Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

Le Parole e il Lavoro

Saper fare è anche la poetica del luoghi

di Silvana Biasutti

SIENA. Mi era venuta un’idea, ieri l’altro, sfogliando il catalogo di una mostra acquistato alla Triennale, qualche settimana fa. Il catalogo illustra le creazioni di un personaggio, un artista sui generis, ben conosciuto nell’ultimo mezzo secolo. Scorrendo quelle immagini le ho messe in relazione ai luoghi in cui vivo oggi e ai loro valori più suggestivi.

È forse una riflessione inconsueta in questo lungo momento (anni, ormai) di crolli, strette e stravolgimenti, di pessimismo che pervade la maggior parte delle persone, impegnata a collocarsi in un futuro incerto. Sembra quindi ancora più strano accennare alla creatività – una parola con scarsa reputazione da noi, insieme a cultura e conoscenza – e di certo la creatività, fine a sé stessa, ci lascia indifferenti o perplessi, davanti alla paura del domani, eppure pensare sarebbe (è) indispensabile. Intendo dire, pensare in termini creativi al tema del lavoro.

Scrivere su questo tema su un foglio letto soprattutto a Siena può sembrare fuori luogo; lo sarebbe forse se uno considerasse Siena esclusivamente una terra di colletti bianchi – docenti, professionisti, bancari, funzionari pubblici – o una terra di affari e di conquista e ci si dimenticasse (ma chi scrive non dimentica) del contesto, del momento e del mercato.

L’idea che mi hanno suscitato le immagini del catalogo a cui mi riferisco implica un senso concreto del lavoro, un mondo dove si fanno le cose con il pensiero e però poi anche con le mani; si vende quello che si è fatto. Come succede nel mondo del vino e della terra – un mondo dove si usa la propria creatività applicata a un fare tutt’altro che banale, anzi lì si realizzano prodotti che hanno uno spessore in termini di originalità e di raffinatezza, che hanno l’energia per girare il mondo e piacere ai più esigenti …

Ma se in questa terra si è in grado di lavorare con questi risultati, perché non si potrebbe, altrettanto concretamente, produrre anche altro, con la stessa raffinatezza e con gli stessi legami? Insomma è possibile che la poetica di questi luoghi sia tradotta in un linguaggio espressivo importante e diffuso, da declinare in attività lavorative? Che ne è del lavoro fatto a regola d’arte, del ‘fatto a mano’ da offrire a una clientela intelligente?

Questo pensavo, sfogliando le pagine di quel libro, osservando le immagini in cui ho ritrovato alcuni filoni di pensiero, ma anche il saper fare con le proprie mani; e riflettevo su una frase che ho sentito sempre più spesso – “the future in the making” – e che corrisponde a un modo sempre più frequente di pensare, anzi di agire: avere idee e contenuti non basta più, bisogna renderli concreti, anche impegnandosi in prima persona, con le proprie mani …

Io credo che questo “modo” prenda le mosse proprio dagli artisti, che hanno l’idea e poi la rendono concreta usando la manualità, quella personale e quella di bottega; penso anche che ciò abbia a che fare con le nuove energie che questo transito epocale sta liberando dentro ognuno di noi, energie positive che nascono proprio dalla penuria di risorse economiche che ci costringe a “pensare” in termini diversi. Questo accade nella vita quotidiana di individui e famiglie, ma anche nelle imprese e nelle attività produttive. Non è esattamente quel che si diceva nella piccola Italia d’antan, ‘fare di necessità virtù’, è qualcosa di più maturo, un modo di tirar fuori tutta l’energia e l’esperienza, senza rinunciare allo stile e all’eleganza. È un modo di ridisegnare il lavoro, su nuovi presupposti economici e filosofici (e tecnologici).

Anche rivalutare la propria storia personale (e collettiva), e coltivarla, è un modo di essere che ritorna, perché vuol dire che le nostre esperienze possono essere capitalizzate e rendere, in termini economici concreti: questo è un messaggio che ci viene dal mercato; il tempo del “lusso per il lusso” è finito, anche se ci se ne accorge poco a poco . Il lusso vero diventa sempre più la testimonianza di un saper fare (spesso a mano), diventa anche il segno di un pensiero originale, di un’esperienza offerta a chi la sa riconoscere e ne capisce il valore. Infilarsi in questo spazio nuovo e trovare la chiave per parlare, con manufatti originali e innovativi, a un pubblico curioso che ha imparato (obtorto collo, ma ha acquisito una lezione) a spendere solo per cose di valore, far diventare la poetica di questa terra un vantaggio competitivo imbattibile; tutto ciò è possibile aprendosi all’ascolto, osservando, lasciandosi contagiare dalle idee e imparando a elaborarle in funzione della propria storia.

Sfoglio il catalogo in questione e cerco di capire se riuscirà a crescere la consapevolezza che il tempo del lavoro detto a parole, separato dal “fare”, è finito; c’è molto spazio per la terra senese, in giro per il mondo, bisogna imparare a tradurla in prodotti che riescano – come già i grandi vini fanno – a raccontarla utilizzando i nuovi codici, dentro la tradizione, ma con la capacità di rinnovarla, con stile e con eleganza e fuori da ogni folklore, con vera creatività.

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