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Mps: il Consiglio comunale chieda che siano rese pubbliche e vincolanti le condizioni

Si eviti di trasformare la seduta in un rito ma sia una domanda che non si può eludere

di Pierluigi Piccini

SIENA. Domani mattina (2 settembre) il Consiglio comunale di Siena si riunisce in seduta straordinaria e monotematica sul Monte. È giusto che accada, ed è quasi certo come finirà: un ordine del giorno unanime a difesa del nome, della sede, dell’occupazione, del radicamento. Proprio perché l’esito è scontato, vale la pena dire con chiarezza che cosa quella seduta può fare davvero, e che cosa non potrà mai fare — perché il rischio non è il fallimento, è la soddisfazione.

Partiamo dal limite, senza giri di parole. Un Consiglio comunale non possiede azioni, non siede in nessuna assemblea, non firma autorizzazioni. La sorte del Monte si decide su tre tavoli — quello degli azionisti, quello delle autorità di vigilanza, quello del governo con la sua leva regolatoria — e a nessuno dei tre il Comune di Siena ha un posto. Questa non è una diminuzione: è la natura delle cose. Chi domani si aspetta che il consiglio “difenda la banca” chiede a uno strumento un lavoro che non gli appartiene. La banca non si difende con un voto che non conta nulla dove le decisioni si prendono.

E qui si annida la tentazione. La più facile, la più gratificante, la più inutile: trasformare la seduta in un rito. Un fronte compatto, gli interventi che si rincorrono, la fotografia dell’unità cittadina, il documento votato all’unanimità. Tutto vero, tutto nobile, e tutto perfettamente ininfluente se si ferma lì. L’unanimità che chiede “garanzie sul nome e sulla sede” difende esattamente ciò che nessuno vuole toglierci — l’insegna — e tace su ciò che si sta portando via: la direzione, le funzioni, il comando. È un fronte che rischia di combattere con energia la battaglia sbagliata, e di uscirne convinto di aver vinto perché ha vinto la sua, non quella vera.

Perché allora riunirsi, se il consiglio non può decidere? Perché può fare l’unica cosa che un’assemblea civica sa fare, e che nessun altro può fare al posto suo: convertire il consenso in domanda. Non pressione morale — di quella ce n’è già abbastanza e non ha mai spostato un’autorizzazione — ma una richiesta precisa, indirizzata, verificabile. La differenza è tutta lì. Chiedere “che il Monte resti a Siena” è un auspicio. Chiedere che siano rese pubbliche e vincolanti le condizioni su direzione strategica, funzioni decisionali e presidio territoriale, con impegni misurabili e non con promesse di parola, è un atto politico. Il primo scalda la piazza; il secondo può viaggiare fino a Roma e fino alle autorità e diventare argomento nelle stanze dove qualcosa si decide.

Perché è a Roma che sta la mano. Il Golden Power e il peso del governo sono l’unica leva pubblica reale in questa partita, e l’auspicio della presidente del Consiglio contro lo smembramento vale come vincolo solo se qualcuno lo tiene inchiodato a condizioni concrete. Il compito di Siena non è gridare più forte: è fornire a quel vincolo il contenuto tecnico che gli manca, tradurre “non smembrate il Monte” in che cosa, esattamente, non deve essere smembrato. Se il consiglio di domani produce questo — una richiesta così definita da poter essere accolta o respinta, ma non elusa — allora avrà fatto il massimo di cui è capace. Se produce un applauso, avrà fatto rumore.

C’è poi una divisione che domani conviene non nascondere sotto l’unanimità, perché è la cosa più seria emersa in queste settimane. Chi dice che ciò che conta è l’autonomia della banca e chi dice che ciò che conta è la sua permanenza a Siena non stanno dicendo la stessa cosa con parole diverse: stanno indicando due obiettivi che possono anche escludersi. Una banca autonoma altrove e una banca senese ma dipendente sono esiti opposti, e fingere che il territorio li voglia entrambi è il modo più sicuro per non ottenerne nessuno. Un consiglio serio sceglie, e dicendo che cosa mette davanti dice anche a che cosa è disposto a rinunciare. È scomodo. Ma l’alternativa è un documento che va bene a tutti perché non impegna nessuno.

La misura di domani, allora, non sarà quante mani si alzano. Sarà una sola: se dalla seduta esce una domanda che qualcuno, altrove, è costretto a prendere in mano — oppure soltanto la nostra voce, tornata indietro come un’eco, a dirci quanto siamo uniti mentre la partita si gioca senza di noi.

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