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Monte dei Paschi: una giornata di porte chiuse

di Pierluigi Piccini

SIENA. Il 25 agosto, sul Monte dei Paschi, è stata una giornata di porte chiuse. Una dopo l’altra, e tutte nella stessa direzione.

Il consiglio di Banco Bpm, riunito attorno a Giuseppe Castagna, ha gelato all’unanimità l’offerta di scambio arrivata da Siena. Unanimità che comprende i quattro consiglieri di Crédit Agricole, primo socio del Banco con il 29,3 per cento: un dettaglio che pesa, perché senza i francesi l’operazione non si fa. La contestazione è netta e tecnica: quella di Lovaglio non è la fusione che il Banco aveva proposto a giugno, è un’acquisizione, e non riconosce alcun premio agli azionisti milanesi. Interamente in carta, a premio zero, assegnerebbe ai soci di Piazza Meda il 37 per cento del nuovo gruppo contro il 50,1 dei senesi. Le stesse parole — “né concordata né sollecitata” — le aveva usate pochi giorni prima Banca Generali. Giovedì tocca al Leone, che della controllata possiede il 50,2 per cento e non ha ragione di cedere il proprio polo del risparmio gestito.

Sul fronte opposto, Intesa avanza. ISS prima, Glass Lewis il giorno dopo, hanno entrambi raccomandato ai soci di approvare l’aumento di capitale a servizio dell’Opas, in agenda all’assemblea del 10 settembre. I due proxy advisor hanno annotato che la contromossa senese, se approvata dall’assemblea del Monte del 29 ottobre, farebbe venir meno alcune condizioni di efficacia dell’offerta di Intesa. Ma con una precisazione decisiva: quelle condizioni sono nella disponibilità di Intesa, che può rinunciarvi. Non un automatismo che disinnesca l’Opas, un’opzione in mano a Messina, che intanto dà l’operazione per “solida e ben avviata” ed esclude rilanci.

Anche lo Stato ha detto la sua, e ha detto neutralità. Ricevendo le istituzioni toscane, il ministro Giorgetti ha assicurato che il Tesoro non cederà il suo 4,8 per cento e che l’accelerated bookbuilding resta in stand by. Ma congelare la quota non significa schierarla a difesa del Monte: significa non venderla a nessuno, né a Intesa né all’Ops di Lovaglio. La richiesta di golden power avanzata dagli enti locali per scongiurare lo spezzatino delle filiali è stata, per ora, accantonata.

Attorno, il coro degli analisti non lascia margini. Il Financial Times parla di “pensiero magico” per una fusione a quattro che dovrebbe integrare anche Mediobanca, e definisce “miseri” i prezzi offerti a Bpm e Generali. Equita segnala l’elevato rischio di esecuzione di un’operazione che imporrebbe al Monte di gestire in contemporanea l’integrazione di Mediobanca, l’aggregazione con Banco Bpm e quella con Banca Generali. S&P e Moody’s guardano con cautela, senza effetti immediati sui rating ma con “notevoli incertezze”.

Ne esce una lettura più cruda di quella della battaglia sospesa. La doppia Ops non ha rafforzato Lovaglio: ha mostrato una difesa ad alto rischio, accolta con freddezza da tutti i soggetti che contano — i soci obiettivo, i proxy advisor, il Tesoro, le agenzie. La stessa interpretazione del Financial Times va oltre: l’obiettivo vero non sarebbe comprare Bpm e Generali, ma costringere Intesa ad alzare l’offerta di un paio di miliardi. Se è così, il 25 agosto non è un passo della guerra. È la conferma che il Monte non ha le carte per vincerla: soltanto quelle per rendere più caro il proprio prezzo.

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