di Augusto Mattioli
SIENA. Dieci anni fa la tragica morte di Giulio Regeni, ricercatore universitario italiano assassinato dal sistema dittatoriale dell’Egitto alla caccia di veri o presunti nemici da eliminare. Una mentalità di cui è rimasto vittima Regeni.
Questo pomeriggio al Santa Chiara lab è stato proiettato il film di Simone Manetti “Giulio Regeni, tutto il male del mondo”, nell’ambito dell’iniziativa nazionale a cui partecipano gran parte delle università italiane, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo nel decennale della morte del giovane.

I Regeni all’Università di Siena nel 2017 (Foto archivio Augusto Mattioli)
Quella di questa sera a Siena è la prima proiezione in Toscana, che, oltre è testimoniare con dati di fatto quanto è accaduto, ha voluto sottolineare l’importanza della libertà di ricerca evidentemente non gradita dall’apparato della politica egiziana, che ha creduto che l’italiano fosse una vera e propria spia da eliminare.
Tesi che purtroppo è passata anche sui social italiani, dove si leggono considerazioni di una crudeltà estrema nei confronti del ricercatore.
Un film che chiarisce le responsabilità chiare dell’Egitto, dal vertice politico fino agli apparati dei servizi segreti. C’è voluto tempo e ci sono stati ritardi, ma i responsabili materiali dell’assassinio sono sotto processo a Roma, anche se non sono materialmente nell’aula ma se ne stanno in Egitto, sostenuti dalla politica di casa. E contano anche sugli interessi economici che il nostro paese ha con l’Egitto (solo all’inizio l’Italia ha ritirato l’ambasciatore), che hanno rallentato le indagini. Ma non la certezza che Regeni è stato vittima della paranoia di un sistema politico che non ha avuto esitazioni ad uccidere anche cinque persone considerate malviventi, in possesso dei documenti del ragazzo e ritrovati in una abitazione.




