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Le celebrazioni del 29 aprile e il pensiero che fa paura

"Caterina non è un'icona. È una mina"

di Pierluigi Piccini

SIENA. C’è qualcosa di strano nelle celebrazioni cateriniane. Ogni anno, il 29 aprile, Siena convoca la sua santa come si convoca un testimone di difesa: per attestare che la città ha radici, che queste radici parlano di pace, che la pace è un valore condiviso. Tutto torna al suo posto. La cerimonia si chiude. La città respira.

Ma Caterina non funziona così. Non ha mai funzionato così.

Chi la legge davvero — non le agiografie, le lettere — si trova di fronte a qualcosa di scomodo. Una voce che non consola, che non chiude, che non rassicura. Una voce che pretende. Che scrive al Papa come si scrive a un funzionario inadempiente. Che entra nelle corti, nelle celle, nei lebbrosi, senza chiedere permesso. Che non distingue tra spirituale e politico perché sa — e questo è il punto — che quella distinzione è una forma di viltà.

Il sindaco Nicoletta Fabio ha detto, in piazza del Campo, che senza giustizia non c’è pace. È vero. Ed è anche la cosa più vicina allo spirito autentico di Caterina che si sia sentita in piazza. Ma il problema è che questa verità, nel contesto di una celebrazione, rischia di diventare esattamente ciò che Caterina combatteva: una parola bella usata per non fare nulla. Un ornamento. Caterina non ornava. Caterina perforava.

E allora vale la pena chiedersi: cosa succederebbe se prendessimo Caterina sul serio? Non come patrona d’Italia, non come simbolo civico, non come figura da affrescare — Vasari la dipinse già mentre si dileguava dalla scena, quasi a consegnarla preventivamente alla storia — ma come pensatrice. Come forza di pensiero ancora attiva, ancora capace di produrre cortocircuiti.

Perché la filosofia del Novecento — quella che Federigo Tozzi, cent’anni fa, riteneva incapace di raggiungere le intuizioni cateriniane — ha poi trovato quelle categorie, le ha nominate, le ha rese pensabili. E nel farlo ha riconosciuto in Caterina una contemporanea, non un’antenata.

Simone Weil capisce Caterina meglio di molti teologi: l’attenzione assoluta all’altro, il corpo che diventa luogo di conoscenza, la carità che non calcola, che non si aspetta restituzione. Marion la riconosce nella fenomenologia della donazione — l’amore che eccede ogni misura, ogni contratto, ogni logica di scambio. Lévinas la incontra nel volto del lebbroso: quell’appello etico che viene prima di qualunque sistema, di qualunque istituzione, di qualunque convenienza. E Ricoeur — forse il più cateriniano di tutti — nella sua idea del potere come mandato fiduciario: chi governa non possiede nulla, custodisce qualcosa che appartiene ad altri e dovrà essere restituito. Caterina lo scriveva ai papi e ai signori senza perifrasi: il potere è prestato, non dato. Chi lo dimentica tradisce.

Non sono accostamenti forzati. Sono riconoscimenti. La filosofia moderna non ha superato Caterina — l’ha raggiunta. Il che significa che stava anticipando domande che la modernità ha impiegato secoli a formulare.

E allora torniamo al punto. L’umiltà di cui parlano le celebrazioni — e che il sindaco Fabio ha giustamente indicato come virtù indispensabile, antidoto alla superbia del potere — non è rassegnazione, non è silenzio, non è subordinazione. In Caterina l’umiltà è la condizione che rende possibile la forza. È ciò che le permette di scrivere al Papa chiamandolo «dolce Cristo in terra» e insieme di redarguirlo senza tremare. Una umiltà che non si piega, che tiene la schiena dritta mentre abbassa la voce. Non una virtù devozionale. Una virtù politica.

Ed è esattamente qui che la retorica celebrativa si inceppa. Perché quella virtù politica — se presa sul serio — non chiude nulla. Apre. Obbliga. Mette in discussione. Il pensiero di Caterina, quando lo si lascia davvero esplodere invece di addomesticarlo in una cerimonia, produce disagio. Chiede conto. Chiede conto ai governanti del potere che esercitano. Chiede conto alle istituzioni della pace che proclamano senza costruire la giustizia che la rende possibile. Chiede conto a una città che celebra la sua santa più grande con la stessa gestualità con cui appende i gerani alle finestre in primavera.

Caterina non è un simbolo da esibire. È una domanda aperta. Ogni anno, il 29 aprile, potremmo scegliere di ascoltarla davvero.

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