La neutralità dichiarata dal Mef diventa una scelta di campo non dichiarata
Ministero dell'Econmia e Finanze di Pierluigi Piccini
SIENA. “Noi non partecipiamo e seguiremo la decisione del mercato.” Con questa frase il ministro dell’Economia ha chiarito cosa farà il Tesoro, titolare di poco meno del 5% di Mps, all’assemblea del 29 ottobre.
In quella sede i soci dovranno autorizzare le mosse difensive della banca, cioè la doppia offerta su Banco Bpm e Banca Generali, mentre sul tavolo resta l’offerta di Intesa. Giorgetti ha aggiunto che il mercato, nella sua capacità di discernere, premierà l’offerta migliore. Sembra una dichiarazione di prudenza istituzionale. In realtà è una scelta con conseguenze precise.
Non partecipare non significa votare contro. Significa togliersi dal conteggio. Durante un’offerta ostile le difese hanno bisogno del consenso dei soci, e ogni quota che esce dalla sala fa crescere il peso di quelle che restano: i grandi azionisti privati, i fondi, gli investitori che ragionano sul premio e sul rendimento. Lo Stato aveva l’unica partecipazione in grado di rappresentare un interesse diverso da quello puramente finanziario. Ha deciso di non usarla proprio quando poteva contare.
Mettere sullo stesso piano l’offerta di Intesa e quella di Siena, affidandosi al giudizio del mercato, non è neutralità: in una partita tra un soggetto molto più grande e uno che si difende, il mercato tende a premiare chi ha più capitale da mettere sul tavolo. La neutralità dichiarata diventa così una scelta di campo non dichiarata.
Del resto il ministro lo aveva già lasciato intendere a Cernobbio, quando spiegò che il Tesoro avrebbe già venduto la sua quota se non fossero arrivate le offerte. Quella partecipazione, frutto del salvataggio pagato dai contribuenti, era per il governo soltanto un pacchetto da dismettere. Non era mai stata pensata come uno strumento di politica economica o di tutela di un territorio.
Il colpo più duro lo ricevono le istituzioni senesi e toscane. Comune, Provincia e Regione hanno approvato documenti unitari, con maggioranza e opposizione insieme, chiedendo al governo di far pesare la sua quota a difesa dell’integrità della banca. Raramente la politica locale aveva trovato una sintesi così ampia. Roma l’ha ignorata. Per il centrodestra senese la smentita arriva da un ministro del proprio governo, espresso dalla stessa Lega, che in agosto parlava di rispetto della storia e dell’autonomia del Monte. Il sindaco di Siena e gli esponenti locali della maggioranza si ritrovano a difendere una posizione che i loro vertici nazionali hanno già abbandonato.
Il centrosinistra non sta meglio. La segretaria del Pd ha invitato a lasciar decidere il mercato e ha accusato il governo di voler fare il banchiere. Poi ha chiesto che il Tesoro mantenga la quota, senza spiegare a cosa dovrebbe servire una quota che non si usa. È un’ambiguità che nei fatti converge con la linea di Giorgetti. Lascia scoperti il Pd senese e il presidente della Regione, che chiedevano esattamente il contrario. Sullo sfondo restano gli interessi emiliani legati a Unipol, alleata di Intesa, e quelli fiorentini, che guardano all’operazione con favore.
La giornata ha offerto anche un altro segnale. L’amministratore delegato di Mps ha precisato che il voto del 29 ottobre non è una scelta tra le due operazioni: i soci possono approvare il piano difensivo e aderire comunque all’offerta di Intesa. È un modo per rendere il voto meno drammatico e più accessibile. Ma conferma che la difesa della banca è ormai affidata quasi solo alla sua capacità di convincere gli investitori, senza alcun presidio pubblico.
Resta una constatazione amara. Il Monte è stato salvato con denaro pubblico, ha rimesso in ordine i conti ed è tornato a essere un soggetto capace di iniziativa. Nel momento in cui il suo futuro si decide, lo Stato dichiara di non avere nulla da dire. Da destra e da sinistra, le direzioni nazionali dei partiti hanno scelto la stessa formula, il mercato. Il mercato però misura il valore delle azioni, non quello di una comunità. Non valuta cosa significhi per Siena perdere il centro decisionale della propria banca, i posti di lavoro qualificati, la capacità di orientare il credito sul territorio. Quella valutazione spettava alla politica, che ha rinunciato a farla.




