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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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La Fondazione MPS e la politica: caso emblematico

Nessun tentativo di smarcarsi dalle scelte "superiori"

di Red

SIENA. I politici senesi possono stare moderatamente  tranquilli. La modifica dello statuto della Fondazione MPS non è un problema squisitamente locale, ma interessa tutto il sistema che fa capo all’Acri e al suo presidente Guzzetti. Molto interessante l’analisi proposta da lavoce.info: “Le fondazioni vanno riformate, risolvendo l’anomalia di istituzioni non profit che esercitano funzioni di controllo negli istituti di credito e farebbero meglio il loro mestiere se non si occupassero di banche (sopratutto in tempi di crisi)”. Esattamente il contrario di quello che ha fatto Palazzo Sansedoni, dunque, che in mano si ritrova solo azioni della banca, due palazzi storici (ma quello detto del Capitano potrebbe essere venduto), qualche speculazione irrealizzabile in giro per l’Italia. Ma ecco come la vedono Tito Boeri e Luigi Guiso: “Un recente accurato studio di Mediobanca ha cercato di rendere un po’ più trasparente il mondo delle 88 fondazioni bancarie che compongono il regno di Giuseppe Guzzetti. Le risultanze di questo studio sono inquietanti. Le fondazioni sono tuttora le principali azioniste delle banche conferitarie, nonostante la legge prevedesse da tempo la loro graduale fuoriuscita dal capitale delle stesse. Questa concentrazione ha fatto precipitare i rendimenti degli investimenti delle fondazioni rispetto anche a benchmark di portafogli “a rischio zero” mentre le ha sovraesposte ai rischi che si sono poi materializzati negli ultimi due anni. Oggi le fondazioni hanno visto crollare le loro entrate, dato che le banche non sono più in condizione di staccare dividendi. Indicativo il caso della Fondazione Monte Paschi, che si è indebitata per partecipare all’aumento di capitale MPS e sembra avere i giorni contati dato che la banca conferitaria dovrà nei prossimi anni destinare 350 milioni di utili a ripagare i Tremonti bond”.

Giorni contati per la Fondazione MPS ma Gabriello Mancini non intende mollare, come ogni buon capitano. Ha dichiarato a Il Sole 24 Ore: “Mi piacerebbe lasciare la presidenza avendo riformato lo statuto”. Avendo sbagliato tutto, cos’altro potrebbe fare? Cesare Peruzzi sembra infierire: svalutazione di patrimonio, debiti, perdite. Ma il soldato Gabriello è roccioso: “Abbiamo aderito agli aumenti di capitale di Banca Mps, nel 2008 e nel 2011, in coerenza con le indicazioni programmatiche delle istituzioni locali, in particolare Comune e Provincia, che al primo posto nei loro documenti d’indirizzo hanno sempre messo il mantenimento di un forte controllo in Banca Mps; e considerando le preoccupazioni a livello nazionale per la salvaguardia del sistema Paese, emerse anche nell’aprile 2011 in una riunione a Roma tra Governo, banche e Fondazioni. Tutti sapevano. In questa storia non c’è un unico responsabile”. Peruzzi capisce le difficoltà dell’intervistato, e non va oltre nella ricerca dei nomi dei responsabili. Ma si vorrebbe sapere se Mancini era d’accordo con i politici che, manifestamente, sanno di non intendersi di finanza e banca? Non poteva avvertire dell’errore i vari Cenni, Ceccuzzi, Ceccherini, Bezzini, la giunta comunale e quella Provinciale, il coordinamento della segreteria del PD a Siena, il vicepresidente del consiglio Regionale Alessandro Starnini e dell’attuale presidente Alberto Monaci, ed evidentemente il partito a Roma, il governo nella persona del presidente Romano Prodi, del ministro delle Finanze Padoa Schioppa, del ministro dello sviluppo economico Pier Luigi Bersani, il governatore della Banca d’Italia Draghi? Eppure la Fondazione era nella posizione di sapere come andavano i suoi conti e l’andamento dei mercati finanziari. Era nella posizione di poter andare contro tutti e, pochi mesi dopo, vedersene confermata la ragione dall’esplodere virulento della crisi economica. Poteva dire a Giuseppe Mussari che la Fondazione non avrebbe seguito la banca nell’affare Antonveneta e che non avrebbe coperto l’aumento di capitale, poteva minacciare le dimissioni e avrebbe fatto saltare l’affare per il bene di Siena, tanto non c’era bisogno che lo dicesse l’avvocato di Catanzaro che “fare il banchiere non è il mio mestiere”: lo sapevano tutti. Immediatamente il titolo MPS avrebbe fatto un balzo all’insù in Borsa, invece è cominciata una corsa del gambero senza fine. Il presidente Mancini non ha fatto alcunché, solo accettato supinamente ordini di altri.

 

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