di Pierluigi Piccini
SIENA. C’è una simmetria quasi troppo perfetta nella giornata di oggi. Stamattina, alle nove, a Rocca Salimbeni, il consiglio di amministrazione del Monte è chiamato a guardare le carte che Luigi Lovaglio ha tenuto coperte per tutta l’estate; nelle stesse ore, a Roma, il tavolo che avrebbe dovuto mettere di fronte il ministro dell’Economia e le istituzioni senesi arretra al 25. Da una parte un uomo che deve continuamente produrre mosse; dall’altra un potere che comunica rinviando. Ed è qui, in questa asimmetria fra chi parla e chi tace, che si gioca la sostanza della partita, molto più che nei concambi.
La contromossa ha un nome robusto: doppia OPS, una su Banco BPM e una su Banca Generali, a sostituire con un’alternativa di mercato l’offerta da 30,6 miliardi lanciata a giugno da Intesa in accordo con Unipol. Il Sole, che ieri ha aperto la partita con l’indiscrezione, descrive Lovaglio come «vero giocatore di poker» che cala l’asso all’ultimo giro di tavolo, e lo dipinge come l’uomo delle missioni impossibili. La descrizione è generosa e insieme rivelatrice, perché un asso calato così non serve necessariamente a vincere la mano: serve a costringere l’avversario a scoprirsi. Gli scogli, del resto, non sono di manovra ma di struttura. Su BPM c’è il muro di Crédit Agricole, quasi un terzo del capitale e già dichiaratamente contrario: la stessa parete contro cui si era arenata, poche settimane fa, l’ipotesi di nozze fra pari. Su Banca Generali l’operazione è pensabile solo con il consenso della controllante, che ne detiene oltre metà; e la leva vera — il 13,2% del Leone che il Monte tiene indirettamente attraverso Mediobanca, il «jolly» da cedere in tutto o in parte, magari alla finanza francese o a un Unicredit già socio di Generali — resta imbrigliata nella passivity rule e in un percorso autorizzativo che il calendario rende quasi proibitivo. Intesa parte con tre mesi di vantaggio, ha l’assemblea del 10 settembre, punta a lanciare l’offerta tra novembre e dicembre. Lovaglio dovrebbe, nello stesso respiro, costruire due strutture finanziarie, due concambi, due percorsi davanti alle autorità e portarli al vaglio di un’assemblea straordinaria il cui quorum, alla luce delle presenze di aprile, è tutt’altro che scontato.
C’è poi una piega che merita di essere raccolta, perché ha il sapore del contrappasso. La mossa su Banca Generali è esattamente quella che, poco più di un anno fa, Mediobanca tentò per difendersi dall’assalto proprio del Monte. Oggi il Monte controlla Mediobanca e ne eredita il gesto, rivolgendolo contro il campo avverso: la storia non si ripete, si riavvolge su sé stessa, e chi era preda impugna l’arma con cui lo si voleva catturare. È un dettaglio che dice più di molte analisi sul fatto che qui il nome delle operazioni conta quanto e più della loro sostanza. La doppia OPS è, per ora, il nome della resistenza prima di esserne il corpo: annuncia autonomia, ma il suo effetto realistico è un altro, ed è mettere pressione su Messina perché ritocchi le condizioni economiche dell’OPAS, o comunque aprire un margine di trattativa mentre il tempo stringe. Difendere l’idea del Monte e trattare i termini della sua cessione non sono la stessa cosa, e la differenza tra le due passa proprio da questa linea sottile.
E veniamo al punto più eloquente: il silenzio dall’altra parte. Non hanno commentato Banca Generali, non ha commentato Banco BPM, non ha parlato Rocca Salimbeni dal fronte di Ca’ de Sass. Sarebbe un errore leggere quel silenzio come attesa o prudenza. È una forma di potere, e per giunta la più raffinata. C’è un modo di intendere l’efficacia — lontano dalla nostra fissazione per il gesto decisivo, per l’eroe che agisce e taglia — secondo cui la forza più compiuta è quella che riposa nella disposizione stessa delle cose e che vince senza dover colpire. Il vantaggio, quando è reale, lavora da solo: il premio incorporato nell’offerta, i tre mesi di anticipo, le autorizzazioni già in cammino agiscono in silenzio, senza bisogno che l’attore si esponga. Messina ha già speso, settimane fa, il suo whatever it takes draghiano; dopo una frase così, ogni parola in più sarebbe di troppo, e anzi controproducente. Rispondere a un bluff significa riconoscergli dignità; peggio, significa muovere il prezzo, cioè consegnare a Lovaglio proprio la reazione che va cercando. Il non-detto gliela nega. Non è vuoto: è diniego.
Sotto il silenzio c’è la vera posta, che è la durata. Chi deve annunciare si consuma; chi può tacere dura. E qui il silenzio di Intesa rima con quello, parallelo, del Ministero: il tavolo rinviato al 25 comunica al territorio la stessa cosa che comunica Ca’ de Sass ai mercati, e cioè che la decisione si prende altrove, con altri tempi, e che il tempo — non la mossa — è la vera arma. Non a caso l’unico varco per il Monte non è finanziario ma politico: è il terreno del golden power, del legame con la città, dell’identità che non si vuole vedere smembrata. Quando la premier auspica che il Monte «non venga smembrata, perdendo il suo nome e la sua identità», sta pronunciando, da Palazzo Chigi, esattamente la distinzione tra nome e sostanza attorno a cui abbiamo costruito qui, in Consiglio, la posizione unitaria. Se il Monte si salva, si salva lì: sul crinale dove il nome pesa quanto la sostanza, non nella doppia OPS.
Resta l’incognita che sta fuori da ogni bilancio, e che il Sole colloca alla vigilia: la decisione della Procura di Milano sull’inchiesta Mps-Mediobanca. È l’unico fattore capace di rompere la geometria della durata, perché non risponde al calendario dei banchieri. Fino ad allora, la scena resta questa: un uomo che cala l’asso, e un tavolo che, per tutta risposta, non fa una piega. In una partita così, il primo ha già mostrato la mano. Il secondo aspetta. E aspettare, quando si è avanti, è la mossa più forte che ci sia.




