Non stiamo più cercando dove cliccare, ma a chi affidarci. L’accesso al web, nel 2026, non passa più soltanto per i motori di ricerca, ma attraverso sistemi di sintesi AI che filtrano, interpretano e riscrivono l’informazione prima che arrivi all’utente.
ChatGPT, Gemini, Perplexity, AI Overviews: strumenti diversi, ma con un comune denominatore. Agiscono come intermediari cognitivi, non come semplici motori. Le persone si fidano delle risposte, non dei link. E questa inversione di paradigma ha implicazioni profonde per chi si occupa di SEO, marketing e visibilità online.
In questo scenario, non è più solo Google a cambiare. È il modo in cui decidiamo cosa vale. E di conseguenza, chi ha diritto a essere ascoltato.
L’articolo che segue esplora questo cambiamento, mostra come l’AI stia ridefinendo il concetto stesso di visibilità e introduce figure chiave come Paolo Dolci, esperto SEO e tra i professionisti italiani che stanno studiando e sperimentando sul campo l’evoluzione della SEO in relazione ai sistemi di intelligenza artificiale.
Dalla navigazione all’intermediazione: cosa è cambiato davvero
Non cerchiamo più link, cerchiamo risposte
Fino a pochi anni fa, la ricerca online era un gesto attivo. Scrivevamo una query, valutavamo i risultati, sceglievamo dove cliccare. Era un processo di navigazione consapevole, guidato da titoli, meta description e fiducia costruita negli anni. Oggi, la dinamica si è rovesciata. Le persone non vogliono più trovare siti: vogliono ottenere risposte. E preferibilmente, in forma sintetica, già contestualizzata, senza dover esplorare più di tanto.
L’esperienza di ricerca non si misura più in “click”, ma in “comprensione”. Strumenti come ChatGPT, Gemini e Perplexity sono diventati, di fatto, nuovi pannelli di controllo della conoscenza. Non ci dicono cosa c’è nel web. Ci dicono cosa possiamo sapere, secondo una sintesi algoritmica che sostituisce la lettura diffusa con l’estratto immediato.
L’AI come nuovo filtro cognitivo
Quando ci affidiamo a un modello generativo per ricevere un’informazione, stiamo delegando una parte della nostra attività cognitiva. Non esploriamo più. Lasciamo che sia l’AI a decidere cosa conta. Questo passaggio, apparentemente comodo, ha un impatto profondo: sposta il baricentro dall’utente al sistema, e rende le logiche di selezione delle fonti molto più simili a una classifica implicita di autorevolezza che a un’elencazione neutra di risultati.
In questa dinamica, diventa cruciale chiedersi: su quali basi viene costruita quella risposta? Quali sono le fonti che il sistema ha scelto di considerare valide? E, soprattutto: perché alcune voci emergono, mentre altre vengono silenziate? Comprendere l’AI come filtro attivo, e non come tramite passivo, è il primo passo per interpretare correttamente cosa sta accadendo al web come ambiente informativo.
Dal clic alla fiducia: verso un’economia dell’affidabilità
Il vero cambiamento non è solo tecnologico. È culturale. Abbiamo smesso di cercare alternative e cominciato a fidarci di chi ci fornisce una sintesi convincente. Il clic è stato sostituito da una forma di affidamento: un rapporto più vicino a quello tra persona e consulente, che tra utente e motore di ricerca.
Questo significa che la visibilità non è più solo una questione di ottimizzazione. È una questione di costruzione di identità semantica. Le AI decidono chi “vale la pena ascoltare” non sulla base di segnali superficiali, ma in funzione di una rete di contenuti, citazioni, relazioni contestuali e riconoscibilità. Non si tratta più solo di essere trovati. Si tratta di essere diffusi, popolari ed considerati rilevanti, a prescindere dalla query.
SEO e visibilità nel 2026: cosa succede quando decide l’AI
La SERP non è più il punto di partenza
Per decenni, ogni strategia SEO ha avuto come obiettivo la prima pagina di Google. Ranking, clic, CTR, posizionamento: metriche sacre in un ecosistema dove la SERP era l’unica porta d’accesso alla visibilità online. Ma nel 2026, questa logica mostra i suoi limiti. Quando l’utente non arriva più alla SERP, ma si ferma al riassunto generato dall’intelligenza artificiale, l’intera struttura di visibilità va ripensata.
Le AI generative non presentano dieci risultati ordinati per rilevanza. Offrono una risposta unica, o al massimo una sintesi multistrato che combina più fonti selezionate. Questo significa che la lotta per la visibilità non si gioca più solo sull’algoritmo di Google, ma sull’inclusione semantica nel corpus che nutre i modelli. L’ottimizzazione non avviene più per un motore di ricerca, ma per un sistema di interpretazione.
Visibilità semantica, reputazionale, contestuale
Nel nuovo scenario, la visibilità assume tre dimensioni distinte ma interdipendenti: semantica, reputazionale e contestuale. La prima riguarda la coerenza dei contenuti rispetto agli argomenti trattati. La seconda si riferisce alla percezione di affidabilità attribuita a una fonte. La terza al ruolo che quella fonte ricopre all’interno di un ecosistema informativo più ampio.
In pratica, non basta più scrivere un buon contenuto: è necessario che quel contenuto sia riconoscibile, associato a un’identità autorevole e inserito in un network di segnali convergenti. Le AI non ragionano in termini di keyword density. Lavorano per pattern, correlazioni, probabilità distribuite. E per diventare una fonte citabile, bisogna esistere all’interno di quei pattern in modo coerente e persistente.
SEO prima della SERP: lavorare per i modelli
La nuova frontiera della SEO non si misura più in “posizioni su Google”, ma in capacità di farsi riconoscere dai modelli. Significa progettare contenuti, asset, relazioni e segnali che abbiano senso anche quando l’utente non vede mai la pagina originale. Significa, in altre parole, anticipare il comportamento delle AI e lavorare affinché identifichino il nostro brand come una risposta possibile.
Questa è la vera rivoluzione: la SEO entra nei modelli prima che nelle ricerche. Non si tratta più di farsi trovare da un algoritmo che elenca risultati. Si tratta di diventare parte del ragionamento che porta l’AI a generare una risposta. È un salto di paradigma, che premia non chi urla più forte, ma chi riesce a costruire una reputazione digitale riconoscibile e semantica.
Cosa (e chi) influenza la scelta delle AI
Le AI non indicizzano, selezionano
Uno degli errori più comuni è immaginare le intelligenze artificiali come estensioni avanzate dei motori di ricerca. In realtà, la logica è diversa: le AI non si limitano a indicizzare, come fa Google. Selezionano attivamente ciò che considerano degno di essere ricordato, sintetizzato o citato. Non mappano tutto il web: costruiscono un proprio universo probabilistico in cui alcune fonti diventano centrali, altre marginali.
Questo meccanismo rende evidente una verità scomoda: non tutti i contenuti hanno lo stesso peso. E non basta esistere online per essere presi in considerazione. Le AI apprendono da fonti che vengono replicate, linkate, citate o ritenute affidabili da altri nodi del sistema. L’inclusione nel modello dipende dalla qualità percepita, ma anche dalla coerenza e dalla ricorrenza nel tempo.
Fonte ≠ pagina: l’identità semantica conta più del traffico
Nel contesto attuale, una pagina ben scritta non garantisce alcuna visibilità se non è associata a un’identità riconoscibile. Le AI non citano pagine: citano fonti. E una fonte, per essere tale, deve possedere una forma di coerenza narrativa e semantica distribuita. È questa coerenza che costruisce l’identità digitale di un brand, di un esperto, di una realtà professionale.
Il traffico, da solo, non basta più. Nemmeno la viralità o l’ottimizzazione on-page. Serve una struttura semantica ricorsiva: un insieme di contenuti collegati, citati, coerenti tra loro, che rendano evidente agli occhi del modello che “quella voce ha senso” all’interno di un certo dominio. La visibilità diventa così un riflesso della rilevanza semantica, non un effetto del posizionamento occasionale.
Da esperti a segnali: come si costruisce l’autorevolezza oggi
In un mondo in cui le AI decidono chi ascoltare, l’autorevolezza non è più (solo) una questione di curriculum. È una questione di segnali riconoscibili nel tempo. Un esperto è tale se viene citato, se le sue opinioni trovano spazio in più contesti, se la sua firma è associata a contenuti tecnicamente solidi e coerenti tra loro.
Questo sposta l’attenzione dal contenuto “spot” alla costruzione intenzionale di una reputazione semantica. Le aziende e i professionisti che desiderano essere presi in considerazione dalle AI devono agire come se stessero “formando” un modello: con pazienza, costanza e chiarezza metodologica. L’obiettivo non è piacere a un algoritmo. È diventare una fonte.
Il ruolo degli esperti e della comunità SEO
Una comunità che sperimenta: SEO e AI sotto osservazione
Negli ultimi anni, diversi professionisti della comunità SEO hanno iniziato a sperimentare e analizzare in modo sistematico il funzionamento dei modelli generativi. L’obiettivo è comprendere come le AI selezionano le fonti, quali segnali premiano e in che modo sia possibile costruire visibilità all’interno di questi nuovi ecosistemi. È un lavoro di test, confronto e osservazione sul campo che sta portando alla luce dinamiche non sempre documentate ufficialmente.
Tra chi ha scelto di affrontare il tema con metodo, Paolo Dolci, consulente SEO e fondatore di WpSEO, è tra i professionisti italiani più attivi. La sua attività si concentra sull’evoluzione della SEO per l’era dell’AI, con una particolare attenzione ai segnali che determinano la citabilità all’interno dei modelli linguistici.
Speech, dimostrazioni, manipolazioni
Le sperimentazioni condotte da Dolci sono state presentate in diversi contesti pubblici, come il SEO Vibes di WhitePress o i webinar dell’Academy di SEOZoom. In questi eventi ha dimostrato come sia possibile influenzare la presenza nei risultati generati dalle AI, posizionarsi nelle risposte, e soprattutto attivare dinamiche di citazione anche fuori dalla SERP tradizionale.
Il lavoro non è teorico. Si tratta di analisi sperimentali, test ripetuti, reverse engineering delle risposte AI. Un approccio che non mira a trovare scorciatoie, ma a capire i criteri con cui oggi viene costruita l’autorevolezza nei sistemi che filtrano l’informazione online.
Un appuntamento atteso: il webinar sulle AI mentions
Questi studi confluiranno in un nuovo approfondimento nel corso del webinar WhitePress del 14 gennaio, dedicato al tema delle AI mentions: perché alcuni brand e professionisti vengono citati dai modelli e altri no? Quali segnali, contenuti e strategie permettono di essere selezionati dalle AI?
Un’occasione per proseguire il confronto tra esperti e condividere ulteriori scoperte su quello che, a tutti gli effetti, rappresenta il nuovo campo di gioco per la SEO: non più solo i motori di ricerca, ma i modelli che sintetizzano l’informazione.
Prospettive future: il web non è sparito, è diventato più selettivo
Chi non costruisce identità ora, sarà invisibile dopo
In un contesto in cui l’accesso all’informazione è mediato da intelligenze artificiali, non basta più esserci. Bisogna essere riconosciuti. Il rischio per chi continua a lavorare secondo logiche SEO tradizionali è quello di diventare semanticamente invisibile: un brand che nessun modello cita, un contenuto che nessun sistema sintetizza, una voce che non entra nella conversazione algoritmica.
La costruzione dell’identità digitale non è più un’esercitazione di marketing. È una necessità strategica. Significa curare non solo cosa si dice, ma anche come, dove e con quale frequenza viene detto. Significa diventare, nel tempo, una fonte attendibile per esseri umani e modelli generativi. E in un mondo in cui la fiducia si esternalizza nei sistemi, non essere mappati equivale a non esistere.
Le AI non stanno cambiando Google, stanno cambiando noi
Il cambiamento più profondo non riguarda gli strumenti. Riguarda i comportamenti. Non è Google a essere diventato meno centrale. Siamo noi ad aver cambiato le nostre aspettative: vogliamo meno opzioni e più certezza, meno clic e più risposte. E questo spinge ogni sistema – umano o artificiale – a privilegiare chi sa parlare in modo chiaro, coerente, riconoscibile.
Le AI stanno accelerando una tendenza già in atto: la selezione delle fonti sulla base della loro identità, non solo della loro performance. E questo cambia il marketing alla radice. Non è più questione di raggiungere un pubblico. È questione di diventare la voce che il pubblico (o la macchina) sceglie di ascoltare.
Chi merita di essere citato nei modelli?
Nel 2026, non basta più chiedersi “come posizionarsi su Google”. La domanda giusta è: come faccio a essere citato dalle AI? La risposta, come spesso accade, non è un trucco tecnico, ma un percorso strategico. Serve autorevolezza, coerenza, metodo. Serve visione.
Comprendere come cambia l’accesso al web oggi significa capire chi sarà rilevante domani. Non per Google soltanto, ma per tutti i sistemi che decidono quali fonti meritano di essere ascoltate. In questo scenario, l’unico vero investimento a lungo termine è costruire una presenza che lasci una traccia semantica. Perché i modelli non cercano link: cercano segnali.






