SIENA. Di seguito la nota di Carlo Magni (Uilca Mps).
Vi è qualcosa che, nell’attuale stagione di quello che viene comunemente definito risiko bancario, continua ad apparirmi profondamente contraddittorio e, per certi aspetti, persino difficile da conciliare con molti dei principi che negli ultimi anni hanno accompagnato il dibattito pubblico sul ruolo del sistema creditizio nel nostro Paese.
Da tempo, infatti, le istituzioni, le autorità di vigilanza, il mondo economico e finanziario, gli osservatori e gli stessi protagonisti del mercato richiamano con insistenza la necessità di sostenere la crescita dell’Italia, rafforzarne la competitività, accompagnarne gli investimenti, contrastare quella desertificazione bancaria che continua a sottrarre presìdi economici e sociali a territori sempre più estesi e, soprattutto, preservare quel rapporto di prossimità tra banca, famiglie, imprese e comunità locali che costituisce uno degli elementi essenziali della funzione sociale del credito. Si tratta di considerazioni che condivido pienamente e che ritengo tuttora fondamentali, proprio perché affondano le proprie radici in una concezione della banca che non si esaurisce nella dimensione finanziaria, ma conserva una relazione diretta con lo sviluppo dei territori e con l’economia reale.
Proprio per questa ragione mi riesce difficile comprendere una logica che sembra invece procedere lungo una direttrice diversa, nella quale la crescita non coincide con la creazione di nuovo valore ma con la progressiva eliminazione di soggetti esistenti; nella quale l’obiettivo non appare quello di ampliare il sostegno all’economia reale bensì quello di redistribuire quote di mercato già consolidate; nella quale il successo sembra misurarsi non tanto sulla capacità di finanziare meglio famiglie e imprese quanto sulla possibilità di assorbire, incorporare o neutralizzare concorrenti, quasi che la dimensione rappresenti di per sé un valore sufficiente a giustificare qualsiasi operazione.
Nel caso di Monte dei Paschi questa riflessione assume una portata ancora più significativa, perché non stiamo discutendo di una banca qualunque né di una realtà priva di una propria storia e di una propria identità. Stiamo parlando di un istituto che rappresenta una parte rilevante della storia economica italiana, di una realtà che ha attraversato secoli di trasformazioni, crisi e mutamenti, e di una comunità professionale che ha conosciuto una delle stagioni più difficili della propria esistenza, riuscendo tuttavia, attraverso sacrifici enormi, senso di appartenenza, professionalità e dedizione, a riconquistare credibilità, solidità patrimoniale e capacità di produrre valore.
Per anni alle lavoratrici e ai lavoratori è stato chiesto di credere nel risanamento; per anni è stato chiesto loro di affrontare riorganizzazioni profonde, uscite, trasformazioni tecnologiche, riduzioni di organico e cambiamenti continui; per anni è stato spiegato che il futuro della banca sarebbe dipeso dalla capacità di restituirle stabilità, equilibrio e competitività. Oggi quel risultato è sotto gli occhi di tutti: Monte dei Paschi è tornata a produrre utili importanti, è tornata a distribuire dividendi, è tornata a occupare un ruolo rilevante nel panorama bancario nazionale e ha recuperato una centralità che soltanto pochi anni fa appariva difficile perfino immaginare.
Ed è proprio a questo punto che emerge la domanda più difficile, quella che forse merita una riflessione più approfondita e che non può essere liquidata come una semplice valutazione emotiva o identitaria: se una banca viene risanata, rafforzata e riportata al centro del sistema, perché il suo destino dovrebbe essere quello di scomparire?
Questo è, in fondo, il nodo che non può essere eluso. Non stiamo parlando soltanto di un’operazione finanziaria, né esclusivamente di interessi azionari o di valutazioni di mercato; stiamo parlando della possibile cancellazione di Monte dei Paschi come banca autonoma, della possibilità che la sua rete commerciale venga suddivisa tra altri soggetti e della prospettiva che ciò che è stato costruito e ricostruito nel corso degli anni finisca per essere disperso all’interno di realtà differenti. Stiamo parlando, in altre parole, della possibile scomparsa di un’identità aziendale, di una cultura professionale, di un sistema di relazioni industriali e di un patrimonio di competenze che non nasce da un algoritmo finanziario ma dal lavoro quotidiano, dall’esperienza accumulata nel tempo e dalla dedizione di migliaia di persone.
A questo punto la riflessione assume inevitabilmente un respiro più ampio, perché se il destino delle banche che riescono a risanarsi è quello di essere successivamente assorbite o smembrate, allora diventa inevitabile interrogarsi sul modello di sviluppo che stiamo perseguendo. Se ogni operazione conduce verso una concentrazione sempre maggiore, se ogni stagione del credito si conclude con un numero inferiore di operatori e se ogni banca che torna forte viene immediatamente considerata una preda, il rischio è quello di confondere la concentrazione con lo sviluppo e la dimensione con il valore, attribuendo alla grandezza un significato che non sempre coincide con l’effettivo rafforzamento del sistema.
La storia economica, del resto, insegna che non sempre ciò che è più grande è anche migliore, che non sempre la riduzione del numero dei soggetti produce maggiore efficienza e che non sempre l’eliminazione di un concorrente coincide con il rafforzamento complessivo del mercato. Esiste una differenza profonda tra costruire un progetto industriale e spartirne i risultati; una differenza altrettanto profonda tra creare valore e redistribuire valore già esistente; una differenza sostanziale, infine, tra rafforzare una banca e cancellarla.
Per tale motivo la questione che oggi si pone attorno a Monte dei Paschi non riguarda soltanto il futuro di un istituto, ma investe, in una prospettiva più generale, il futuro stesso del sistema bancario italiano. Dopo anni nei quali a una comunità di donne e uomini è stato chiesto di salvare una banca, di difenderla, di rilanciarla e di riportarla agli utili, appare infatti legittimo domandarsi se il punto di arrivo debba davvero coincidere con la sua scomparsa oppure con la valorizzazione di ciò che è stato costruito e riconquistato attraverso un percorso lungo e difficile.
Monte dei Paschi non è soltanto una quota di mercato, né una rete commerciale, né una somma di attivi, passivi, sportelli e coefficienti patrimoniali. Monte dei Paschi è un patrimonio del Paese; è storia, competenza, lavoro e fiducia riconquistata. Proprio per questo risulta difficile comprendere perché tutto ciò debba essere considerato il punto di partenza di una spartizione anziché il fondamento di un autentico progetto industriale capace di guardare al futuro, valorizzando quanto il tempo, il sacrificio e la professionalità di migliaia di persone hanno saputo ricostruire.




