Investors in the UK are keeping a sharp eye on the FTSE Index, after day when the London Stockmarket recorded it's worst showing since December 1996. * Despite an effort by George Bush to halt the slide of the Dollar, the US currency continues to slide, sparking fears of a recession that could effect markets worldwide. di Pierluigi Piccini
SIENA. Stamattina la contesa la battono tutte le agenzie: il Financial Times aveva definito “stravagante” il piano del Monte, Lovaglio ha risposto con una lettera dicendosi “travisato”. Londra e Siena si rimandano l’accusa, e la cronaca si ferma al punteggio. Ma il punto vero non è chi abbia ragione tra i due: è la parola su cui stanno litigando. Perché “fusione”, in questa vicenda, non descrive nulla. È diventata uno strumento retorico che i due contendenti impugnano in senso opposto.
La rubrica Lex la moltiplica. Conta fino a quattro — Mediobanca, Banco Bpm, Banca Generali e il Monte — e chiama il tutto “fusione a quattro”, operazione da pensiero magico, per far apparire Lovaglio un incosciente. Lovaglio, all’inverso, la divide: Mediobanca è “già in corso” e dunque non va più contata, Banco Bpm è “una fusione tradizionale” tra reti complementari, Banca Generali è soltanto “un’acquisizione strategica” nel wealth management. Lo stesso vocabolo serve prima a gonfiare il rischio e poi a sgonfiarlo. Il numero delle fusioni diventa così una variabile a piacere, non un dato di fatto.
E qui casca l’asino, perché una fusione, in senso proprio, è un atto giuridico discreto: incorporazione, rapporto di cambio, delibere assembleari, estinzione di una personalità giuridica dentro l’altra. Di fusioni così intese, sul Monte, non ne è ancora avvenuta nessuna. Quello che è avvenuto, o è in corso, sono offerte di scambio: strumenti per prendere il controllo, non per fondere i corpi. Siena ha conquistato Mediobanca con un’OPS, e l’integrazione — parole di Lovaglio — è “già in corso”, cioè non è finita, è futura e condizionata. Su Banco Bpm ha lanciato un’offerta che chiama fusione ma che oggi è appunto un’offerta, a premio zero, con dentro un Crédit Agricole al 29,3% tutt’altro che entusiasta. Su Banca Generali un’offerta al 10% di premio che egli stesso tiene a distanza — “modello operativo e clientela distinti” — cioè controllo senza vera integrazione.
Barano dunque entrambi con lo stesso vocabolo. Lex aggrega per drammatizzare, Lovaglio disaggrega per rassicurare, e nel mezzo scompare l’unica cosa che conti: il controllo non è l’integrazione, e l’offerta non è la fusione. Tra il prendere le azioni e il fondere i bilanci stanno i due terzi dell’assemblea da conquistare, il nodo di Crédit Agricole, l’antitrust, il golden power e soprattutto il calendario rispetto all’opas di Intesa. Nulla di tutto questo lo decide l’aggettivo scelto per una lettera al Financial Times.
Una freccia buona, in verità, Lovaglio la scaglia, ed è l’ultima: chiedere perché la stessa lente critica non venga puntata sull’operazione di Intesa, che porta con sé smembramento del Monte e riduzione della concorrenza nel sistema. È l’unico momento in cui esce dalla difesa lessicale e torna sul terreno vero. Tutto il resto è tassonomia interessata: si contano le fusioni per non parlare dei rischi, si sceglie il sostantivo per non affrontare la sostanza. Il che, alla fine, dimostra soltanto una cosa vecchia come il mestiere del banchiere e del cronista insieme: la retorica non fa finanza.




