... la cornice nazionale che evoca rischia di ritorcerglisi contro"
di Pierluigi Piccini
SIENA. La presa di parola di Carlo Messina non è un commento a margine: è una mossa dentro la fase morta dell’operazione. Il documento è depositato in Consob, l’assemblea Intesa è fissata al 10 settembre, e fino ad allora non c’è nulla da comprare — il periodo di adesione non è aperto. In questo vuoto la partita non si gioca sulle azioni ma sul clima: sul racconto, sulla disposizione delle autorità, sull’umore dei territori. E Messina occupa quel terreno prima che si apra il campo vero, scegliendo Torino e un evento sulla formazione dei giovani: casa propria, cornice istituzionale, tono da statista più che da conferenza di combattimento.
Il tempismo spiega tutto. La mattina stessa il Sole 24 Ore rilancia i colloqui tra Lovaglio e Donnet e l’ipotesi di un rafforzamento di Generali nel capitale del Monte, un progetto già studiato nel 2021 sul modello Allianz-Dresdner e oggi congelato dagli ostacoli regolamentari. Nei giorni precedenti si era fotografato lo stallo politico sul golden power, con Forza Italia contraria e la Lega divisa, mentre la Bce si prepara al via libera. E il 16 luglio si riunisce il consiglio di Mps. Messina risponde alle tre pressioni in una volta sola. Sull’asse con Trieste sceglie il registro dello sgonfiamento — è naturale che Mps e Generali si parlino, visto che il Monte ne è il primo azionista, nessuna novità rispetto al contesto — riducendo l’alternativa a routine per toglierle ogni carica.
Sul golden power fa invece la mossa più insidiosa, e qui la sua efficacia si biforca. Sostenere che solo Intesa può garantire gli asset del Paese, «non francesi o tedeschi», è un tentativo di espropriare la cornice della sovranità: non golden power contro Intesa, ma Intesa come garante dell’interesse nazionale contro il predatore straniero, con in più la rassicurazione — cara al governo — sulla stabilità del Leone. Retoricamente abile, ma potenziale autogol. Per rovesciare la leva a proprio favore, Messina è costretto a concederne il presupposto: che quel perimetro — Mps, Mediobanca, una quota di Generali — sia materia di sicurezza strategica. Ammesso questo, ha ammesso che il governo ha titolo a decidere; e con una maggioranza spaccata, un dibattito ad alta intensità produce più facilmente prescrizioni e condizioni che un via libera pulito. Alza la salienza proprio dello strumento che vorrebbe disinnescare.
Verso i propri azionisti, al contrario, il messaggio è calibrato: se arriverà un’offerta migliore andrà avanti solo finché potrà creare valore, altrimenti lascerà ad altri. È disciplina, non conquista — la promessa di non trasformare l’Opas in prova di forza, di non pagare oltre il razionale, così che il 10 settembre l’aumento passi senza il timore di un amministratore in modalità impero. È la parte più solida del suo discorso, perché rivolta al pubblico giusto: i suoi soci, non quelli di Siena.
Ed è a Siena che la sua formula, «vera banca dei territori», si incrina. Per superare l’antitrust, l’operazione consegna il marchio Monte dei Paschi e centinaia di sportelli all’aggregato Unipol–Bper, mentre le strutture centrali e Mediobanca restano a Ca’ de Sass. Il nome sopravvive, attaccato a un contenitore terzo; la sostanza migra a Torino. Rassicurare i territori mentre la banca-territorio per eccellenza — quella che porta il nome della città — viene svuotata e il guscio ceduto è un argomento che a Torino suona e a Siena stride. Le 13.100 assunzioni di giovani, che Messina presenta come il più grande programma del Paese, sono la contropartita occupazionale offerta a quello stesso fronte: il pezzo più concreto della sua comunicazione, e insieme quello che meglio misura la distanza tra il nome che resta e la banca che parte.
Sul mercato Messina è efficace, e il campo avverso lo aiuta. La sua vera incognita è politica: appropriarsi della cornice nazionale può sbloccare il golden power come può, in una maggioranza spaccata, riempirlo di condizioni — nessuno dei due esiti è ancora scritto. E sul territorio non c’è, oggi, una resistenza organizzata: c’è un nome che resta a Siena mentre la sostanza parte per Torino. Finché quella distanza non diventa domanda politica, resterà soltanto un’asimmetria elegante.




