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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

700mila euro per 35 Comuni: il bando della Fondazione non è una politica della casa

Il disagio abitativo ha origini diverse dal riattamento di case popolari

di Pierluigi Piccini

SIENA. La Fondazione Monte dei Paschi presenta la nuova edizione di “Habitus” come un salto di qualità: le risorse passano da duecentomila a oltre settecentomila euro, più che triplicate, e il comunicato parla di impegno rafforzato e di visione programmatica di lungo periodo. Conviene però fermarsi un momento sui numeri, perché sono proprio i numeri a raccontare una storia diversa da quella degli aggettivi. Settecentomila euro divisi fra i trentacinque Comuni della provincia fanno circa ventimila euro a Comune. Con un contributo massimo di cinquantamila euro ad alloggio, l’intera provincia di Siena potrà recuperare, nella migliore delle ipotesi, una quindicina di appartamenti in un anno. Nelle tre edizioni precedenti ne sono stati riqualificati cinquantacinque in diciotto Comuni, con benefici per quasi duecento persone. Nessuno nega che per quelle famiglie si tratti di qualcosa di concreto, ma chiamare tutto questo contrasto al disagio abitativo significa scambiare la manutenzione per una politica.

C’è un dato, contenuto nello stesso monitoraggio che la Fondazione rivendica, che dovrebbe far riflettere più di ogni altro. Dei quarantuno alloggi tornati disponibili, soltanto diciannove risultano assegnati. Più della metà del patrimonio recuperato è dunque ancora vuoto, con i lavori fatti e le chiavi in un cassetto. Il collo di bottiglia, evidentemente, non è soltanto il denaro: è la catena che va dal cantiere alla graduatoria, dalla graduatoria all’ingresso della famiglia, e che si inceppa negli uffici, nei tempi del gestore, nelle procedure. Su questo il bando tace, come se bastasse rifare un bagno e un impianto elettrico perché in una casa torni ad abitare qualcuno.

Il problema è anche di impostazione. La manutenzione dell’edilizia residenziale pubblica spetta al sistema regionale e al soggetto gestore, che in provincia è Siena Casa. Se una Fondazione di origine bancaria deve intervenire alloggio per alloggio per rimettere in uso case popolari sfitte, significa che quel sistema non regge, che i canoni non bastano, che la programmazione pubblica ha smesso di funzionare. Intervenendo a valle, la Fondazione non risolve la debolezza strutturale: la certifica e, in qualche modo, la rende sopportabile. E il cofinanziamento obbligatorio del venticinque per cento pesa di più proprio dove le difficoltà sono maggiori, nei piccoli Comuni dell’Amiata, della Val d’Orcia, della Val di Merse, che hanno bilanci stretti e uffici tecnici ridotti all’osso, chiamati a progettare e presentare le domande entro il 16 dicembre.

Ma il punto vero è un altro. Il disagio abitativo, oggi, nella provincia di Siena e nel capoluogo in particolare, non nasce dagli alloggi popolari sfitti. Nasce da un centro storico che si svuota di residenti mentre si riempie di affitti brevi, da un mercato degli studenti che spinge i canoni verso l’alto, da giovani coppie, lavoratori, insegnanti, infermieri costretti a cercare casa sempre più lontano dalla città in cui lavorano. È una questione che riguarda la classe media impoverita assai più delle sole fasce che accedono alle graduatorie Erp, e che tocca il cuore stesso dell’identità urbana: una città che non ospita più chi la fa vivere ogni giorno smette di essere una comunità e diventa uno scenario. Su questi fronti servirebbero strumenti di altro genere. Fondi di garanzia per convincere i proprietari a rimettere sul mercato lo sfitto privato a canone concordato, interventi di housing sociale pensati per chi è troppo “ricco” per la casa popolare e troppo povero per il mercato, un patto vero con l’Università sulla residenzialità studentesca, una regia comune fra i Comuni sulla regolazione turistica. Niente di tutto questo compare nel bando, che continua a ragionare come se la questione abitativa fosse una somma di appartamenti da rimettere in ordine.

Chi ha conosciuto la Fondazione negli anni in cui le sue erogazioni avevano un altro ordine di grandezza misura con un certo disagio la distanza tra il linguaggio e la realtà. Parlare di visione programmatica di lungo periodo per una misura che vale poco più di un appalto di manutenzione è un esercizio retorico che non rende un buon servizio né all’istituzione né al territorio. Sarebbe più onesto, e anche più utile, dire chiaramente che si tratta di un contributo puntuale, prezioso per chi ne beneficia, e aprire contemporaneamente una discussione pubblica su ciò che la Fondazione potrebbe fare se scegliesse di usare le sue risorse, e la sua autorevolezza, come leva per costruire con Comuni, Regione, Università e gestore una politica della casa degna di questo nome.

Questo non significa che i Comuni debbano voltare le spalle al bando. Chi ha alloggi pubblici inutilizzati e un progetto pronto fa bene a presentare domanda, perché anche una sola famiglia in più con un tetto è un risultato. Ma bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Questi sono pannicelli caldi. Il malato, intanto, continua ad avere la febbre.

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