La ricostruzione di Marcello Venturini commissario straordinario del Consorzio
di Marcello Venturini
VALDORCIA. Dopo le recenti iniziative – di cui ha dato notizia la stampa – per il rilancio dell’invaso sul Merse e di quello di San Piero in Campo sul fiume Orcia é forse utile riassumere alcuni elementi di informazione, sia pure limitati – per mia conoscenza personale – al solo invaso di San Piero.
Di esso mi sono occupato direttamente: dal 1996 al 1998, come
Commissario Straordinario del relativo Consorzio, con nomina della Regione Toscana; dal 1998 al 2008, come Commissario Liquidatore del Consorzio stesso, su nomina dei Comuni dell’Amiata/Orcia e Chiana.
La situazione che trovai era caratterizzata da un procedimento
giudiziario penale, da varie cause civili e contenziosi, dal blocco dei lavori, dalla mancanza di risorse finanziarie, dalla paralisi nel funzionamento del Consorzio, dalla necessità di vericare i ruoli attribuiti ai soggetti istituzionali coinvolti e, in particolare, al Consorzio, alla Comunità Montana ed alle neonate Autorità di Ambito Territoriale Ottimale.
Al momento del blocco dei lavori erano già stati acquisiti i terreni
direttamente interessati all’invaso e quelli necessari per le zone di rispetto.
Per quanto riguarda le opere, erano già stati realizzati lo scarico di superficie, il muro di invito, lo sfioratore e la galleria dello scarico di fondo (con i relativi canali di restituzione), nonché la torre di manovra. Era già stato completato
anche il taglione longitudinale del corpo diga, con i relativi cunicoli di
ispezione.
La spesa sostenuta per tali interventi si aggirava intorno ai 20 miliardi di
vecchie lire. Restavano da realizzare le opere di completamento e tutta la
parte relativa alla strumentazione tecnica.
Il mio compito era quello di chiudere tutte le pendenze e contenziosi in atto e di realizzare le condizioni necessarie per l’eventuale completamento dell’opera. Lo svolgimento delle mie funzioni avvenne in stretto collegamento
con la Regione ed i Comuni interessati, ma anche – in particolare – con la Prefettura, con il Servizio Nazionale Dighe e con gli altri soggetti istituzionali coinvolti. Le iniziative assunte e gli interventi attuati, inoltre, erano sotto lo stretto controllo della Procura Regionale della Corte dei Conti.
Ovviamente, le decisioni in merito al completamento o meno dell’opera
restavano di competenza della Regione.
La Comunità Montana dell’Amiata, a sua volta, era – nell’impostazione iniziate – il soggetto istituzionale delegato alla sua realizzazione, mentre erano invece attribuite al Consorzio le funzioni di stazione appaltante e di strumento
operativo.
Da parte mia e da parte dei Comuni interessati fu comunque svolta una
costante azione di sollecitazione nei confronti della Regione affinché venisse assunta una decisione definitiva, favorevole al completamento. Nel frattempo
intervenne anche l’esito positivo del collaudo in corso d’opera, effettuato nel 2004 da una Commissione composta da tecnici del Servizio Nazionale Dighe. Essa certificò la corretta fattura delle opere realizzate ed il loro ottimo stato di conservazione.
Restavano inoltre ancora validi i tre obiettivi fondamentali originari cui l’opera era destinata e, cioè:
1. la regimazione delle acque del bacino dell’Ombrone, anche per
scongiurare i rischi di tipo alluvionale a valle;
2. il reperimento e il rifornimento di acqua ad suo idropotabile per i
Comuni dell’Amiata/Orcia e Chiana;
3. il supporto all’agricoltura.
Se quest’ultimo scopo aveva subito un certo ridimensionamento, gli altri
restavano, a nostro avviso, pienamente validi.
La Regione decise di avvalersi di alcune Commissioni tecniche per
l’aggiornamento delle valutazioni e per l’eventuale prospettazione di
soluzioni alternative. Per quanto riguarda le Autorità di Ambito Territoriale Ottimale, la n. 4, “Alto Valdarno”, si espresse favorevolmente al completamento, mentre la n. 6, “Ombrone” sostenne la sospensione
dell’opera.
Il risultato finale fu che la Regione decise di non procedere nei lavori
per il completamento, ipotizzando una soluzione che prevedeva
l’utilizzazione della Diga di Montedoglio, sul Fiume Tevere, per
l’approvvigionamento idro-potabile. L’utilizzo a scopo agricolo e la
regolamentazione delle acque del bacino dell’Ombrone passarono in
secondo piano.
Ancor oggi sono convinto della validità degli obiettivi originari e delle ragioni del completamento. Anzi, gli elementi a favore si sono rafforzati specialmente alla luce dei cambiamenti climatici in corso e, in particolare, dell’alternarsi dei periodi di siccità con il carattere torrenziale delle precipitazioni.
Resta semmai da accertare se le opere realizzate – e positivamente
collaudate – siano ancora utilizzabili, nonostante il tempo trascorso. Al
riguardo, ho appreso dalla stampa di questi giorni che la verifica di fattibilità sul completamento dell’opera (preannunciata nel 2023) non é stata ancora effettuata.
Ora torna alla ribalta anche il problema della diga sul Farma-Merse, che sembrava denitivamente accantonata. Di questa vicenda conosco solo le notizie che apparvero a suo tempo sulla stampa e, quindi, non ho gli elementi per entrare nel merito.
Osservo però che i due progetti non sono – e non devono essere –
considerati alternativi, quanto piuttosto complementari ed integrativi, sia pure limitatamente alla messa in sicurezza del bacino dell’Ombrone.
La loro realizzazione, inoltre, deve partire solo subordinatamente al
reperimento dell’intero fabbisogno finanziario (per evitare ulteriori casi di opere incomplete per mancanza di risorse integrative), mentre, per altro
verso, devono essere chiaramente deniti ruoli, competenze e poteri dei
soggetti istituzionali coinvolti.




