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Tuo figlio non riesce a staccarsi dal tablet? Non è colpa sua…

Molti giochi e app per bambini sono progettati con tecniche di persuasive design e dark patterns per creare dipendenza e monetizzare l'attenzione

di Michele Pinassi

SIENA. Se avete figli in età adolescenziale, probabilmente vi sarete accorti delle enormi difficoltà che hanno a staccarsi dallo schermo del tablet o dello smartphone. La cosa importante da sapere è che non è colpa loro se fanno enorme fatica: moltissime applicazioni di intrattenimento, soprattutto i giochi, sono programmati per dare dipendenza attraverso tutta una serie di tecniche psicologiche chiamate “persuasive design” o “dark patterns”.

I bambini sono particolarmente vulnerabili a queste leve psicologiche perché la loro corteccia prefrontale – la parte del cervello responsabile del controllo degli impulsi, della gestione delle frustrazioni e della pianificazione a lungo termine – è ancora in via di sviluppo.

Progettisti e sviluppatori di queste app, che chiaramente devono monetizzare l’investimento dello sviluppo e della commercializzazione, adottato tutta una serie di tecniche psicologiche note:

1. La “Gabbia di Skinner” o del “rinforzo intermittente”

Questa è la stessa tecnica psicologica su cui si basano le slot machine e il gioco d’azzardo: se il cervello sa esattamente quando otterrà una ricompensa, la novità svanisce e subentra la noia. Se invece la ricompensa è imprevedibile (es. aprire una “cassa premio” o trovare un oggetto raro senza sapere quando o cosa uscirà), il cervello rilascia una scarica di dopamina molto più potente. Sui bambini sviluppa l’impulso di fare “ancora un tentativo” o “un altro livello”, sperando che sia quello fortunato.

2. L’avversione alla perdita

Gli studi dimostrano che noi esseri umani soffriamo di più nel perdere qualcosa che possiediamo rispetto al piacere di guadagnare una cosa nuova. Vengono quindi messe in atto strategie per sfruttare questo bias, come i “Daily Streaks”: il gioco premia chi accede ogni giorno di seguito per 10, 30 o 100 giorni. Se si salta un solo giorno, la serie azzera tutto il progresso fatto. Oppure le meccaniche a “deterioramento”: nelle simulazioni o nei giochi di gestione, le risorse accumulate rischiano di “andare a male” o venire rubate da altri utenti se non si riapre l’app entro poche ore. Il bambino non gioca più solo per divertimento, ma per dovere o ansia di non perdere i traguardi faticosamente raggiunti.

3. FOMO (Fear of Missing Out) e la falsa scarsità

Sfrutta la paura sociale e psicologica di rimanere esclusi o di farsi sfuggire un’opportunità irripetibile. Ad esempio, attraverso offerte lampo con timer visivi in rosso (“Restano solo 2 ore per sbloccare questo personaggio!“), sfide a tempo limitato o stagioni che cambiano regolarmente. Si genera quindi uno “stato d’urgenza” che spinge il bambino a pretendere di giocare in qualsiasi momento della giornata per non far scadere l’evento.

4. Il “Ciclo di Chiamata” (Appointment Mechanics)

Impedisce la normale pianificazione della giornata costringendo il giocatore ad adattarsi ai ritmi dettati dall’applicazione. Le notifiche inviate dal gioco (“La tua energia si è ricaricata!”, “I tuoi raccolti sono pronti!”) interrompono le attività reali (studio, cene in famiglia, sport) per riportare l’attenzione dello schermo al gioco. Si crea quindi un’abitudine riflessa per cui la mente del bambino torna continuamente al gioco anche quando la sequenza è interrotta o lo schermo è spento.

5. La “Valuta Virtuale Mascherata” (Offuscamento del valore)

I giochi non usano quasi mai euro o moneta reale per i loro store interni, prediligendo “Gemme”, “Monete d’oro” o “Punti”. Convertire denaro reale in una valuta fittizia riduce il dolore psicologico dell’acquisto e distorce la percezione del valore e del tempo speso. Sui bambini, che hanno una concezione dell’economia ancora immatura, si perde qualsiasi parametro di riferimento su quanto sforzo o denaro si stia investendo.

6. Pressione sociale e comparazione (Social Proof)

Nei giochi multiplayer o connessi ai social, vengono evidenziati i progressi, le “pelli” (customizzazioni estetiche) o i traguardi degli altri giocatori. Un bambino senza un determinato elemento estetico o con un livello più basso viene spesso percepito dagli altri utenti come “meno bravo” o “debole”, innescando il bisogno psicologico di omologazione al gruppo di pari, rendendo il gioco una necessità di accettazione sociale prima ancora che di svago.

Queste strategie sono efficaci anche su noi adulti: ci ritroviamo spesso a fissare lo schermo o a scorrere feed infiniti nei momenti di pausa o di noia. Momenti che dovrebbero servire a ricaricare il cervello ed elaborare i pensieri e che invece dedichiamo a strumenti digitali che ci affaticano ulteriormente. Non è un caso che sempre più persone, soprattutto adolescenti, soffrano di cali d’attenzione, ansia e difficoltà di concentrazione.

Purtroppo c’è ancora scarsa consapevolezza sul tema. Ce ne stiamo rendendo conto solo ora, perché le conseguenze sono diventate troppo evidenti per essere ignorate, dopo oltre 15 anni in cui abbiamo lasciato nelle mani dei figli strumenti decisamente non adatti al loro sviluppo.

Le conseguenze non sono solamente psicologiche ma anche sociali: avete notato che anche gli adolescenti, quando escono in gruppo, spesso stanno davanti al loro smartphone, isolandosi?

Dove sono finiti i momenti di socialità che vivevamo noi, nati prima degli anni 2000? Le ore a giocare in strada, al parco, al campo sportivo sono state sostituite, complice anche una progressiva tendenza dei genitori al c.d. safetism, ovvero aumento di controllo per “la loro sicurezza“, da ore davanti a strumenti digitali che danno dipendenza e isolano socialmente.

C’è poi l’enorme pressione sociale che grava sui genitori più consapevoli: quando in prima media quasi tutti hanno uno smartphone con TikTok o Instagram, diventa difficilissimo spiegare al proprio figlio, magari l’unico senza dispositivo, perché quello strumento non sia adatto alla sua età. In questo, scuola e istituzioni sono state gravemente assenti, diventando corresponsabili dell’amplificazione di questi problemi.

Chiaramente non deve essere tutto bianco o nero: sarebbe ingenuo pensare di isolare i ragazzi dalla tecnologia in cui siamo immersi. L’uso deve però essere limitato e consapevole — ed è qui che entra in gioco la responsabilità genitoriale.

Le alternative per difendere i nostri figli esistono. Possiamo ad esempio limitare il tempo che possono trascorrere davanti agli schermi, evitando del tutto le ore notturne, così come proporre applicazioni o giochi che non applicano leve di dipendenza psicologica: talvolta parliamo di prodotti a pagamento, ma la domanda da porsi è semplice: preferiamo spendere 10€ per un gioco valido o centinaia di euro in percorsi terapeutici?

Per fortuna non è sempre necessario spendere e, tanto per fornire qualche spunto, ci sono realtà che offrono giochi ad-free sviluppate proprio per i bambini, come la Khan Academy Kids oppure il noto Code.org, che non provocano dipendenza. Si può installare un app market alternativo di applicazioni open source per Android, come F-Droid, dove ci sono giochi totalmente gratuiti e liberi (personalmente adoro Breakout71!), nonché versioni libere di app per servizi noti, come Instagram, Youtube….

Anche i produttori di smartphone e tablet mettono a disposizione degli strumenti per i genitori, come Google Family link, per aiutare i ragazzi ad usare in sicurezza i loro dispositivi mobili.

Insomma, per noi genitori è sufficiente avere maggiore consapevolezza e volontà di proteggere i nostri figli dai rischi del mondo digitale, a cui sono esposti attraverso gli schermi degli smartphone e dei tablet. A tal proposito, ci sono diversi libri che possono aiutare a capire meglio questi meccanismi: personalmente consiglio “La generazione ansiosa” di Jonathan Haidt (lo trovate anche su Amazon), un testo che dovrebbe essere letto anche nelle scuole per aiutare gli educatori a comprendere, e poi spiegare ai ragazzi, le conseguenze dell’uso non consapevole degli strumenti digitali.

*www.zerozone.it

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