La sfida di Lovaglio a difesa del Monte
di Pierluigi Piccini
SIENA. Davanti a una platea di amministratori delegati, Luigi Lovaglio ha scelto una parola sola e l’ha pronunciata con cura maniacale: gioiello. Il Monte è un gioiello, e quando una banca viene riconosciuta come tale — ha spiegato — lo standard di qualunque operazione si alza naturalmente. Tradotto dal linguaggio ovattato dei convegni: chi vuole sedersi al tavolo deve pagare di più. Tutto l’intervento è costruito su questa soglia rialzata. Quattro anni fa, ha ricordato, Montepaschi capitalizzava trecento milioni; oggi, grazie a Mediobanca, vale più di trenta miliardi. È l’argomento del cento-per-uno: chiunque arrivi deve confrontarsi con una banca trasformata, non con quella che rischiava il dissesto.
Sul piano della forma, niente da eccepire. C’è una procedura, ci sono regole, e l’amministratore delegato dichiara di volersi attenere a quelle: il consiglio analizza, valuta, cerca la soluzione migliore nell’interesse degli azionisti, e la passivity rule — la norma che durante un’offerta congela le mani del board e rimette ogni mossa straordinaria all’assemblea — viene, parole sue, pienamente rispettata. È il galateo dell’azienda corteggiata: non chiudo la porta a nessuno, ma alzo il gradino d’ingresso. Radar orientati a trecentosessanta gradi, si è scritto: un modo elegante per non indicare nessuna direzione.
La sostanza, però, non abita nelle dichiarazioni. Abita in una riga. Nel comunicato del 22 giugno, sotto la consueta liturgia dell’«all’unanimità» e dell’«entro fine anno», si dice che le operazioni di riorganizzazione andranno all’assemblea dei soci «anche per le finalità di cui all’art. 104 del TUF». È scritto in linguaggio da avvocati, e per questo passa inosservato. Ma è lì che il consiglio ammette, nero su bianco, ciò che a voce nessuno dice: lo scorporo potrebbe essere una misura difensiva contro l’offerta di Intesa, e proprio per questo serve il via libera degli azionisti. Nessuno obbligava il board a citare quel comma — la fusione di Mediobanca precede l’Opas, nasce da un piano industriale di febbraio. Eppure l’«anche» c’è. È una piccola confessione incastonata in una subordinata.
Questa mia lettura, oggi, non è più solitaria: molte testate finanziarie nazionali la propongono apertamente, leggendo il completamento dell’integrazione come una mossa difensiva e osservando che, salendo al cento per cento di Mediobanca, Siena incorpora il valore del flottante residuo — qualche miliardo — e può così presentarsi dicendo: guardate quanto valgo, non quanto mi offrono. Non è una rivincita, perché ciò su cui tutti convergiamo non è una buona notizia per la città. È la prima linea difensiva, e non sta nei dividendi: sta nel sostenere che il Monte, da solo, vale più dell’offerta sul tavolo. Resta il convitato di pietra. Un azionista a cui Intesa mette in mano contante e un premio certo può ragionevolmente preferirlo a una riorganizzazione complicata, fatta a tappe, il cui valore è tutto da dimostrare — e che, dettaglio non secondario, coincide con la sopravvivenza del progetto di chi oggi guida la banca. Il comunicato non prova mai a spiegare perché restare indipendenti convenga davvero. Lo presuppone.
Ma la difesa ha un secondo fronte, e l’ho indicato molto prima che diventasse materia da prime pagine: la golden power. Lo strumento, ha lasciato intendere il governo, può valere anche tra due banche italiane, e sull’operazione non sono escluse «prescrizioni». Il punto su cui conviene tenere fisso lo sguardo è sempre lo stesso: dentro il perimetro dell’offerta non c’è soltanto una banca, c’è il tredici per cento di Generali che il Monte detiene attraverso Mediobanca, cioè una leva sul maggiore gestore di risparmio del Paese, già sotto osservazione dell’autorità sulle assicurazioni. È qui che l’argomento dell’interesse nazionale ha la sua presa più solida. Ma il governo si dichiara «neutrale», annuncia di voler uscire dal proprio 4,86 per cento alle migliori condizioni di mercato, e i grandi soci privati e i fondi appaiono orientati verso Intesa: allo stato, la golden power può al massimo imporre condizioni, non è una rete di salvataggio, ed è imprudente trattarla come tale.
C’è infine il registro che da queste parti pesa di più e si nomina di meno. Lovaglio insiste sui marchi: unire lo storico e iconico nome di Monte dei Paschi a quello altrettanto iconico di Mediobanca. È un’estetica del logotipo. Ma il nome e la cosa, a Siena, hanno preso da tempo strade diverse. Negli scenari che circolano, l’entità che nascerebbe dall’altra sponda conserverebbe l’insegna «Monte dei Paschi» — privata, però, del «di Siena». Sopravvive l’etichetta, migra la sostanza: gli sportelli, i posti, il radicamento, quella quota di Generali che vale come una leva sul risparmio nazionale. La banca più antica del mondo rischia di restare un marchio nelle mani altrui, mentre il suo corpo materiale viene spostato da una casella all’altra in una partita giocata altrove.
Quella a cui assistiamo è una reazione, non un esito: il board ha scelto di non abbandonare il proprio progetto, e questo apre la partita, non la chiude. Intesa risponderà, i soci forti si muoveranno, le autorità apriranno le loro istruttorie; i tempi saranno lunghi e complessi, e il vero crinale non è oggi ma le assemblee di settembre, presentate come passaggi tecnici e destinate invece a essere il momento in cui tutto si decide. Prepararsi vuol dire non scambiare una reazione per una vittoria.
In tutto questo la città cerca ciò che le resta da cercare: una voce sola. La seduta straordinaria di Palazzo Pubblico prova a comporre un documento condiviso tra maggioranza e opposizione, da affidare alla sindaca e da unire allo sforzo di Provincia e Regione. Se quella voce reggerà, e fino a che punto, è ancora da vedere; e comunque vada, resta il limite che la convocazione stessa lascia intendere: di questa partita il Monte è ormai l’oggetto, non il soggetto, e i suoi destini non si decidono qui. Sul testo che uscirà dai capigruppo è prematuro pronunciarsi: lo si giudicherà quando ci sarà, per ciò che dirà e per ciò che sceglierà di non dire. La riga decisiva, intanto, non l’ha scritta nessun consiglio comunale. L’ha scritta, in punta di art. 104, il consiglio di amministrazione di una banca che si dichiara gioiello e intanto, sottovoce, confessa di doversi difendere.




