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Ecosostenibilità del pellets: realtà e percezione

pelletsdi Fabrizio Pinzuti

AMIATA. Il pellet di legno sta diventando sempre di più una commodity energetica su scala internazionale anche per la sua maggiore ecocompatibilità rispetto ad altre fonti fossili, quali GPL, metano e gasolio, nonostante che in alcuni settori dell’opinione pubblica, e talvolta delle istituzioni, vi sia ancora la percezione che queste producano meno inquinamento. E’ questo, in sunto, quanto afferma e dimostra Valter Francescato, Direttore Tecnico dell’Associazione Italiana Energie agroforestali (AIEL),in un articolo pubblicato sul n. 2/2015 della rivista bimestrale QualEnergia con il titolo ‘Il pellet è sostenibile’. Si parla ovviamente del pellet certificato, quello che reca nel contenitore la scritta ENPlus, apposta dopo che è stata valutata tutta la filiera produttiva, dall’origine della materia prima al consumatore finale, con particolare riguardo al consumo di energia “grigia” e alle emissioni inquinanti e climalteranti.

È sicuramente vero che all’atto della combustione un combustibile solido (pellet) emette più polveri di un combustibile gassoso (metano e GPL). Ma è importante comprendere questa differenza oltre che in termini quantitativi, soprattutto in senso qualitativo/compositivo, ovvero in termini di effettiva tossicità sulla salute umana del particolato emesso. Attualmente la preoccupazione delle autorità competenti (MATTM – ministero ambiente tutela territorio e mare – ARPA – agenzia regionale protezione ambiente), con particolare riferimento alle emissioni della combustione domestica del legno, sono riferite soprattutto alla qualità del particolato (PM), ovvero al suo effetto di tossicità. I composti più temuti, legati alla combustione domestica tradizionale del legno, sono gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA), tra i quali il più noto e temuto è il Benzo(a)pirene (B(a)P). La combustione del pellet in moderne caldaie automatiche, allo stato della tecnica:

  • è caratterizzata dal fattore di emissione (FE) di particolato (PM) più basso rispetto ai tipi di generatori e biocombustibili legnosi. Il FE varia nell’intervallo 6-15 mg/MJ (mega jouel) ed è composto essenzialmente da sali minerali, ovvero composti inorganici.
  • il particolato è (quasi) privo di composti carboniosi organici (IPA). Il FE di B(a)P di una caldaia a pellet è nell’ordine di 0,03 mg/ GJ, ovvero 300 volte inferiore alle aspettative degli attuali piani di qualità dell’aria (il FE riportato nel Guidebook 2013 per le caldaie a pellet è pari a 10 mg/GJ).
  • recenti studi scientifici svizzeri e austro-finlandesi, attraverso test di tossicità in vitro su cellule polmonari, hanno dimostrato che l’effetto di tossicità sulla salute del PM prodotto da moderne caldaie automatiche a pellet è trascurabile in quanto la mortalità cellulare rilevata sui campioni caricati con elevate concentrazioni di PM da combustione del pellet non ha dimostrato differenze significative rispetto ai campioni testimone (privi di PM). Gli studi austro-finlandesi più recenti hanno confermato inoltre che non ci sono effetti di tossicità significativi, rispetto al PM urbano, in termini sia di infiammazione cellulare sia di genotossicità.

A nostra conoscenza, non esiste alcuno studio scientifico che dimostri un significativo peggioramento della qualità dell’aria, in termini di PM10, NO2 e SO2, in prossimità del luogo di installazione di una moderna caldaia automatica a pellet. Esiste invece uno studio indipendente e autorevole condotto nel 2005 da ARPA Biella che, in seguito a un monitoraggio della qualità dell’aria (PM10, NO2, SO2) nei pressi della centrale termica alimentata a cippato del Comune di Occhieppo Superiore (quindi con un FE sicuramente superiore a quello di una caldaia a pellet, considerando anche il fatto che si tratta di uno studio di 10 anni fa), ha portato alle seguenti conclusioni: “Non sono osservabili effetti particolari dovuti all’accensione degli impianti di riscaldamento (tra il 27 settembre e il 3 ottobre), come pure non si evidenziano incrementi causati dal funzionamento della caldaia a cippato”. Il miglioramento peraltro si raggiunge attraverso piani di qualità dell’aria che considerano tutte le sorgenti inquinanti e applicano azioni di mitigazione complessiva e puntuale degli impatti, come dimostra il monitoraggio della qualità dell’aria nelle regioni del bacino padano, in cui il valore del particolato è sensibilmente diminuito negli ultimi decenni grazie ai piani di qualità dell’aria. Quello che aumenta talvolta localmente (specie in montagna, nelle valli chiuse con fenomeni di inversione termica) è il valore di alcuni composti policiclici aromatici – B(a)P – legati soprattutto alla combustione domestica della legna in generatori obsoleti con scarse prestazioni tecnico-ambientali che, proprio grazie alla sostituzione con moderne caldaie a pellet, caratterizzate invece da un fattore di emissione di polveri inferiore di oltre il 90% e una tossicità equivalente (TEQ) dei composti policiclici oltre 1.000 volte inferiore, sono in grado di determinare un significativo miglioramento della qualità dell’aria in queste aree critiche, ed è per questo che tali interventi sono sostenuti da strutturati incentivi statali attivati in seguito al recepimento in Italia di specifiche direttive europee (2009/28/EC). Da questi dati è possibile ricavare anche i minori effetti inquinanti e climalteranti del pellet rispetto ad altri combustibili fossili.

Da valutare con attenzione anche gli effetti socio-economici, non solo per il minor costo del pellet e per gli incentivi economici riconosciuti. L’Italia spende ogni anno oltre 60 miliardi di euro per l’approvvigionamento energetico delle fonti fossili che provengono da Paesi esteri. Il 60% dell’energia termica in Italia (80 Mtep) è prodotta con il gas naturale, il 70% di questo è acquistato da tre Paesi con situazioni geopolitiche tutt’altro che stabili: Russia, Algeria e Libia. Il pellet concorre a rendere l’Italia meno dipendente dalle fonti fossili e crea significativi livelli di risparmio per le famiglie del ceto medio-basso. L’industria nazionale di produzione ha un potenziale produttivo di circa 0,7 Mt/anno con un notevole potenziale di sviluppo grazie alle risorse forestali nazionali inutilizzate. Basti pensare che la superficie forestale italiana è più che raddoppiata in mezzo secolo e preleviamo dai nostri boschi meno del 25% dell’incremento legnoso annuo, contro il 70-80% di Austria e Germania. I boschi gestiti secondo criteri di sostenibilità contribuiscono molto di più alla protezione del clima rispetto a quelli abbandonati, poiché la valorizzazione a cascata dei prodotti legnosi nei settori industriale ed energetico consente di sostituire le materie prime fossili e minerali quali l’acciaio, il cemento, il gas, il petrolio e il carbone. Inoltre ricordiamo che l’abbandono dei territori montani e collinari, che rappresentano circa i 2/3 del Paese, sono una delle principali cause del profondo dissesto idrogeologico, vera e propria emergenza per l’Italia, con ingentissimi danni alle comunità che abitano i luoghi più soggetti a tali fenomeni. Il settore del pellet è particolarmente significativo per l’industria italiana, con oltre 42.000 unità lavorative impiegate annualmente, di cui oltre 20.000 direttamente nella produzione e distribuzione del combustibile. La sola produzione di pellet ha una ricaduta occupazionale pari a 8,3 unità lavorative per milione di euro fatturato, contro 0,5 per i derivati dalla raffinazione del petrolio. Inoltre, l’incidenza del valore aggiunto della produzione di pellet è 7 volte superiore rispetto a quello derivante della raffinazione del petrolio (dati ISTAT, elaborazione AIEL). È importante evidenziare che i produttori italiani di generatori alimentati a pellet, con oltre 22.000 unità lavorative impiegate, sono oggi leader a scala internazionale, esportando oltre il 35% in Europa e Nord America, contribuendo al prestigio del Made in Italy nel mondo. La combustione del pellet per la produzione di energia termica rinnovabile, in particolare in moderne caldaie automatiche, allo stato della tecnica non solo è di per sé rispettosa dell’ambiente, ma lo è ancor più in confronto a tutti i combustibili fossili, inclusi quelli gassosi. E’ evidente che anche la combustione del pellet produce effetti negativi, qualsiasi attività e processo produttivo determina emissioni più o meno dannose; tuttavia, per quanto sopra riportato, la promozione del pellet al fine di farlo diventare una commodity energetica, in sostituzione dei combustibili fossili, rappresenta un percorso sostenibile per produrre energia termica rinnovabile, nel rispetto dell’ambiente e delle future generazioni.

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