Potrebbe realizzarsi ciò che per decenni fu rivendicato nelle piazze: via gli americani"
Screenshot SIENA. Prendendo sul serio, per quanto difficile sia, le ultime dichiarazioni di Trump sullo smantellamento delle basi militari americane in Europa, paradossalmente, potrebbe realizzarsi per via autonoma ciò che per decenni fu rivendicato nelle piazze: la rimozione della presenza militare statunitense. Solo che, invece di essere imposta, potrebbe avvenire per scelta di chi quella presenza l’ha garantita e pretesa.
Se l’Europa volesse trasformare questa eventualità in un’occasione politica, difficilmente troverebbe un frangente più favorevole per affrontare seriamente l’ipotesi di una difesa comune: non solo come principio, ma nei suoi strumenti, nei suoi obiettivi e nelle risorse da destinare. La spesa militare complessiva dei paesi europei è già molto consistente — nell’ordine di centinaia di miliardi ogni anno — ma frammentata, replicata, spesso incoerente. È legittimo pensare che un coordinamento reale, sovranazionale, consentirebbe non solo di ridurre gli sprechi, ma di rendere quella spesa più razionale e mirata?
A patto di non confondere piani distinti: l’accumulo di armamenti non coincide necessariamente con la capacità di difendersi. Anzi, l’esperienza recente sembra suggerire che la proliferazione delle armi alimenti tensioni più di quanto le contenga.
Resta il nodo più delicato: lo scopo.
Un eventuale dispositivo militare europeo dovrebbe fondarsi su un principio chiaro e vincolante: la difesa.
E un esercito concepito per proteggere e non per intervenire aggressivamente oltre i propri confini sarebbe forse più accettabile anche per chi guarda con diffidenza a ogni forma di militarizzazione. E potrebbe parlare, almeno in parte, a una generazione che giustamente chiede alla politica segnali di discontinuità, non la ripetizione di modelli sempre uguali a se stessi e palesemente fallimentari.
Esistono già esperienze che provano a tenere insieme presenza armata e finalità di pace: quelle dei caschi blu, chiamati a operare in contesti di stabilizzazione e non di conquista. Non sempre all’altezza del compito, limitati nei mezzi e nel mandato, rappresentano tuttavia un modello embrionale: ciò che potrebbe diventare, con un salto di qualità politico e istituzionale, una vera forza comune orientata alla difesa e alla tutela della pace. Un riferimento imperfetto, certo. Ma forse, oggi, non del tutto irrilevante.
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