di Pierluigi Piccini
PIANCASTAGNAIO. Era una di quelle mattine di fine maggio in cui l’Amiata sembra trattenere il respiro. Il sole tagliava obliquo i giardini, le saracinesche ancora abbassate, e nel paese non si muoveva quasi nessuno. È in un momento così — senza pubblico, senza telecamere, senza nastro da tagliare — che un uomo in camicia azzurra si è chinato sul prato dietro il monumento ai caduti e, con una vanga, ha cominciato a scavare. Accanto a lui il suo aiutante. In mezzo, un lupo di bronzo in attesa di prendere posto nella terra.
L’uomo che scavava è Davide Rivalta, e quello non era un operaio che sistema un soprammobile: era l’artista che pianta la propria opera come si pianta un albero. Nessuna cerimonia, nessun discorso. Solo terra smossa, il rastrello, e un animale che, finito il lavoro, sembrava essere spuntato dal suolo, come se ci fosse sempre stato. Chi è passato più tardi davanti ai giardini si è trovato il lupo lì, alla sua altezza, sull’erba, senza piedistallo a tenerlo a distanza. E si è fermato. Qualcuno avrà sorriso, qualcuno si sarà chiesto cosa ci facesse. Una signora, sui social, ha messo la cosa per iscritto: ma che senso ha?
È una buona domanda, e merita meglio della solita retorica dell’arte che “valorizza il territorio”. Per capirla, bisogna conoscere Rivalta. Bolognese, classe 1974, ha costruito tutto il suo lavoro intorno all’animale: rinoceronti, bufale, leonesse, gorilla, lepri, e adesso i lupi. Bestie modellate dal vero e fuse in bronzo, lasciate volutamente nel loro non-finito — la superficie che trattiene il gesto delle dita nella creta, gli strappi, la materia ancora viva. Ma il cuore della sua poetica non è la forma: è la collocazione. I suoi animali non stanno mai su un basamento. Niente piedistallo, niente diaframma che dica “questa è arte, guardatela da lontano”. Stanno per terra, dove camminiamo noi. Non li guardiamo: li incontriamo.
Ed è qui la risposta alla signora. Questi lupi non sono decorazione, sono un dispositivo. Ti mettono davanti un altro che è entrato nel tuo spazio senza chiedere permesso, e ti costringono a rapportartici. Nel momento esatto in cui ti accorgi del lupo e ti domandi cosa ci faccia lì, tu sei già diventato parte dell’installazione. Non c’è più lo spettatore e l’opera: c’è uno spazio condiviso, nuovo e insieme stranamente familiare, in cui per un attimo l’uomo e il selvatico stanno fermi nello stesso prato. La domanda “che senso ha” è già, di per sé, la risposta: chi se la pone si è fermato a guardare, e fermandosi ha cominciato a convivere.
Familiare, perché qui siamo sull’Amiata, e il lupo non è una metafora astratta. È tornato sul serio nei nostri boschi, e con lui è tornata l’antica paura del pastore, la diffidenza, il conflitto. Rivalta prende quella paura ancestrale e la rovescia. I suoi lupi non aggrediscono, non minacciano: attraversano. Camminano a testa bassa, di profilo, come chi conosce il posto e ci passa da sempre. È un’invasione, sì, ma pacifica — l’esatto contrario dell’incubo. È la proposta, fatta in bronzo, di una convivenza possibile.
Il filosofo francese Baptiste Morizot, che ai lupi ha dedicato pagine bellissime, la chiama “diplomazia con i viventi”: condividere un territorio con chi non è come noi senza doverlo per forza addomesticare o eliminare. Donna Haraway, dall’altra parte dell’oceano, parlerebbe di companion species, le specie compagne che diventano ciò che sono solo nella relazione reciproca. È precisamente quello che questi lupi mettono in scena: non l’animale contro di noi, non al posto nostro, ma insieme a noi, nello stesso paese, sotto gli stessi alberi.
Per questo l’artista è venuto di persona a piantarli, con le mani sporche di terra, scegliendo lui il punto esatto, l’orientamento della testa, il rapporto con la luce e con la pietra. Perché la collocazione, per Rivalta, è l’ultimo gesto creativo, non una formalità da delegare. E forse la cosa più bella di tutta questa storia è che fra qualche mese nessuno si chiederà più cosa ci fanno lì. Saranno semplicemente i lupi di Piano. E noi, senza accorgercene, avremo imparato a stare al mondo accanto a loro.




