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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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Lettera da una madre rassegnata: “Nel 2026 mi aspettavo una scuola migliore”

Un resoconto delle criticità che deve servire come spunto di riflessione

SIENA. Buongiorno, sono la madre di una ragazza che frequenta il secondo anno del Liceo Galileo Galilei di Siena.
Alla conclusione del biennio mi trovo a pormi molte domande. È normale che ogni mattina gli studenti debbano fare i conti con un vero e proprio “bollettino” di assenze e sostituzioni degli insegnanti, che coinvolge quasi tutte le classi? È normale che, in alcune occasioni, i ragazzi vengano fatti entrare a scuola per svolgere una sola ora di lezione nell’intera giornata?
È normale che al 20 maggio ci siano materie in cui non compare ancora nemmeno un voto sul registro per il secondo quadrimestre? È normale, sempre al 20 maggio, non sapere se un debito accumulato nel primo quadrimestre sia stato recuperato oppure no? E come può uno studente affrontare serenamente la seconda parte dell’anno, se non ha nemmeno chiaro se abbia davvero compreso le nozioni della prima?
È normale organizzare corsi di recupero per gli studenti con debiti senza considerare che, a calendario, possano sovrapporsi tra loro, rendendo di fatto impossibile frequentarli? È normale svolgere compiti in classe o interrogazioni e riceverne l’esito dopo mesi? È normale concentrare verifiche e interrogazioni nelle ultime due settimane di scuola, non tanto per verificare realmente l’apprendimento, ma con l’effetto concreto di stressare e angosciare gli studenti, esponendoli al rischio di compromettere l’anno quando ormai non c’è più tempo per recuperare? Si parla tanto di inclusione e di attenzione al benessere psicologico e poi i primi esclusi da una scuola serena sono proprio i nostri ragazzi.
È normale esporre questi problemi in un colloquio con la dirigenza scolastica e non riscontrare poi alcun miglioramento? Ed è normale che, di fronte ai tanti fatti di cronaca quotidiani che riguardano direttamente anche la vita dei ragazzi, non si senta quasi mai dire: “Oggi ne abbiamo parlato in classe”? Al massimo si osserva un minuto di silenzio, del quale magari qualcuno non conosce nemmeno il motivo, però i sumeri li sappiamo a memoria.
Siamo andati tutti a scuola, chi più e chi meno, e tutti abbiamo vissuto sulla nostra pelle le cose buone e quelle meno buone del sistema scolastico. Per questo mi chiedo: com’è possibile che chi ha scelto di fare l’insegnante — perché, secondo me, per un lavoro come questo serve anche una vocazione — finisca talvolta per ripetere gli stessi errori che magari ha subìto a sua volta, pur sapendo che a pagarne le conseguenze sono sempre i ragazzi?
La scuola dovrebbe far crescere, illuminare, incuriosire, appassionare. Dovrebbe aiutare gli studenti a comprendere il mondo, non limitarsi a inseguire affannosamente il programma fino al termine dell’anno scolastico.
Ecco, io nel 2026 mi aspettavo una scuola migliore. Invece, almeno per l’esperienza che sto vivendo, non ci siamo.
Spero che questo mio sfogo possa essere accolto non come una semplice lamentela, ma come uno spunto di riflessione.

Lettera firmata

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