Da cacciatore a preda in dodici mesi
Il 29 ottobre gli azionisti del Monte dei Paschi decideranno, di fatto, chi guiderà la banca più antica del mondo. L’assemblea è confermata e, formalmente, il quadro non è cambiato. Un anno fa Siena era il cacciatore: l’offerta su Mediobanca si è chiusa con l’86,3% di adesioni e il Monte è diventato il perno di un nuovo polo. Oggi è la preda più contesa d’Italia.
A giugno Intesa Sanpaolo ha lanciato un’Opas su Mps: 16 azioni Intesa ogni 10 azioni Mps, più 1 euro in contanti per azione. Il 2 ottobre ha aggiunto altri 25 centesimi, a una condizione precisa: che l’assemblea senese bocci il piano alternativo del management. Intesa terrebbe Mediobanca, il marchio e circa 625 filiali; buona parte del resto della rete andrebbe a Unipol, per confluire poi in Bper. Ma nelle ultime settimane il titolo Intesa ha perso terreno in Borsa e, poiché l’offerta è pagata soprattutto in azioni, il suo valore si è ridotto: in molti giudicano troppo scarsa sia la proposta iniziale sia il rilancio di 25 centesimi. Siena, intanto, prosegue per la sua strada e non perde occasione per fare le pulci all’offerta.
La risposta di Luigi Lovaglio è una doppia offerta di scambio, su Banco Bpm e Banca Generali, con un premio intorno al 10%. Per superare la passivity rule servono però i due terzi dei voti. E i soci che contano sono divisi: Delfin, con il 17,6%, si è già impegnata ad aderire all’offerta di Intesa; Caltagirone, con il 13,5%, appare orientato al no al piano di Lovaglio; il Tesoro, sceso a circa il 4,7%, non voterà.
C’è poi un punto dell’ordine del giorno che rischia di passare in secondo piano e che invece potrebbe scombinare il gioco: la fusione tra Mps e Mediobanca. Intesa non la approva, mentre il proxy advisor ISS suggerisce di votare sì. Carlo Messina ha posto paletti netti, secondo la logica del «tutto o niente»: un via libera alla fusione potrebbe quindi mettere in discussione la stessa Opas. Sarà interessante vedere come voteranno i soci.
Chi vince, comunque vada
Il primo vincitore è già scritto, ed è la concorrenza tra offerenti. Quando due progetti si contendono la stessa banca, gli azionisti hanno più alternative e più potere negoziale: il rilancio di Intesa è nato proprio dalla mossa di Lovaglio.
Il secondo vincitore è lo Stato, che dopo il salvataggio sta completando l’uscita dal capitale: la valutazione che il mercato assegna alla banca incide direttamente su quanto rientra nelle casse pubbliche.
Poi ci sono i grandi soci. Delfin e Caltagirone hanno usato il Monte come veicolo per arrivare a Mediobanca e, attraverso di essa, a Generali. Qualunque sia l’esito, saranno loro a decidere da che parte pende la bilancia. Ed ecco il punto che ormai in molti sottolineano: la vera posta non è Siena, è Trieste. Chi controlla il Monte eredita il 13% di Generali, cioè una delle chiavi del risparmio italiano. La mira, più che su Mps, è su Generali.
Tra i vincitori potenziali ci sono anche Intesa, che otterrebbe Mediobanca e quella quota, e Unipol con Bper, che acquisirebbero una rete di filiali come rimedio antitrust.
Chi rischia di perdere? Siena, in entrambi gli scenari. Con Intesa, il Monte entrerebbe in un gruppo con il centro decisionale altrove; con il progetto di Lovaglio, la città resterebbe al centro di un’integrazione a tre, più complessa e dall’esito meno prevedibile. E i clienti, se il sistema si concentra: meno banche significa, nel tempo, meno alternative al momento di chiedere un mutuo o rinegoziare un tasso.
Tre lezioni per chi risparmia
Il titolo non conta quanto il suo peso. Nell’arco di pochi anni il Monte è passato dal salvataggio pubblico alla conquista di Mediobanca. Chi aveva tutto su un solo nome ha subito ogni scossone per intero; chi lo teneva come una parte del portafoglio ha potuto attraversare quelle fasi con più serenità. La differenza non l’ha fatta il titolo scelto, ma la diversificazione.
Il legame con la banca di casa è un rischio, non una garanzia. Siena lo sa meglio di chiunque: la Fondazione aveva concentrato gran parte del proprio patrimonio in un solo titolo, e la città ne ha pagato il prezzo. L’affetto per un nome è comprensibile, ma in un portafoglio va misurato come qualunque altra esposizione.
Chi ha alternative tratta meglio. Lovaglio ha alzato il prezzo semplicemente mettendo un’opzione sul tavolo. Vale anche per le famiglie: chi ha liquidità e investimenti ben distribuiti non è mai costretto a vendere nel momento sbagliato, né ad accettare la prima offerta.
Cosa cambia nei portafogli
L’impatto dipende da che cosa si possiede. Ecco i casi più frequenti.
Chi ha azioni Mps ha tre strade: aderire all’offerta, vendere sul mercato o restare. Chi aderisce riceve soprattutto azioni Intesa: il valore finale dipenderà dal loro prezzo, come dimostra il calo delle ultime settimane, e lo scambio è di norma un evento fiscalmente rilevante, che fa emergere plusvalenze o minusvalenze. Chi resta deve sapere che, sopra il 90-95% di adesioni, scatta l’acquisto obbligatorio e il titolo può uscire da Piazza Affari.
Chi ha fondi o Etf sulla Borsa italiana si ritroverà più concentrato sulle banche, perché due titoli importanti diventerebbero uno solo. È il momento di controllare quanto pesa davvero il settore finanziario nel proprio portafoglio.
Chi ha obbligazioni Mps deve seguire le comunicazioni dell’emittente e l’evoluzione del rating: un cambio di controllo può influire sul valore dei titoli, in un senso o nell’altro.
Chi è cliente del Monte non rischia i propri risparmi: i depositi restano protetti dal Fondo interbancario fino a 100.000 euro per depositante. Se la filiale passasse a un’altra banca, potrebbero cambiare Iban, condizioni e referenti: conviene leggere con attenzione ogni comunicazione e confrontare le nuove condizioni.
In ogni caso, la scelta va fatta sul proprio portafoglio complessivo, non sull’onda della notizia del giorno.
Cosa si gioca Siena
Per la città il Monte non è solo una banca. È Rocca Salimbeni, sono posti di lavoro diretti e nell’indotto, è il credito a famiglie e imprese del territorio, è il sostegno storico a cultura e iniziative locali.
Le due strade offrono prospettive diverse. Il progetto di Lovaglio punta a un terzo polo bancario indipendente con Siena al centro, insieme a Banco Bpm e Banca Generali. Intesa sostiene che Siena e la Toscana avranno un ruolo importante e annuncia iniziative dedicate al territorio, mentre una parte della rete passerebbe a Unipol e Bper.
Comunque vada, la città ha interesse a chiedere impegni scritti e verificabili:
livelli occupazionali e funzioni direttive che restino a Siena;
credito effettivo alle Pmi e alle famiglie toscane, non solo filiali aperte;
continuità del marchio e del sostegno alle iniziative culturali e sociali;
un canale di confronto stabile tra la banca e le istituzioni locali.
Il voto che conta davvero
Che vinca Intesa o il progetto di Lovaglio, il Monte non tornerà quello di prima. E il voto sulla fusione con Mediobanca potrebbe pesare quanto quello sulle offerte. Per Siena la domanda giusta non è chi guiderà la banca, ma che cosa resterà alla città. Per i risparmiatori, la lezione è più semplice e vale ben oltre questa vicenda: nessuna banca, nemmeno la più amata, dovrebbe pesare troppo nel proprio patrimonio.
Nel mio lavoro lo ripeto ogni giorno: un’operazione come questa non va letta con gli occhi di chi cerca il guadagno di una settimana. Il valore di un titolo si costruisce nel medio termine, sulla solidità dell’azienda, sui suoi utili e sulla qualità di chi la guida. Chi investe dovrebbe sapere perché possiede ciò che possiede, e crederci. Speculare sulle voci di un’offerta è un gioco in cui, quasi sempre, vince qualcun altro.
Luca Stradiotto, fondatore di Strade Consulting, consulente finanziario e intermediario assicurativo.
Le opinioni espresse hanno finalità esclusivamente informative e non costituiscono consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento o all’adesione alle offerte citate. Prima di ogni decisione è opportuno leggere i documenti d’offerta ufficiali e valutare la propria situazione con un consulente.


