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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

50 anni fa: lo sbarco sulla Luna

(non fu una “conquista”, ma il mondo cambiò davvero)

di Mauro Aurigi

SIENA. Era notte fonda quella tra il 20 e il 21 di luglio 1969 in un campeggio sullo Ionio tarantino. Insieme ad altri campeggiatori ero già da molte ore seduto su un sedile di fortuna all’ingresso della tenda di un generoso vicino che teneva acceso il televisore. Era in onda una trasmissione mondiale (eccetto la Cina) in diretta tv da Houston, Texas, durata oltre 25 ore, per l’atterraggio, anzi l’allunaggio della navicella dell’Apollo 11 con a bordo due astronauti americani, mentre un terzo era rimasto in orbita in attesa di riportarli indietro. Nel campeggio non si sentiva volare una mosca a parte le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando provenienti, in sincrono, anche da molte altre tende, tutte col codazzo di spettatori che, come chi scrive, il televisore in tenda non ce l’avevano. Era un campeggio strano, quasi senza turisti perché prevalentemente utilizzato da residenti della zona che avevano trovato nella grande tenda, con tanto di voluminoso frigorifero e lettone matrimoniale, un’alternativa a basso costo del villino balneare. Io pure, da anni residente da quelle parti, piantavo la mia piccola canadese nel mese di aprile e la smontavo ad ottobre o novembre.

Ma quel campeggio aveva un’altra caratteristica: per una buona metà era destinato alle tende molto spartane di famiglie di soldati americani di stanza nelle locali basi militari, senza che ci fosse uno sbarramento tra la due zone. Ma a quell’ora tarda quelle famiglie e la loro numerosa prole, con rigore militare di stampo un po’ prussiano, già da tempo avevano spento ogni luce e se la dormivano alla grossa come sempre erano soliti fare (salvo poi la mattina successiva, alle 6 o alle 7, essere già nella spiaggia deserta per interminabili lanci di palle da baseball o di palloni ovali da rugby). Non sono mai riuscito a spiegarmi perché quegli Americani, per giunta militari, non avessero neanche un centesimo dell’eccitazione che animava gli Italiani per quell’evento. Unica eccezione Charlie, o meglio Chuck, un grosso texano, molto cordiale, che per l’occasione si era sistemato proprio dietro di me.

Alla fine, più o meno alle 2 ora italiana, nell’attimo in cui il piede di Armstrong si posò in diretta sulla polvere lunare, il campeggio esplose in un unico urlo di liberazione per la tensione accumulata in quelle lunghe ore di trepidazione. Non era infatti certo che davvero l’operazione si sarebbe svolta senza imprevisti (c’erano stati anche 10 minuti di inquietante interruzione della diretta).

A quelle urla gli Americani nelle loro tende certamente si saranno svegliati, ma non si scomposero: sicuramente si riaddormentarono subito. Chuck invece no. Chuck, impavido, aveva resistito e traboccava di orgoglio nazionale, tanto che non poté rinunciare alla tentazione di sfottere me (a preferenza di altri perché io ero in grado di capirlo): “Mauro, where are the italian astronauts now?”. Mal gliene incolse. Mi era sembrato di cogliere in quella breve presa in giro anche un ché di cattivo e arrogante. Così Chuck si ebbe immediatamente la risposta un po’ feroce che si meritava, magari in un inglese forse stentato, ma certamente comprensibile: Hi baby!, O cittino, siete in grave ritardo: vi si aspettava da ben 500 anni, ossia da quando un genovese scoprì la terra dove sareste tutti immigrati e un fiorentino, Amerigo Vespucci, vi dette il nome, altrimenti non avreste saputo neanche come vi chiamate!”. Mi aspettavo il peggio, ma lui, forse perché come spesso gli capitava, aveva alzato un po’ il gomito, rimase qualche attimo soprappensiero e poi, da buon americano, capita l’antifona, esplose in una fragorosa risata menandomi una gran manata sulla spalla.

A ripensarci ora, Chuck aveva ragione a riempirsi d’orgoglio. E’ vero che non si trattò della conquista di quella Luna che 50 anni dopo è ancora lungi dall’essere conquistata, ma il mondo cambiò davvero.

Ma a ripensarci meglio, avevo ragione io: Colombo compì una scoperta-conquista ancora più strabiliante. Intanto perché, a differenza di Armstrong, Aldrin e Collins, navigò davvero, e senza assistenza, verso l’ignoto. E poi perché dopo il 1492 il mondo cambiò parecchio, ma parecchio di più di quanto sia cambiato dopo il 1969.