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Mps: Messina promette marchio e direzione. Chi ne sarà garante?

di Pierluigi Piccini
 
SIENA. Con il via libera quasi plebiscitario dell’assemblea all’aumento di capitale, l’offerta di Intesa Sanpaolo sul Monte dei Paschi ha smesso di essere un annuncio ed è diventata realtà. Ed è proprio quando l’operazione si fa irreversibile che Carlo Messina sceglie il lessico dell’appartenenza: il marchio Mps si conserva, la sede resta a Rocca Salimbeni, il ruolo di Siena ne esce rafforzato. È il vocabolario della memoria, offerto alla città nell’istante in cui la memoria rischia di restare l’unica cosa che le appartiene davvero.

Basta leggere l’architettura dell’operazione. Intesa trattiene il nucleo che produce — le strutture centrali, Mediobanca, circa l’ottanta per cento dell’utile. A Unipol vanno l’entità giuridica, oltre seicento sportelli, il marchio e i palazzi storici, in vista della fusione con Bper: la nuova banca si chiamerà Monte dei Paschi, ma non più «di Siena». Alla città resta la parte concepita per restare — il nome, le mura, l’insegna sul portone — mentre la sostanza si incammina verso Milano e Torino da un lato, verso la Bologna emiliana dall’altro.

E qui la domanda che nessuno formula. Chi garantisce quelle promesse? E quali sono nel dettaglio? Le pronuncia Intesa, ma il marchio, gli sportelli e i palazzi non saranno di Intesa: saranno di Unipol e poi dell’entità con Bper. Messina promette per conto di altri, su beni che passeranno ad altri, dentro un perimetro destinato a cambiare ancora forma. Nessun contratto lega quelle parole a una durata, nessuna clausola ne fa un obbligo esigibile. E quando la logica della fusione imporrà i suoi tagli, quando Rocca Salimbeni sarà un costo da razionalizzare e non un simbolo da esibire, a chi si chiederà conto del «resta a Siena»?

È il vecchio meccanismo per cui la retorica non descrive: anestetizza. Il nome del Monte diventa tanto più prezioso quanto più è staccato dal corpo: serve a Intesa per il suo «secondo gruppo», al governo per il suo «terzo polo», a tutti come sigillo di legittimazione. A tutti, tranne che a Siena, che di quel nome è la custode senza esserne più la titolare.

Restano allora i soggetti pubblici, e vanno chiamati per nome. Lo Stato ha lo strumento — il golden power — e la voce più forte in questa partita: potrebbe subordinare l’operazione a impegni vincolanti su sede, funzioni e occupazione. Ma il golden power è un potere di condizione, non di durata: appone prescrizioni all’atto, non presidia i vent’anni successivi, e il governo ha un interesse proprio a che l’operazione vada in porto, perché è da qui che passa il suo «terzo polo». La Regione può pesare politicamente, non giuridicamente: non ha titoli, non firma il perimetro, può solo chiedere. Il Comune e la Provincia hanno la legittimità del territorio e nessuna leva contrattuale. E la Fondazione, che di Siena fu il tramite storico dentro la banca, oggi conta una quota troppo esigua per dettare condizioni.

Ecco perché la domanda non è retorica: se nessuno di questi soggetti si assume, per iscritto e con una firma, l’onere di far rispettare le promesse, quelle promesse non hanno un garante — hanno soltanto un autore. La questione, allora, non è se l’insegna resterà accesa su Rocca Salimbeni: resterà, perché conviene a tutti che resti. La questione è chi sarà tenuto a mantenere ciò che vi sta dietro, e con quale strumento esigibile. Perché la retorica non fa finanza, e una promessa che nessuno è obbligato a onorare non ha mai tenuto in piedi una banca.

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