di Enzo Martinelli
SIENA. A Milano di banche ce ne sono state sempre tante, perché c’è Piazza Affari, la sede della Borsa Italiana. Ogni istituto di credito nazionale vedeva nell’apertura di una filiale a Milano il raggiungimento di un traguardo. Naturalmente anche i grandi gruppi bancari stranieri hanno la loro rappresentanza nella capitale della finanza d’Italia. La borghesia locale ha però sempre privilegiato i rapporti con le banche meneghine alcune delle quali, in questi ultimi decenni, hanno cambiato nome e proprietà. Sono scomparsi le sigle Cariplo, Credito Italiano, Banco Ambrosiano, Imi, Banco Lombardo, Banca Commerciale, sostituite o accorpate in altri cartelli oggi sulla cresta dell’onda (Unicredit e Intesa).
La finanza d’alto bordo ambiva da sempre di frequentare e controllare Mediobanca, il salotto buono del dio dollaro, nel quale dai tempi di Enrico Cuccia venivano decise tutte le più importanti operazioni finanziarie e industriali del Paese. A quel salotto ha fatto sempre capo una quota azionaria decisiva per il controllo di Generali, la potente assicurazione triestina che, assieme alla Banca d’Italia, assicura l’acquisto (e la sopravvivenza) del debito del Tesoro italiano.
Insomma, alla Milano capitale della finanza, della moda, dell’editoria, del design, dell’innovazione, del pallone, della TV, dei grattacieli, della fiera universale, delle dieci università, è andata di traverso l’operazione con la quale Lovaglio, Delfin, Caltagirone (gli ultimi due già dentro Mediobanca e Generali) e soci, scesi nel mercato con lo scudo storico del Monte dei Paschi, con una veloce e abile manovra hanno conquistato il “cuore” del capitalismo italiano.
La riscossa, con la stessa procedura usata da Lovaglio, ora l’ha preparata e promossa Intesa, erede della finanza “bianca” (Cariplo+San Paolo di Torino) in accordo con il salvadanaio “rosso” di Unipol.
La competizione con Intesa per Siena, al momento, sembra impari anche se le cartucce, sul piano finanziario sono in mano agli azionisti, i cui atteggiamenti presentano sempre tassi di incertezza. Le controproposte all’operazione meneghina, ovvero le offerte su BPM e Banca Generali, studiate ed attivate dalla fervida progettualità del geniale architetto finanziario Lovaglio, poggiano anch’esse sulle basi azionarie degli istituti interessati. Purtroppo fra tutti gli azionisti coinvolti alle vicende in atto Siena non c’è, ad eccezione dello zero virgola in mano alla Fondazione MPS.
A tal fine è bene ricordare che l’11 luglio 2009, il Sole 24 ore riferiva: “il portafoglio investimenti della FMPS vale 6,61 miliardi di euro ed è concentrato per il 73% su un’unica azione, quella del Montedeipaschi”. E ancora: “Dopo la sottoscrizione dell’aumento di capitale del maggio 2008, che ha consentito all’istituzione senese di acquistare l’Antonveneta, la quota della Fondazione è ora al 45,87% del capitale ordinario del Mps”. Sulla base di tali risultanze il giornale della Confindustria il 22 agosto 2009 titolava una pagina con una dichiarazione di Gabriello Mancini, presidente della Fondazione.” Mps non sarà mai contendibile”. E ancora: “Quest’anno abbiamo incassato 65 milioni di dividendi Mps contro i 370 del 2008”. Queste notizie (oltre ad essere utili per i giovani) chiariscono che la difesa (o la disfatta) della banca di Siena si è sempre fatta solo con il possesso delle azioni. Il resto è “retorica”, come ha ben scritto Pier Luigi Piccini. E con la retorica non si va da nessuna parte.




