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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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Lovaglio (Mps): “Abbiamo il dovere di cercare proposte migliori”

SIENA. Da Pierluigi Piccini riceviamo e pubblichiamo.

“A San Casciano dei Bagni sabato sera, in Piazza della Repubblica, Luigi Lovaglio ha inaugurato la stagione de “La Terrazza”. Un’ora e mezzo di conversazione con Pino Di Blasio, il pubblico delle grandi occasioni, in prima fila anche il deputato del Pd Giuseppe Provenzano. Le agenzie hanno battuto le frasi principali: il Monte è «una risorsa di grande valore di Paese, più di quello che ci dicono, più dei 30 miliardi», la sua forza sta «nella rete di persone», e sull’offerta di Intesa Sanpaolo «c’è una regola che non permette di esprimersi». Poi la formula che ha fatto muovere i mercati: «abbiamo il dovere di cercare se ci sono proposte migliori nell’interesse dei soci». Parole legittime, misurate, in parte obbligate. Eppure, rilette insieme, compongono un discorso che gira attorno alla domanda senza mai attraversarla — e la domanda, giovedì 16, sarà una sola.

La regola che Lovaglio invoca è la passivity rule, un presidio serio: impedisce agli amministratori della società bersaglio di ostacolare un’offerta senza il voto dell’assemblea. Ma nella stessa serata, e con la stessa voce, arriva il dovere di cercare proposte migliori; e Il Sole 24 Ore ha nel frattempo riferito di almeno due incontri con Philippe Donnet, amministratore delegato di Generali, per ragionare su un progetto diverso da quello di Ca’ de Sass — notizia che Rocca Salimbeni non ha commentato e che da Trieste è stata raffreddata con il richiamo al piano industriale e alla difesa dell’indipendenza. Nulla di irregolare, va detto subito: cercare alternative nell’interesse degli azionisti è precisamente ciò che un consiglio deve fare, e parlare con Generali — di cui il Monte, attraverso Mediobanca, è oggi il primo azionista — è la normalità delle cose. Il punto non è la liceità, è l’efficacia. Un discorso che si dichiara vincolato al silenzio e insieme lascia intravedere le proprie mosse regala all’interlocutore il vantaggio dell’informazione senza incassarne il prezzo. Carlo Messina ha liquidato la faccenda con una frase che vale una perizia: tutti si stanno incontrando con tutti. Tradotto: non fa notizia, dunque non fa prezzo.

Ed è qui che il ragionamento mostra la sua fragilità maggiore. «Non mi interessa neanche rispondere: quale è il valore della banca? Se lo chiedessi ai dipendenti direbbero illimitato, io dico che il nostro valore è enorme e non è stato ancora del tutto espresso.» Per respingere un’offerta da oltre trenta miliardi non serve un aggettivo, serve un numero: serve che lo produca il consiglio, con i suoi advisor, in una valutazione formale. Un valore che il mercato non esprime e che il management non quantifica non è un argomento negoziale, è un atto di fiducia — e la fiducia, in una contesa di questa natura, non è moneta che venga accettata allo sportello. Vale la pena aggiungere che anche il richiamo al percorso compiuto, dall’aumento di capitale a due euro all’azione che oggi ne vale undici, si presta a essere letto al rovescio di come è stato pronunciato: dimostra il risanamento, certo, ma dice a ogni azionista che la plusvalenza è enorme e che è monetizzabile adesso.

Resta poi la lingua, che è il vero terreno scivoloso. La rete, le persone, la comunità, i cinquecentocinquantacinque anni, «chi ha radici forti può volare in alto»: corde che a Siena vibrano, e non è colpa di nessuno se vibrano. Ma sono corde che l’avversario può sfilarti di mano in una conferenza stampa. Intesa promette di restare la vera banca dei territori, con assunzioni e investimenti; l’accordo con Unipol prevede il passaggio a Bper di seicentotrentacinque sportelli, presentato come garanzia di continuità locale. Ti espropriano il lessico e ti lasciano l’emozione. E l’emozione, contro un’offerta che ha prezzo, advisor, buyback e calendario — assemblea Intesa il 10 settembre, chiusura entro l’anno — non è un’arma, è un ricordo.

C’è infine il passaggio sul Governo, il più delicato. «Non devo chiedere niente»; il Governo «ha creduto in noi e non ha fatto lo spezzatino», esempio di intervento pubblico positivo. Si può capire la prudenza, anche qui imposta dalle regole. Ma il risultato oggettivo è che la banca elogia l’intervento dello Stato di ieri e si dichiara priva di domande allo Stato di oggi, lasciando la richiesta di golden power interamente sulle spalle della città: il Consiglio comunale l’ha votata con una mozione unitaria di maggioranza e opposizione, e il 20 luglio si terrà una seduta monotematica. È un’anomalia che merita di essere registrata — la comunità chiede allo Stato ciò che l’istituto dichiara di non chiedere — e si salda con la frase che, più di ogni altra, rivela la postura: «bisogna accettare le sfide e non dire, siccome ho paura del competitor, gli salto addosso e lo faccio scomparire». È un appello alla lealtà rivolto a chi ha lanciato un’offerta pubblica. Ma nel mercato dei capitali la lealtà non si invoca, si costruisce: con i vincoli, con le autorizzazioni, con le regole della concorrenza. Chiedere correttezza all’offerente e insieme dichiarare di non chiedere nulla a chi quelle regole le applica significa restare in mezzo. E in mezzo, in queste partite, non ci resta nessuno a lungo.

Giovedì il consiglio si riunirà. Da quel tavolo Siena non aspetta aggettivi. Aspetta una parola sola, che ha un significato tecnico preciso e conseguenze politiche enormi”.

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