Per Piccini "un'opas sul Monte non si improvvisa in un weekend"
di Pierluigi Piccini
SIENA. C’è una frase che vale più di mille comunicati. L’ha detta Carlo Cimbri, il dominus di Unipol, il giorno del lancio: «Penso che qualche interlocuzione con il governo Intesa l’abbia avuta». Detta da chi è dentro l’operazione fino al collo, non è un sospetto: è una confessione. E smonta la finzione su cui poggia tutto, quella della neutralità.
Perché questa OPAS non è nata l’8 giugno. Un’offerta da trenta miliardi, che arriva già completa dell’accordo con Unipol per seicentotrentacinque filiali, già disegnata per superare l’antitrust, già corredata di una quota difensiva in Generali comprata con i derivati, non si improvvisa in un weekend. Si negozia per mesi. La domenica delle scalate è stata la messa in scena di una partita già scritta.
Ecco la rasoiata. Lo stesso governo che un anno fa ha calato il golden power per fermare UniCredit su Banco BPM, oggi su un’operazione molto più grande si dichiara neutrale. Perché? L’ha spiegato Cimbri stesso: gli offerenti hanno «un solido ancoraggio tricolore». Tradotto: il potere d’oro non misura il rischio per l’interesse nazionale, misura la fedeltà degli azionisti. A Orcel, troppo internazionale, si è detto no. All’asse Intesa-Unipol-Bper si dice sì. La neutralità è il nome che si dà al via libera,l quando lo si vuole concedere senza ammetterlo.
Chi resta davvero a terra sono Del Vecchio e Caltagirone. Erano stati loro a spingere il Monte dentro Mediobanca, anni fa, per una ragione sola: Piazzetta Cuccia custodisce il tredici per cento delle Generali, e a quelle Generali — cassaforte del risparmio italiano — i due puntavano da tempo. Avevano trasformato una banca senese nel grimaldello per arrivare a Trieste. Ora Messina, comprando il Monte, eredita l’intera catena e si porta a casa proprio quel grimaldello, puntandolo contro chi l’aveva forgiato. È questa la disfatta che conta, il vero spartiacque della vicenda: non la sorte di una sede, ma il crollo del disegno di due fra i più potenti azionisti del Paese. E quando si dice che la partita è chiusa, si dice una cosa imprecisa. Non lo è per UniCredit, che osserva; non lo è per Banco BPM, che medita di tornare alla carica. Lo è per loro due, che hanno già perso.
E la difesa del Monte? Lovaglio si muove dentro un recinto strettissimo, e lo sa. Rivendica il valore raggiunto — quattro anni fa la banca capitalizzava trecento milioni, oggi più di trenta miliardi grazie a Mediobanca — e insiste che il mercato non lo riconosce ancora del tutto. Ma è un argomento che alza il prezzo, non ferma il passaggio: dire «valiamo più di quanto pagate» non sposta una sola azione, e anzi conferma a tutti qual è il vero tesoro. La passivity rule, che lui giustamente rispetta, gli vieta contromosse reali senza il voto dell’assemblea: la sua resta perciò una difesa di parole. E l’integrazione di Mediobanca che porta avanti — il conferimento del tredici per cento delle Generali in una nuova società pulita, controllata al cento per cento dal Monte — finisce per impacchettare ordinatamente proprio l’asset che Intesa vuole. La difesa, suo malgrado, confeziona il pacco per chi dovrà aprirlo. Resta un’unica alternativa industriale, la fusione alla pari con Banco BPM, più coerente con l’indipendenza ma priva del premio in contanti di Intesa; e il dovere di cercare l’offerta migliore per gli azionisti spinge verso chi paga di più. Tutto è sospeso al 16 luglio, prossima riunione del consiglio. Fino ad allora si prende tempo: si può strappare qualche miliardo in più, non l’esito.
In tutto questo, Siena fa quello che può. Il consiglio comunale si è mosso all’unanimità, ha chiesto il golden power, ha messo in piedi un tavolo: con gli strumenti che ha, è il massimo che poteva fare, e va riconosciuto. Ma è bene essere lucidi su cosa quegli strumenti possono e non possono raggiungere. L’oggetto vero della trattativa — il tredici per cento delle Generali — viaggia su un binario che nessuna mozione locale può deviare. La città difende, legittimamente, ciò che le è più vicino: il marchio, la sede, il lavoro. I padroni del vapore, intanto, si spartiscono la funzione. E il governo, che potrebbe mordere proprio lì dove l’interesse nazionale è davvero in gioco, sceglie di non farlo: perché lì gli azionisti sono i suoi.
Non è un complotto. È un assetto. Le banche si combinano per intese preventive, l’antitrust si neutralizza per contratto, il golden power si usa per distinguere gli amici dagli estranei. La domanda onesta, allora, non è se il governo userà il potere d’oro. È per conto di chi.




