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Su Burka, poligamia e solidarietà

Vorrei proprio dire la mia

di Silvana Biasutti

SIENA. Mi sembrava davvero lontano il pomeriggio di agosto in cui salendo la strada principale nel centro della candida Ostuni, vestita di una tunichetta estiva che mi scopriva appena le ginocchia, avevo incontrato un energumeno locale che mi aveva sibilato in faccia “bottana!”, mettendomi così al corrente del suo pensiero sull’emancipazione femminile. E sì che era il 1968 e Mary Quant imperversava da tempo, a Londra, ma anche in Italia.

Sono passati cinquant’anni da quel pomeriggio in cui non ho tirato un manrovescio a quella faccia di bronzo incivile, ma da allora non è passato giorno in cui io non abbia percepito di appartenere a un genere, quello femminile, che non sa stare al proprio posto, quello delle donne, secondo un’opinione tutt’ora diffusa nell’immaginario di molti maschi (e delle loro mamme).

Quell’episodio l’ho sputato fuori, raccontandolo spesso ad amici, fino a sentirmi segnalare, dai figli, una certa ripetitività; in effetti mi pare – non solo per i decenni passati – che non sia più il caso di farne una narrazione brillante, ma forse è il caso che io continui a tenere ben in mente quell’insulto gratuito, se non altro perché nel frattempo sono diventata nonna di tre piccole donne e l’aria che tira per le donne non mi piace per niente.

Da quel pomeriggio è passata tanta acqua sotto i ponti: molte donne hanno fatto carriera – carriera davvero – anche se purtroppo ancora lottano per raggiungere prospettive e retribuzioni adeguate all’impegno, anche se devono ancora difendere le proprie libertà di scelta negli ambiti più personali. Eppure, come recitava la pubblicità americana delle ‘Virginia Slim’, la strada è stata lunga, ma è un percorso che – vecchie o giovani quante siamo – diamo per acquisito.

Un percorso che si può dare per scontato e sentirsi, come donne pienamente (e faticosamente) padrone della propria metà del cielo, anche se troppo spesso (quotidianamente) le donne pagano con la vita questo diritto; diritto a essere padrone di sé stesse, nonostante un certo giornalismo che, in questo delicato momento in cui dobbiamo affrontare l’immigrazione di popolazioni i cui costumi sono spesso agli antipodi dei nostri, lascia spazio a discussioni – come la legalità della poligamia, o l’accettazione del burka – su temi che toccano la parte femminile della società, intendendo limitarne le libertà civili e di espressione, lo stile di vita, l’abbigliamento, i comportamenti nella vita quotidiana. Fino a una vera e propria sottomissione delle donne a cui si chiede, neppure troppo tra le righe, di arretrare verso costumi che non provochino questi nuovi maschi immigrati (vedi la notte di Colonia), che non sono abituati alla libertà delle donne occidentali. Perciò le donne, soprattutto le giovani – in nome di non si sa quale ‘valore’ – dovrebbero tener in conto questa nuova mentalità e arretrare. Forse sono eccessivamente polemica? Non mi pare.

Perché a me sembra che questo movimento epocale di popolazioni che fuggono da guerre e povertà, oppure attratte da una società tutt’ora ricca e pacifica (rispetto a quelle da cui provengono i migranti), ponga problemi inediti e difficili a chi ha l’onere di governare; problemi che non sono solo e primariamente di sicurezza nazionale ed europea, perché prima ancora della sicurezza vengono i temi della convivenza. Cioè tutti quei comportamenti, e sentimenti ad essi intrecciati, che concorrono al divenire, ineluttabile, di una nuova cultura sociale: un modo di intendersi reciprocamente, nelle proprie diversità.

Solo affrontando l’aspetto culturale causato dalla nuova composizione della nostra società potremo essere in grado di capire e di difenderci da nuovi pericoli, che nascono da modi di intendere la vita agli antipodi del nostro, da posizioni sociali – uomo e donna, famiglia, istruzione, usanze, cibo – di cui non sappiamo e la cui storia ci è largamente sconosciuta.

È davvero curioso che si dia spazio a iatture sociali – dal mio (spero condiviso) punto di vista – quali sono la poligamia o lo spaventoso burka, alcuni arrivando a domandarsi addirittura come regolarne l’uso da noi.

Mi sembra che ci sarebbe ben altro a cui pensare e su cui discutere: su tutto, credo che debba esserci una strategia per dare seguito alla mera accoglienza. Come procedere per costruire possibilità di convivenza che non siano solo sentimentali e buoniste; come evitare che continui una strisciante speculazione affaristica di questa diaspora; come parlare ai cittadini di questo nuovo tempo che dovranno affrontare…

Burka e poligamia toccano unicamente la sfera femminile e mi sembrano, una volta di più, un diversivo di comodo; ma la sola idea che possano essere tollerati da noi mi sembra intollerabile. Nessuno può pensare di impedire a una donna musulmana di coprirsi i capelli e di vestire abiti diversi da quelli che noi donne occidentali indossiamo, rispettando i criteri di gusto e morali della nostra società, soprattutto rispettando la legge italiana; altrettanto, però, chi giunge da noi e chiede di far parte di questa società non può pensare di far accettare i propri costumi più retrivi, chiedendo – una volta di più – alle donne di fare da ponte verso certe usanze da sultanato.

Continuo a chiedermi perché si dia spazio a queste problematiche tutte relative all’Islam, quando i problemi causati dalle diaspore sono altri e toccano ambiti vastissimi. Mi chiedo se a monte di ciò non vi sia una visione incolta della nostra società, del mondo e un’idea delle donne ferma a modelli rozzamente misogini.

A questo proposito, senza scomodare la visione islamica del mondo, basta guardare in casa nostra, dove certi energumeni ammazzano le mogli (soprattutto se ex), senza apprezzabili deterrenti, per poi recitare davanti a giudici e poliziotti la commedia atroce dell’amore malinteso (che ti rende incapace di intendere e di volere); una società che si accontenta della definizione a parole di quei crimini (femminicidio), senza pensare invece a una punizione esemplare che aiuti a riaffermare il diritto di ogni essere umano di vivere pienamente, cambiando anche idea sul compagno di vita, lascia troppo spazio a certi messaggi latenti che ogni tanto prendono corpo e testimoniano che non è il caso di abbassare la guardia e dare spazio al sultano di turno.

Infatti non ho ancora sentito sociologi, demografi, filosofi e affini discutere seriamente di come questi gruppi di persone potranno partecipare alla società – laica e occidentale – così diversa da quelle da cui fuggono (per qualsiasi ragione stiano fuggendo!); discutere e confrontarsi con il pensiero e le idee di persone spesso istruite, talvolta colte, ma con costumi, abitudini e vissuti agli antipodi dei nostri.

Purtroppo molti giornalisti scrivono cose che mi fanno temere che le piccole donne di casa mia dovranno tener conto non tanto dell’arrivo di persone che devono essere soccorse e aiutate a iniziare una nuova vita, ma dello sbarco di una nuova morale a cui dovranno adeguare le loro aspettative. Cioè tornare a salire la strada principale di Ostuni badando che le proprie ginocchia siano ben coperte.

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