SIENA.Non c’è niente da fare, il mondo continua ad andare al contrario e non capiamo il perché. Oggi (16 gennaio) il sottosegretario del ministro per gli Affari regionali Stefano Buffagni ha dichiarato che siamo in “un momento nel quale si può ragionare per andare nella direzione di aggregazioni tra istituti per rendere più solido il nostro sistema”. Tradotto in parole comprensibilmente chiare: dopo aver smontato il terzo istituto bancario d’Italia, il Monte dei Paschi di Siena, l’Europa e la politica italiana ci chiedono di usare Rocca Salimbeni come punto aggregante bancario che ritorni alle dimensioni che furono prima dell’acquisizione della Banca Antonveneta. Prima, ché dopo si scoprì essere tutto un bluff. Ieri la Bce ha sentenziato che i 5,4 miliardi che lo Stato italiano ha investito nella banca senese nel 2017 – neanche due anni fa… – sono insufficienti. Con conseguente capitombolo di borsa. Cioè gli espertoni che due anni fa avevano spulciato con solerzia e pragmatismo i conti lasciati da Profumo a Viola e che avevano approvato tutto l’ambaradan con solenni dichiarazioni di capi di Stato, capi di banche, capi di… hanno cambiato idea come io potrei fare a proposito dell’abatjour bianco che troneggia sulla mia scrivania. Ci vuole giallo!
Se fossimo fini economisti di qualche carrozzone, Confindustria compresa, un poco di credibilità ce l’avrebbero accordata, un paio di anni fa. Ma solo per aver scritto su questo giornale on line, che vivaddio ha la memoria lunga quanto Google (http://www.ilcittadinoonline.it/economia-e-politica/mps-un-euro-non-poteva-prendersi-le-venete/), che forse era il caso, visto che con i soldi dello Stato coprivano le perdite delle quattro banche fallite dell’era Renzi/Boschi, lo stesso si tenesse per sè dentro MPS la parte rimasta buona invece di regalarla per 1 euro alla privatissima Banca Intesa. Oggi dicono che Bruxelles chieda un matrimonio per migliorare la redditività…
I nostri più affezionati lettori sanno bene come abbiamo sempre contestato – pur non potendo accedere nemmeno di frodo alla loro visione – i conti che puntualmente dal 2011 a oggi la dirigenza della banca ha presentato di anno in anno. E che ne abbiamo contestato poi i rimedi (leggi: aumenti di capitale fino alla ricapitalizzazione precauzionale della Ue del 2017), ritenendoli puntualmente insufficienti. Oggi ce ne danno ragione (e non sappiamo che farcene) e magari fra poco ammetteranno pure l’errore di aver rimandato in borsa il titolo, spacciandolo per risanato (un refrain buono per tutte le stagioni, evidentemente) e facendo felice la speculazione, l’unica ad aver capito che era solo lo specchietto per le allodole di battistiana memoria. Quotazione in Borsa = affidabilità = gestione del potere politico a Siena e in Italia.