Leggendo queste pagine, sembra di sentire i rintocchi delle campane senesi, non troppo coordinati tra loro, per la conta delle ore
di Duccio Benocci
SIENA. Inizierò col dire che Ranieri è “figlio d’arte”: figlio del grande storico dell’arte (e poeta!) Enzo Carli (chi non conosce Enzo Carli? Fondamentali, ancora oggi, i suoi studi sull’arte senese e pisana, così come i celebri manuali per le scuole su cui si sono formate intere generazioni di studenti), ma anche nipote del meno conosciuto Plinio Carli, filologo, italianista, dantista.
Un aspetto che li accomuna – i tre Carli – è senza alcun dubbio il fatto che non basta un’“etichetta” convenzionale per identificarli correttamente; sono personalità assai complesse, multiformi, sfuggono cioè ad una univoca classificazione.
Ranieri, infatti, oggi si presenta come autore del grazioso volumetto Siena. Un amore lungo una vita (pubblicato dalla assai prolifica Betti editrice), ma lo conosciamo anche come raffinato autore di versi, confluiti nelle raccolte La tana del coniglio (Edizioni degli amici, 2000) e Diario di Fornicchiaia (Polistampa, 2014). Ha collaborato e collabora con periodici locali, occupandosi principalmente di due delle sue viscerali passioni: l’arte e la musica (quest’ultima «colta», specificherebbe volentieri). Oggi in quiescenza, è stato una delle colonne portanti della Biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia del nostro Ateneo. Appassionato «contradaiolo della Tartuca», tiene più volte a precisarlo anche tra le pagine del libro, è stato Archivista della sua Contrada.
Ranieri, proprio come lo è stato il padre, è da considerare, a tutti gli effetti, una personalità della vita culturale di questa sonnacchiosa città; e non poteva essere altrimenti essendo cresciuto in un ambiente particolare, così ricco di stimoli come casa Carli.
Siena. Un amore lungo una vita non è un romanzo autobiografico, né tanto meno un libro propriamente di racconti o novelle ispirati alla vita vissuta del loro autore. Alla base dei testi che lo compongono c’è una precoce vocazione memorialistica durata almeno tre lustri (di solito tale vocazione si manifesta in età più matura); Carli la definisce una «innocua […] fastidiosa malattia» (p.9).
Una serie di scritti autonomi, indipendenti gli uni dagli altri, ma che letti insieme formano un autentico omaggio a Siena, alla città e alle sue terre, alla sua storia e alle sue arti, al ricordo delle ‘cose e persone’ (tanto per citare un’espressione cara a Federigo Tozzi) che non esistono più.
Brevi prose (che talvolta sfiorano il genere della “prosa d’arte”) in cui Ranieri, osservatore attento e sistematico – oserei dire, non me ne voglia per questo, a tratti “compulsivo” – raggiunge il giusto equilibrio tra le categorie di “narratore” e “descrittore”, formulate da Walter Benjamin in un suo fortunatissimo saggio.
Questo libro è molto “ranieroso” – mi sia permesso questo neologismo improvvisato, ora che va tanto di moda coniarli – nel senso che potrebbe averlo scritto soltanto Ranieri, talmente è evidente, inconfondibile il suo stile.
Se dovessi individuare, una per una, le caratteristiche “generali” di questo libro comincerei con la rilevazione di un’aggettivazione sapiente, che fa della scrittura di Ranieri una scrittura a tratti barocca.
Il linguaggio utilizzato, estremamente fluido, è adatto ad essere ospitato tra le colonne di quotidiani e riviste: infatti, una minoranza dei testi che compongono il libro sono apparsi sul «Carroccio».
Senesismi, quindi termini vernacolari, qualche arcaismo rappresentano gemme preziose da scovare qua e là nel testo, e rivelano la competenza anche linguistica dell’autore.
Molti, poi, i riferimenti ad opere, capolavori e artisti ben noti nella storia dell’arte italiana: Ottone Rosai, Duccio con le storiette sul tergo della “Maestà”, i due Pisano: padre e figlio, l’antico Spedale di Santa Maria della Scala ed i noti affreschi di Domenico di Bartolo, Beccafumi e altri, il Duomo con la sua fabbrica, le piccole tavole attribuite ad Ambrogio Lorenzetti in Pinacoteca … la vicinanza del padre Enzo, la sua ineguagliabile guida attraverso mostre e musei hanno avuto, evidentemente, la loro influenza.
Ranieri ci offre una serie di piccoli bozzetti, descrizioni, annotazioni, giudizi personali; tra questi ultimi, ricordiamo quello severo sull’amato Montale: la sua nota poesia “Palio” viene bollata come «di qualità media» (p.73).
Addirittura confessioni, ricordi e qualche battuta fulminante. Un continuo passaggio dal presente al passato – quindi un ricorso al flashback, diremmo – per dare un senso di movimento alla narrazione.
I rimandi e le ripetizioni, all’interno delle prose, di concetti, espressioni già formulati, di singole ed efficaci descrizioni rappresentano una “spia” che ci informa sui tempi di composizione, come già accennato, differenziati.
Colpiscono le conclusioni secche, improvvise, alla maniera di Tozzi, così come la passione per il dettaglio, applicata, nei testi, con una abbondante dovizia di particolari (il padre Enzo, suo primo appassionato lettore, non a caso, notando anch’egli quest’ultima caratteristica lo aveva paragonato a certi pittori senesi del Quattrocento autori di predelle riccamente istoriate).
Da considerazioni personali, dotte precisazioni storiche su Siena e la civiltà senese (frutto di anni di appassionate letture e approfondimento) e ricordi visivi e uditivi, talvolta, Ranieri cede il passo, volentieri, a veri e propri raccontini.
Una parola che nel libro ricorre con una certa frequenza è «malinconia», o anche nella sua forma più arcaica «melanconia»: «Una sottile malinconia la pervadeva [sta parlando della città ndr], soprattutto al pomeriggio, rendendola unica anche rispetto ad altri luoghi ove i segni del Medioevo si erano incisi con forte evidenza» (p.15). Oppure: «un tempo, […] la città viveva in suo splendido ed un po’ malinconico isolamento» (pp.27-28); sul concetto di isolamento (anche mentale dei senesi) torneremo più avanti. Continuando con gli esempi: «i pesanti rintocchi delle campane della cattedrale, cui fanno eco quelle delle altre grandi chiese della città, hanno sempre acuito la melanconica solitudine dei miei anni giovanili» (p.42). Oppure: «Era un pomeriggio inoltrato dei primi giorni di agosto ed io, rientrato alla fine di luglio dal lungo e gioioso soggiorno in Versilia, avevo ancora melanconicamente nell’animo la nostalgia del mare, degli amici laggiù ritrovati, del bighellonare spensierato tra gli stabilimenti balneari, la verdeggiante campagna dietro Marina di Massa, il lungomare largo e arioso che conduce a Forte dei Marmi ed a Viareggio» (p.63); interessante, in questo caso, la contrapposizione della Versilia, luogo di gioiosi soggiorni estivi, con Siena, improvvisamente percepita «angusta, scoscesa e priva di […] attrattive» (p.63).
Siena, dunque, è la città della malinconia (soprattutto di questi tempi, direi, col collasso progressivo delle sue principali istituzioni), una città che, nonostante la sua bellezza, inevitabilmente origina malinconia in chi la abita. Tozzi, addirittura, arriverà a scrivere in Bestie: «La mia anima, per aver dovuto vivere a Siena, sarà triste per sempre: piange […] [Siena] dove ci si tormenta fino alla disperazione».
Soltanto la sbrigliata fantasia di un bambino o il sogno di una prospettiva diversa da cui guardare il mondo può porre rimedio a questa condizione.
Ranieri si definisce «figlio di due madri» (p.24), entrambe città toscane di primissimo piano: seppur nato a Pisa, infatti, ha trascorso l’intera sua vita a Siena (a partire dagli otto mesi circa), ad eccezione dei soli anni universitari, per i quali, poi, si è trasferito a Firenze, mancando nel senese una Facoltà di Lettere (che, come sappiamo, è stata inaugurata negli anni Settanta).
Scrive e più volte lo ribadisce, col tono quasi di un’excusatio: «non sono nato a Siena ed affondo le mie radici nella terra umida e grassa che racchiude l’Arno ormai prossimo alla foce, ma qui ho mosso i primi passi, sono cresciuto col rumore dei tamburi nelle orecchie e credo di potermi quindi reputare senese» (p.74).
Con le pagine di questo libro l’autore, partendo dai suoi primi anni senesi, ci prende per mano e ci porta alla scoperta di un autentico ‘piccolo mondo antico’.
La scrittura, così come la ricerca di un passato superstite nella memoria, rappresenta per Ranieri un modo per esorcizzare l’avanzare del tempo e del progresso.
«Il tempo – scrive – […] modifica tutto e tutti» (p.13) e anche Siena ha subito modificazioni radicali soprattutto nella seconda metà di quello che lo storico britannico Eric Hobsbawm ha chiamato il “secolo breve”. La nostra città, come molte altre realtà italiane, ha avuto una brusca accelerazione dal secondo dopo guerra, negli anni del cosiddetto “boom economico”: Siena si è adattata al mutare dei tempi e dei costumi.
Basta sfogliare, ad esempio, i preziosi volumi di Luca Luchini, dotati di un importante apparato fotografico, per rendersene subito conto. Oppure le fotografie raccolte nei cataloghi Alinari (fotografi che per Siena hanno avuto, da sempre, una predilezione speciale) o nel fondo fotografico Malandrini, provvidenzialmente digitalizzato e integralmente consultabile su internet.
Non tutto il passato, però, è ‘oro che luccica’: pensiamo, ad esempio, alle terribili descrizioni e ai racconti della Siena di inizio Novecento – la ‘Siena città dei suicidi’ dei tempi di Tozzi, per l’appunto – fatti dal grande Paolo Cesarini ed espunti volontariamente dalla sua biografia dedicata al grande scrittore senese per non turbare troppo il lettore.
Siena era una città povera, estremamente povera; lo scrive anche Ranieri, che, degli anni della sua infanzia, ha un nitido ricordo: un’economia «in cui l’olio si valutava a gocce, il pane a grammi e la radio [a valvole] era un lusso per pochi» (p.46). Quando il poco era tanto – diremmo – persino l’innamoramento rappresentava, senza alcun dubbio, una forma di ricchezza.
Leggendo queste pagine, sembra di sentire i rintocchi delle campane senesi, non troppo coordinati tra loro, per la conta delle ore. Altri rumori e suoni di una comunità “viva”, voci e voci di strumenti, oggi depositati nei gangli profondi della memoria: l’arrivo del cenciaiolo, annunciato dalla solita cantilena, e quello dello spazzino, abitazione per abitazione; i molti mestieri in centro: il falegname, il fabbro, lo stagnino; il prete che, salmodiando, accompagnava i defunti al cimitero circondato dai “bobi” incappucciati; l’allegro schiamazzare dei ragazzi intenti a giocare per le vie (fino all’avvento della motorizzazione); «le voci, i canti, talvolta anche gli alterchi, che risuonavano sotto le alte volte a crociera» delle fonti (p.56).
E, poi, i silenzi, attimi per la meditazione, altro motivo non minore di fascinazione, oggi assai rari, persino nel cuore della notte.
Sonorità e gestualità arcaiche, piccoli rituali oggi scomparsi: ad esempio il segno della croce e una preghiera al suono della campana della sera, l’uso di salutare gli sconosciuti (impensabile nella società individualista e sospettosa dei nostri giorni), la visita ai sepolcri in ben sette chiese cittadine al termine della Quaresima. Quest’ultima, raccontata con un espediente narrativo particolare: la voce di Ranieri bambino, in maniera simile a quanto avvenuto nel testo per Arte e guerra a Villa Arceno (Tipografia Senese, s.d. [ma 1997]).
Carli rammenta le “puntate” alla scoperta del mondo fuori dalle frontiere così familiari, dapprima a piedi, poi con la prima macchina; torna l’idea dell’«isolamento», ovvero di una città cinta dalle sue vecchie mura, rinchiusa tra i suoi ritmi e le proprie abitudini – ; Siena, vista da Buccianino, viene addirittura antropomorfizzata: «Siena pareva mollemente adagiarsi sulle colline più alte e sembrava una donna, che, benché non più giovane ma ancora ricca di languorosa bellezza, si adagi su un sofà al termine di una giornata che l’ha spossata di calura e di luce» (pp.65-66).
Ranieri rivela persino le sue più intime fobie (l’acqua dei pozzi e dei fiumi, non quella affascinante delle fonti, e la vista anche solo del «portale oscuro» del Santa Maria della Scala, al tempo ancora luogo di assistenza e sofferenza), oltre che i numerosi innamoramenti giovanili, fino al ricordo dell’amata e bella moglie.
E, poi, il ricordo di alcuni personaggi arcinoti come il conte Chigi o la “Marga” Sergardi – entrambi filantropi, altruisti mecenati dei tempi moderni – , oppure di figure incontrate e debitamente osservate, descritte, persino caricaturizzate, talune con punte di misurata “cattiveria”: gli abitanti del villaggio manicomiale – «ombre senza storia» a cui è dedicato un brano di gusto squisitamente espressionista, vero esempio di virtuosismo scrittorio – , altre creature – che Umberto Saba avrebbe definito «della vita / e del dolore» – scorte in città provenienti dal “contado” o notate nelle bigie stamberghe dei vinai. Storie di diversità e di varia umanità, gente bizzarra; Ranieri è uno scrutatore non visto, solo talvolta è stato colto in flagranza dagli occhi degli osservati.
Ecco, nel libro, una serie di rievocazioni nostalgiche: l’appalto di campagna e la scoperta della brillantina, La domenica del Corriere e L’Intrepido, la corriera verso Siena. Le botteghe in Piazza del Campo, sostituite da bar, ristoranti, gelaterie; il negozio di pennuti, il venditore di granaglie, i vari riparatori di oggetti quotidiani. Un accenno perfino alla casa di tolleranza (ante Legge Merlin) nel Rialto, allo spopolamento del centro storico, non più vissuto dai senesi, al mercato settimanale di sabato nel Campo, alle sane rivalità tra contrade, divenute oggi forme d’odio vero e proprio tipiche del tifo da stadio.
«Una remota grazia che incantava»: avrei intitolato così questo libro di Ranieri Carli, cogliendo un endecasillabo perfetto, di rara bellezza da una delle prose d’arte che lo compongono (p.50).
E dopo l’incanto del racconto … il dis-incanto del presente! Oggi, Siena è, di nuovo, profondamente cambiata, in negativo s’intende. Sotto gli occhi di tutti, una città ormai anch’essa globalizzata, scempiata, violata nel profondo da mercenari di passaggio senza scrupoli. Appare irriconoscibile rispetto a quanto scritto da Carli; ai nostri giorni: parcheggi, traffico, costruzioni moderne, atti vandalici e di inciviltà, sporcizia, non sempre utili provvedimenti “smart”, oltre a criminalità dilagante e a molte altre problematiche tipiche della grande città, a cui la provinciale Siena, fino a pochi decenni fa, non era minimamente abituata.
Che fine ha fatto la civiltà senese, mi domando? Che fine hanno fatto il gusto, la necessità del bello, la «grazia» che tanto hanno contraddistinto i senesi nel corso dei secoli? Forse, alla base di questo lento declino, di questo progressivo imbarbarimento c’è proprio l’eccessiva chiusura – di «isolamento» si parlava prima, nonostante il motto che sormonta Porta Camollia – di una piccola comunità, «tutta serrata in sé e di sé paga» (p.24) – scrive Ranieri – , che credeva presuntuosamente di bastare a se stessa, che rifuggiva da un costruttivo confronto col resto del mondo; confronto che avrebbe potuto metterla in guardia dai fatali “doni” ricevuti, quei cavalli di Troia che hanno condotto alla spoliazione e al disastro, economico e sociale. Siena ha vaneggiato (aveva ragione il sommo Dante), si è sentita, come per incanto, «capitale di uno stato» (p.16) a sé, anche dopo la caduta della Repubblica alla metà del Cinquecento.
Un libro, dunque, questo di Ranieri Carli, che serve, soprattutto alle giovani generazioni (ecco spiegata la dedica ai figli e ai nipotini), a recuperare la consapevolezza di una Siena che è stata, che non esiste più. Ma che, con l’impegno di tutti, potrebbe tornare ad essere.




