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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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Melanoma con metastasi cerebrali: dopo 10 anni l’immunoterapia continua a funzionare

Lo studio NIBIT-M2 conferma la durata a lungo termine dell’efficacia della cura

SIENA. A dieci anni dalla diagnosi di melanoma con metastasi cerebrali asintomatiche – una condizione storicamente associata a una sopravvivenza di pochi mesi – il 32% dei pazienti è ancora in vita grazie alla terapia di combinazione con i farmaci immunoterapici ipilimumab e nivolumab.

A dimostrarlo sono i risultati dell’analisi finale dello studio di fase III NIBIT-M2, sviluppato dalla Fondazione NIBIT nell’ambito del Programma AIRC “5 per mille” EPICA, coordinato dal professor Michele Maio e sostenuto nelle fasi precedenti da Fondazione AIRC. Tale studio vanta il follow-up più lungo mai registrato per questa popolazione di pazienti. Lo studio porta con sé anche una novità rilevante: con i risultati di una semplice analisi del sangue, la cosiddetta “biopsia liquida”, i ricercatori hanno dimostrato che è possibile prevedere fin dalle prime settimane se un determinato paziente risponderà o meno alle cure.

I risultati sono stati presentati al congresso dell’American Association for Cancer Research (AACR) in corso a San Diego, California, da Anna Maria Di Giacomo, professore ordinario di Oncologia Medica presso l’Università di Siena, e responsabile del programma di sperimentazioni cliniche di Fase I/II del CIO (Centro di Immuno-Oncologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese), diretto dal professor Michele Maio, professore ordinario di Oncologia dell’Università di Siena e presidente di Fondazione NIBIT.

LA SFIDA DELLE METASTASI CEREBRALI

Il melanoma metastatico è stato il primo tumore solido a beneficiare in modo significativo dell’immunoterapia, cambiando radicalmente la prognosi di molti pazienti. Tuttavia, il trattamento delle metastasi cerebrali è rimasto a lungo una delle principali criticità. «Oltre il 40% dei pazienti con melanoma sviluppa anche metastasi nel sistema nervoso centrale, una condizione che riduce drasticamente l’aspettativa di vita» spiega la professoressa Di Giacomo. La presenza di lesioni a livello cerebrale è infatti associata a un significativo peggioramento della prognosi e a una maggiore complessità nella gestione clinica dei pazienti.

Per anni si è ritenuto che la barriera emato-encefalica – la struttura che protegge il cervello limitando il passaggio di molte sostanze dal sangue – potesse ostacolare l’efficacia dell’immunoterapia, così come avviene per altre terapie mediche. Allo stesso tempo, però, alcune evidenze sul microambiente delle metastasi cerebrali suggerivano che il sistema immunitario potesse essere attivato anche a questo livello, lasciando intravedere un possibile spazio di azione per l’immunoterapia.

Proprio a partire da queste osservazioni, Fondazione NIBIT ha promosso lo studio NIBIT-M2, il primo al mondo in questo ambito, con l’obiettivo di confermare se l’immunoterapia potesse essere efficace anche nelle metastasi cerebrali. Infatti, grazie allo studio di fase II NIBIT-M1, avevamo già iniziato a dimostrare in un piccolo gruppo di pazienti l’attività dell’immunoterapia nelle metastasi cerebrali asintomatiche da melanoma.

LO STUDIO NIBIT-M2: I RISULTATI A DIECI ANNI

La sperimentazione clinica NIBIT-M2, uno studio di fase III, multicentrico, randomizzato, ha coinvolto pazienti con metastasi cerebrali asintomatiche mai trattate, confrontando tre strategie: la chemioterapia standard (fotemustina), la combinazione di fotemustina e ipilimumab, e la doppia immunoterapia con ipilimumab e nivolumab.

Dopo un follow-up mediano di oltre dieci anni (125 mesi), i risultati hanno confermano in modo netto il vantaggio della doppia immunoterapia rispetto alle altre opzioni terapeutiche.

A dieci anni dalla diagnosi, il 32% dei pazienti trattati con ipilimumab e nivolumab è ancora in vita e libero da malattia, contro il 13% di chi ha ricevuto la sola chemioterapia. Anche la sopravvivenza legata specificamente al melanoma si mantiene elevata, raggiungendo il 36 %. Si tratta di un risultato che cambia drasticamente le prospettive di sopravvivenza per questi pazienti, dimostrando che una quota significativa può ottenere un beneficio duraturo nel tempo. «Questi dati mostrano che è possibile ottenere un controllo prolungato della malattia anche a livello cerebrale, e forse la guarigione definitiva, un risultato che fino a pochi anni fa era inimmaginabile in ambito oncologico» sottolinea la professoressa Di Giacomo.

LA NOVITÀ: UNA “BIOPSIA LIQUIDA” PER PREVEDERE LA RISPOSTA

Ma la parte ancora più innovativa dello studio riguarda la possibilità di utilizzare un semplice prelievo di sangue per prevedere la risposta alle cure e monitorare l’andamento della malattia.

La biopsia liquida è una tecnica che analizza il DNA tumorale che circola nel sangue, fornendo informazioni sulla presenza e sull’evoluzione della malattia senza dover ricorrere a procedure invasive, difficili da eseguire a livello cerebrale. Attraverso complessi metodi di analisi del prelievo di sangue della biopsia liquida, è stato anche possibile caratterizzare la metilazione del DNA tumorale circolante: tale caratteristica molecolare sembra rispecchiare le caratteristiche immuno-biologiche del tumore che lo rendono sensibile all’immunoterapia.

«Abbiamo osservato che bassi livelli nel sangue di DNA tumorale circolante, e in particolare di metilazione all’inizio della cura, permettono di identificare i pazienti che potrebbero avere una

sopravvivenza più lunga» spiega Di Giacomo. Inoltre, una riduzione di questi parametri già nelle prime settimane di terapia è risultata associata a una maggiore risposta al trattamento. «Si tratta di un elemento che potrebbe contribuire ad orientare le scelte terapeutiche fin dalle fasi iniziali del percorso di cura» conclude Di Giacomo.

VERSO CURE SEMPRE PIÙ PRECISE E MIRATE

«I nostri risultati, selezionati per una presentazione orale al congresso annuale della AACR, consolidano sempre di più il ruolo dell’immunoterapia come standard di cura anche contro le metastasi cerebrali asintomatiche da melanoma. Inoltre, l’identificazione di questi nuovi biomarcatori, ottenuti dal sangue attraverso la biopsia liquida, rappresenta un passo importante verso una medicina sempre più precisa e mirata, con la possibilità di monitorare l’andamento della malattia in modo non invasivo e di orientare le decisioni terapeutiche fin dalle prime fasi del trattamento», commenta Michele Maio.

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