. Che si tratti di difendere la Costituzione in uno dei nostri Comuni o di lottare per la vita in una qualsiasi altra parte del mondo, il nemico è lo stesso: l’indifferenza e il prevaricamento.
Mentre ci apprestiamo a chiudere questa cerimonia, vi invito a guardare queste quattro giovani donne. In loro non c’è solo il racconto di una sofferenza o di un desiderio, c’è la forza di un mondo che non vuole arrendersi e che i valori della Resistenza vuol continuare a farli vivere.
E con loro prendiamo con noi l’ammonimento della Senatrice Liliana Segre:
“La memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza”.
Cittadine e cittadini,
il 25 Aprile non è il giorno dei fiori sulle tombe, è il giorno dei semi nei solchi. Le donne che ottant’anni fa votarono senza rossetto ci hanno lasciato un’Italia da ricostruire. Noi oggi abbiamo l’obbligo di difenderla e di innovarla. Il fascismo non torna quasi mai con le vecchie uniformi. Torna nell’indifferenza, nel cinismo di chi dice “sono tutti uguali” o di chi vorrebbe commemorare allo stesso modo partigiani e caduti di Salò, nell’odio verso chi arriva da lontano per cercare speranza.
Essere antifascisti oggi significa stare dalla parte dei diritti, della sanità pubblica per tutti, dell’istruzione che non esclude, della solidarietà internazionale. Significa credere, come noi crediamo, che nessuno si salva da solo. L’invito che vi rivolgo è di uscire da questa Piazza con la consapevolezza che la libertà è una conquista quotidiana.
Portiamo con noi il sorriso pulito delle elettrici del ’46 e la determinazione delle giovani donne che oggi hanno fanno sentire le loro voci con noi.
“Nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto, bisogna continuare a vincere” ci ricordava Tina Anselmi. Continuiamo a vincere insieme. Per le donne del ’46, per queste ragazze sul palco, per la provincia di Siena e per l’Italia.
Viva la Resistenza! Viva il suffragio universale e le donne della Repubblica! Viva la provincia di Siena! Viva l’Italia libera, democratica e antifascista!




