Gli antidoti sono la conoscenza e l'autonomia di giudizio
di Pierluigi Piccini
PIANCASTAGNAIO. Ieri, durante il dibattito a Piancastagnaio, Luca Rossini (Enel Green Power) ha invitato i presenti a vedere Nuclear Now, il documentario di Oliver Stone. L’ho fatto. E queste sono le conclusioni a cui sono arrivato.
Il film, sul piano immediato, è una tesi energetica netta e volutamente scomoda: davanti all’emergenza climatica il nucleare non sarebbe un’opzione tra le altre, ma la condizione necessaria per decarbonizzare in tempo, perché sole e vento — pur indispensabili — non hanno da soli la densità e la continuità per sostituire i combustibili fossili nella finestra che ci resta. Il tempo, in questo racconto, è la vera posta in gioco. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui, perché il cuore del documentario batte altrove, ed è di natura quasi conoscitiva prima che tecnica.
La tesi di Stone è che la paura del nucleare non sia nata da sé: è stata coltivata. Una lunga operazione culturale ha saldato nell’immaginario collettivo due cose distinte — la bomba e la centrale, l’arma e l’energia — alimentando un terrore della radioattività che ha finito per servire, paradossalmente, proprio agli interessi del carbone e del petrolio. Abbiamo scambiato una percezione per un fatto, e quello scambio ha avuto un costo ambientale enorme. Da qui la frase che riassume l’intero film: la conoscenza è l’antidoto alla paura. Il senso ultimo non è ingegneristico ma civile — riappropriarci di un giudizio autonomo su una fonte energetica rimossa dal dibattito per ragioni più emotive e politiche che scientifiche, e farlo ora, prima che la crisi diventi irreversibile.
È a questo punto che il film, per me, ha smesso di parlare solo di atomi e ha cominciato a parlare di noi. Perché c’è qualcosa, in questo passaggio, che eccede il tema energetico e tocca il modo stesso in cui una collettività decide ciò che può o non può pensare. Il potere, nella sua forma più matura, non ha quasi mai bisogno di proibire la conoscenza: gli basta orientare ciò che appare temibile. Non vieta di sapere, rende superfluo il domandare. E quando una società smette di domandare, ha già consegnato ad altri la mappa dei propri pericoli.
La paura, in questa prospettiva, non è un dato di natura ma un’istituzione: qualcosa che viene coltivato, distribuito, amministrato. Ha una geografia — indica dove guardare — e proprio per questo ha anche una zona d’ombra, ciò che resta fuori dal cerchio dell’attenzione. Il documentario mostra che il timore del nucleare è stato costruito con altrettanta cura di quanta ne è servita a non costruire, negli stessi anni, il timore dei fumi che salivano dalle ciminiere. Non è che una paura fosse vera e l’altra falsa: è che una è stata resa visibile e l’altra tenuta al riparo dallo sguardo. Governare, in fondo, è anche questo — scegliere cosa la gente vedrà per primo.
Qui si misura la perdita. Delegare il giudizio su ciò che dobbiamo temere significa cedere una porzione della nostra stessa capacità di stare al mondo da soggetti e non da amministrati. Non è solo questione di informazione mancante; è che, senza un giudizio proprio, la realtà ci arriva già interpretata, già divisa in ciò che merita allarme e ciò che merita indifferenza. Diventiamo abili a reagire e incapaci di valutare. E una cittadinanza che sa reagire ma non valutare è, per definizione, una cittadinanza governabile senza fatica.
Per questo l’invito a “sapere ora” non mi è parso un appello tecnico, ma un gesto politico nel senso più antico del termine. Riprendere in mano il criterio con cui distinguiamo il rischio reale da quello indotto vuol dire ricostruire la condizione stessa della libertà: perché non è libero chi può scegliere tra opzioni già selezionate da altri, ma chi conserva il potere di decidere quali domande valga la pena porre. Il vero oggetto rimosso, nel film, non è l’atomo. È la nostra facoltà di guardare le cose prima che qualcuno ci dica come guardarle.
Ringrazio Luca Rossini per l’invito. Un dibattito che spinge chi ascolta a verificare di persona, invece di accontentarsi delle opinioni già confezionate, è esattamente il contrario di quella delega della paura di cui parla il film. È già, in piccolo, un esercizio di quella libertà.




