di Pierluigi Piccini
SIENA. Oggi, 18 maggio 2026, è il giorno dello stacco della cedola di Banca Monte dei Paschi di Siena. La festa vera — il pagamento — sarà mercoledì 20. Ma già oggi gli azionisti di Rocca Salimbeni hanno di che sorridere. Il dividendo è di 0,86 euro per azione, per una distribuzione complessiva di circa 2,6 miliardi di euro, con un dividend yield intorno al 10%: tra i più elevati dell’intero settore bancario italiano. Per capire dove si colloca il Monte in questo panorama basta qualche raffronto: Intesa Sanpaolo, prima banca del Paese, tra acconto e saldo è arrivata a 0,37 euro; Bper e Mediolanum si sono fermate a 0,65. Gioca da sola, in una categoria superiore, Unicredit, che ha superato i 3 euro. Ma Unicredit è un colosso europeo con una base patrimoniale e una redditività di scala difficilmente paragonabili.
Il dato che colpisce di più, però, è quello storico. I vertici del Monte hanno tenuto invariato il valore della singola cedola rispetto al 2025, ma l’abbondante capitale in eccesso accumulato nel corso dell’esercizio ha portato la distribuzione totale da 1,083 miliardi a 2,6 miliardi. Siamo ai livelli più alti dal 2000 — quando il premio era ancora in lire — e quasi quattro volte sopra il 2023, anno in cui la banca, con due anni di anticipo sul piano industriale, era riuscita a remunerare di nuovo i propri azionisti dopo un lungo digiuno.
Facendo qualche calcolo sugli incassi attesi: Delfin, primo socio con il 17,5% del capitale e 532 milioni di azioni, porterà a casa oltre 400 milioni. Il Tesoro, sotto il 5% con 147 milioni di azioni, incasserà oltre 126 milioni. La Fondazione MPS, che ha recentemente raddoppiato la propria quota portandola allo 0,2%, riscuoterà poco più di 2 milioni: circa il doppio dell’anno scorso. Rientri considerevoli anche per il Gruppo Caltagirone, salito al 13,5%, e per il fondo Blackrock, attestato poco sotto il 5%.
La mossa non è solo finanziaria. L’amministratore delegato Luigi Lovaglio ha centrato su questo tema una parte rilevante del piano industriale: tra il 2026 e il 2030 ha promesso di distribuire 16 miliardi agli azionisti, con un payout del 100%. Una media di 3,2 miliardi l’anno. Un impegno di comunicazione prima ancora che di bilancio.
Ma qui la domanda — è davvero una buona notizia? — comincia a farsi più complicata. E non solo per ragioni tecniche.
Distribuire il 100% dell’utile agli azionisti per un decennio non è una scelta soltanto gestionale: è una scelta politica nel senso più preciso del termine. Significa stabilire a chi appartiene una banca che fino a pochissimi anni fa era tenuta in piedi con denaro pubblico — i Monti Bond, i miliardi del Tesoro, il bailout che tutti ricordiamo. Una banca salvata con soldi collettivi che ora remunera in modo straordinario soggetti privati: Delfin, Caltagirone, Blackrock. Il Tesoro incassa 126 milioni — che è già qualcosa — ma con una quota sotto il 5% è ormai un azionista marginale. Lo Stato ha socializzato le perdite negli anni del dissesto e sta privatizzando i profitti negli anni della ripresa. È uno schema che si ripete, e che ha un nome politico prima ancora che finanziario.
C’è poi un secondo livello. La scelta di distribuire tutto — payout al 100% — anziché trattenere capitale per affrontare un’integrazione complessa come quella con Mediobanca, è una decisione che privilegia la soddisfazione immediata degli azionisti sulla solidità di lungo periodo dell’istituto. Il dividendo non va valutato solo in base al rendimento atteso, ma anche alla capacità del gruppo di sostenerlo dopo l’integrazione, i costi straordinari di ristrutturazione e le possibili decisioni strategiche future. L’integrazione operativa tra due istituti così diversi — retail banking da una parte, corporate e investment banking dall’altra — è complessa per definizione, e porta con sé costi straordinari, possibile diluizione per gli azionisti e valutazioni contestate sul concambio.
Gli analisti più cauti ricordano che l’intera operazione si regge su un’integrazione culturale e operativa tutt’altro che scontata, esposta a un eventuale aumento del costo del capitale, a una governance articolata, all’incertezza regolamentare europea e al rischio di perdita di competenze e asset.
Come ho scritto qualche giorno fa su questo blog a proposito dei risultati del primo trimestre 2026, i costi contabili dell’acquisizione di Mediobanca peseranno per anni. E la scelta di distribuire tutto l’utile agli azionisti lascia poco margine per eventi imprevisti. È una banca che ha risolto i problemi del passato e si è caricata di sfide nuove, più sofisticate e meno visibili. Queste sfide non stanno nei titoli in maiuscolo. Stanno nelle note a piè di pagina.
La cedola è generosa, questo è fuori discussione. Ma la generosità, in finanza come in politica, è spesso il volto migliore di una scommessa — e a volte di un debito che qualcun altro, prima o poi, dovrà pagare.




