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“Fondazione Mps: meno bandi-vetrina e più scommesse strutturali”

Analisi e sintesi della gestione del denaro secondo Piccini

di Pierluigi Piccini

SIENA. C’è un modo pigro di raccontare la Fondazione Monte dei Paschi, ed è quello dei comunicati: undici milioni deliberati, centoquarantanove interventi, effetto leva, Agenda 2030.

C’è però un modo serio, e impone due domande che oggi, dentro il risiko bancario, non sono più rinviabili. La prima: al posto di chi sta spendendo, la Fondazione? La seconda: ciò che chiama innovazione è davvero tale, o è la fotocopia in piccolo di qualcosa che esiste già, più grande, altrove? Le risposte, messe in fila, disegnano non un errore contabile ma un errore politico.

Partiamo dal principio, perché qui non si tratta di gusti, ma di regole. La Carta delle Fondazioni, il codice deontologico dell’ACRI a cui Palazzo Sansedoni è vincolato insieme al protocollo con il Tesoro e alla legge Ciampi, definisce la sussidiarietà come ruolo “complementare e integrativo, e mai suppletivo” rispetto agli altri enti che operano per fini analoghi. È scritto nero su bianco. La fondazione deve aggiungere dove il pubblico non arriva; non deve mettersi al posto del pubblico. È esattamente il confine che a Siena si è dissolto.

Si guardino i bandi del programma sociale: Habitus per l’emergenza abitativa, Moby per il trasporto sociale, il nuovo bando per l’assistenza agli anziani, EnergEtici per la riqualificazione degli edifici a finalità sociale. Sono, una per una, competenze ordinarie del Comune, della Regione, delle aziende sanitarie. La Fondazione non integra: tappa i buchi lasciati scoperti dalla spesa pubblica. E così produce due effetti perversi. Solleva gli enti locali dalla loro responsabilità, offrendo l’alibi perfetto per non stanziare. E trasforma un ente privato in un erogatore suppletivo di welfare, cioè in ciò che la sua stessa Carta gli vieta di essere.

Il problema, si badi, non è che la Fondazione concentri le risorse. È dove le concentra, e come sparpaglia il resto. Dei centoquarantanove interventi, i venti del programma Ricerca e Sviluppo si prendono quattro milioni e trecentomila euro: il quaranta per cento del denaro sul tredici per cento delle pratiche, tutto dentro le scatole a sigla. All’estremo opposto, i cinquantatré interventi del sociale si dividono due milioni e quattro in fette da 45mila euro l’una. Il denaro grosso va alla liturgia dell’innovazione; la casa, la vecchiaia e il disagio ricevono briciole polverizzate. È la peggiore combinazione possibile: concentrazione sulle cose sbagliate, dispersione su tutte le altre.

E l’innovazione, poi, è davvero tale? Se si smontano i programmi, la sostanza prevalente è orientamento, formazione, accompagnamento, coworking, eventi di comunità. È processo, non risultato. Le borse ai giovani arrivano a seimila euro, i contributi alle start-up a 24mila: cifre da micro-sostegno, non da capitale capace di spostare gli equilibri. Chiamare innovazione un laboratorio di due incontri al mese con “UX Design e Intelligenza Artificiale” è soprattutto un’operazione di vocabolario. E qui si tocca il punto più grave.

Tutto ciò che la Fondazione finanzia sotto quell’etichetta ha già, a monte, un canale pubblico dedicato, molto più capiente e spesso sotto-utilizzato. La Regione Toscana, con il fondo europeo di sviluppo regionale, sostiene la nascita e il consolidamento di start-up innovative a fondo perduto fino al novanta per cento del costo, da diecimila a centomila euro, con una dotazione portata fino a sette milioni e ottocentomila: fa quello che fa l’acceleratore della Fondazione, ma con importi da quattro a dieci volte superiori. Sullo stesso fondo la Regione ha aperto bandi per ricerca su intelligenza artificiale e robotica da sei e da oltre ventidue milioni, più quattordici per attrarre investimenti: è il campo del polo senese sull’IA, con risorse di un altro ordine di grandezza. Sopra, ci sono Giovanisì, il Fondo Sociale Europeo, il Pnrr, i programmi europei da un miliardo e mezzo.

La domanda è ineludibile: la Fondazione accompagna il territorio verso questi soldi già stanziati, o li trattiene in un circuito a proprio marchio che duplica in miniatura ciò che il pubblico offre in grande? Se vale la seconda, non è innovazione: è sostituzione a ribasso di fonti che restano inutilizzate.

Perché conta adesso. Nella partita bancaria la Fondazione ha una quota residuale nel Monte, lo zero virgola quaranta per cento, e ha detto che non la aumenterà. Chiede a gran voce che si salvaguardi il radicamento della banca a Siena. Ma se quel radicamento si allenta, e la cronaca dice che può accadere, gli undici milioni l’anno diventano l’ultima leva strategica del territorio. È qui la contraddizione: si difende il “restare” della banca e si spende come se il domani non riguardasse la città.

Da qui la sola via che abbia senso. Non spargere, e nemmeno concentrare sulle sigle: concentrare su pochi interventi di respiro vero, capaci di modificare la realtà dentro una visione di sviluppo sociale ed economico. Meno bandi-vetrina e più scommesse strutturali: la sanità di prossimità, l’abitare per chi lavora e per i giovani, la rigenerazione del centro storico come economia e non come cartolina, il contrasto alla denatalità come politica e non come slogan. Un ente che aggiunga, che rischi dove nessun altro rischia, che apra le porte del denaro pubblico invece di sostituirlo con la propria insegna. Gli ultimi milioni non chiedono di essere distribuiti: chiedono di essere investiti. Il resto, oggi più che mai, è vocabolario.

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