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MPS: l’illegalità era un sistema ai massimi livelli

Soldi per i broker, potere e immagine per i vertici

di Red

SIENA. “C’era un sistema win-win in Monte Paschi: si vince e si incassa anche quando l’operazione (per l’area finanza della banca diretta da Baldassarri) è un disastro” e tutto questo succedeva nella sede milanese di Via Zara dove c’è la sala operativa finanziaria di MPS. I senesi si credevano padroni della banca più antica del mondo ma non vedevano niente laggiù in Toscana e non sapevano niente di quanto combinasse la dirigenza della coppia Mussari-Vigni. Due personaggi che in realtà non rappresentavano il territorio ma erano prestanome di una governance che era altrove, a Roma per l’aspetto politico, a Milano per quello finanziario. Messi là col solo scopo di mantenere le rendite di posizione e di agire di conseguenza in caso di crisi che potesse ledere l’immagine vincente della “Siena rossa” del partito che fu. Nuove rivelazioni sono sull’ultimo numero dell’Espresso a firma Gianfrancesco Turano che racconta di un gruppo di lavoro a Milano incaricato di spericolate operazioni finanziarie a coprire nell’ordine il derivato Alexandria, la mancanza di utili alla banca gestita con i piedi mentre il Mussari volava alal presidenza dell’Abi, la crisi di liquidità derivante dai 17 miliardi dell’acquisto di Antonveneta (non 10 come scrive Turani, ed è bene essere sempre precisi) e lo strangolamento dell’operatività e del credito a imprese e famiglie.

Un ramo dell’inchiesta dei Pm Natalini, Nastasi e Grosso, su cui arrivano le dichiarazioni di un anonimo che faceva parte del gruppo di Via Rosellini a Milano, deve “determinare se i vertici di MPS, Mussari e Vigni, abbiano in prima battuta ordinato a Gianluca Baldassarri di usare la sala operativa e gli strumenti finanziari più sofisticati per mettere al bello i bilanci. In seconda battuta, va provato che Baldassarri abbia unito il dovere verso i superiori con il piacere di concedersi qualche profitto al di là dei bonus, già molto consistenti”. No sappiamo per il giudizio civilistico, ma per quello morale la condanna è pressoché unanime, anche tra i beneficati dal regime. Perché Turani, tutto concentrato sull’aspetto giudiziario, non potrà mai sapere delle persone zittite con la prepotenza, della paura di essere isolati e colpiti dalla vendetta del potente di turno per aver espresso dubbi o giudizi negativi, su chi riceveva finanziamenti per scrivere “bene” sempre e comunque, su direttori di giornale licenziati in tronco per un articolo che non è piaciuto. Ma questa è l’Italia, non solo Siena.

Ci rimane sempre la speranza che sia chiamato a testimoniare Mario Draghi. La ricostruzione dell’anonimo, che nell’articolo viene chiamato affettuosamente “Banker”,in una lettera intitolata “Come lavora la proprietà de Monte dei paschi di Siena” spiega: “Per usare un paragone con le imprese industriali, diciamo che MPS aveva un magazzino sopravvalutato di parecchie centinaia di milioni per volontà strategica dell’alta dirigenza. Non se ne sono accorti, nell’ordine, sindaci revisori, Consob, Bankitalia e agenzie di rating”. C’è sempre da capire il perché, e probabilmente ne erano tutti consapevoli. Nel Monte si era creata una leva finanziaria per spostare nel tempo la scoperta delle magagne, sperando che l’economia crescesse all’infinito per finanziare i prodotti strutturati che sarebbero apparsi in catena di montaggio all’infinito. Le modalità inconsuete e irrituali della compravendita di Antonveneta, in un momento del 2007 in cui la shadow banking Blackrock sarebbe stata fortemente esposta con Santander (e oggi è il principale azionista di Monte dei Paschi) che si ritrovava in pancia la banca padovana ridotta dagli olandesi di Amro in una scatola piena di debiti, devono trovare una spiegazione logica e responsabile da parte dell’allora presidente della Banca d’Italia, che lasciò Mussari a chiudere l’operazione con Emilio Botin nel maggio 2008 senza autorizzazione del’istituto centrale, perchè quella emessa nel marzo precedente non era stata rispettata.

Il 28 settembre 2012, Anna Maria Tarantola (nel 2008 responsabile Area Vigilanza di Banca d’Italia) viene interrogata dai pubblici ministeri Antonio Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grossi come testimone. E dichiara, come riporta Sarzanini sul Corriere della Sera: «Per quanto concerne l’operazione di rafforzamento patrimoniale relativa all’aumento di capitale di un miliardo si poneva il problema della computabilità dell’operazione nel core capital (patrimonio di vigilanza ndr ). Per riconoscere tale strumento nel capitale primario era necessario che fossero garantiti il trasferimento del rischio di impresa e la flessibilità dei pagamenti. Nel marzo del 2008 venne rilasciata l’autorizzazione all’acquisizione di Antonveneta a condizione che tutte le operazioni di rafforzamento patrimoniale fossero realizzate prima dell’acquisizione, con particolare riguardo al rafforzamento patrimoniale dedicato a Jp Morgan che i contratti prevedessero i due requisiti accennati». Tarantola evidenzia «una comunicazione del settembre 2008 con cui si rendeva noto a Mps che l’operazione così come strutturata non poteva computarsi nel core capital poiché il contratto di usufrutto non garantiva la flessibilità dei pagamenti e non vi erano sufficienti garanzie sul trasferimento del rischio di impresa. Si invitava pertanto Mps a considerare tutte le possibili opzioni per consentire il rafforzamento patrimoniale richiesto. In caso di modifica della contrattualistica si richiamava il connesso rischio legale». Ma a settembre 2008 i bonifici di Mussari a Botin erano volati via senza possibilità di ritorno: nessuno pagò le conseguenze al fatto di non aver ottemperato alle prescrizioni della banca centrale, era tutta una finta.
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