Un dialogo tra le installazioni dell'artista senese e gli affreschi di Simone Martini e Ambrogio Lorenzetti
Il titolo evoca l’idea di un incontro tra amici, vecchi e nuovi, una manovra di avvicinamento tra due entità affini in volo nello spazio – nel linguaggio scientifico rendezvous significa anche questo – con cui Carone si mette a confronto con i maestri della tradizione senese, in quegli stessi luoghi dove hanno lasciato memoria di sé e della loro arte, per istituire con loro un dialogo sulla dialettica dello sguardo tra storia e contemporaneità.
Il fulcro della mostra è il concetto di semi-cecità collettiva, che porta lo spettatore a vedere le cose, ma non a guardarle, anestetizzato dalle troppe immagini che compongono il mondo odierno. Lavorando sullo svuotamento quale processo di costruzione, sull’idea di assenza associata non ad una perdita, ma a un arricchimento della percezione visiva, Carone ha ideato una grande installazione scultorea, che si presenta come un nuovo dispositivo dello sguardo, atto a vedere con occhi diversi e a guardare da angolazioni inedite i mirabili affreschi della Sala del Mappamondo.
In un gioco delle evidenze, tra chi vede e chi è visto, l’artista riflette sulle modalità del visibile, sullo statuto dell’immagine e sul ruolo dello spettatore, posto tra vedere o credere. Questa dialettica è portata avanti da altre tre opere in mostra, esposte in sale diverse del Palazzo, dove, grazie a raffinati slittamenti di senso tra visibilità e invisibilità delle cose, Carone scopre la verità che ogni immagine porta con sé, andando oltre la visione stessa.
La mostra, aperta al pubblico fino al 30 settembre prossimo, è corredata da un catalogo bilingue edito da Nero, con i testi critici di Tom Morton e Marinella Paderni. L’ingresso è compreso nel biglietto del Museo Civico.




